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Nuovo Dpcm: le reazioni di CNA, ANEC e ANICA e le risposte della politica

Le associazioni di settore si fanno sentire, per difendere il lavoro fatto in questi mesi per garantire la sicurezza, e chiedere al governo che ci ripensi

Il Dpcm del 24 ottobre, con cui il governo ha ordinato, tra le altre cose, una nuova chiusura delle sale cinematografiche e dei teatri, ha scatenato le previste reazioni delle associazioni di settore. CNA, Confederazione nazionale dell’artigianato, ha voluto intervenire con un nota, comunicando di ritenere “ingiustificata la chiusura delle sale cinematografiche, seppur motivata dalla priorità di garantire la sicurezza”:

Si tratta, infatti, di luoghi che hanno assicurato nei mesi scorsi la fruizione investendo in misura importante per adeguare gli standard di sicurezza nei propri spazi, garantendo tutte le norme di sicurezza igienico sanitarie, dal tracciamento dei posti alla sanificazione, al distanziamento, al ricambio dell’aria, al controllo della temperatura e all’uso della mascherina obbligatoria.

“Nel periodo dal 15 giugno al 10 ottobre 2020”, si legge nel comunicato, “si sono tenuti nel nostro Paese 2.782 spettacoli con 347.262 spettatori e solo un contagio certificato”. Pertanto:

Chiudere i cinema non significa solo rendere endemica la crisi dell’esercizio cinematografico, ma anche far fronte ad un prevedibile prossimo e duro impatto su tutta la filiera della produzione di contenuti, dai produttori ai distributori passando per le industrie tecniche, i fornitori, gli autori, le maestranze, le attività legate alla promozione e al marketing.

La nota si conclude la richiesta della “immediata riapertura delle sale cinematografiche”, e di una “immediata deroga al decreto Bonisoli per l’obbligo di uscita per le produzioni indipendenti, l’attuazione immediata degli obblighi di investimento e programmazione sia dei broadcaster che delle OTT, con conseguente decreto applicativo che doveva essere emanato a gennaio 2020”.

AGIS, l’Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, scrive:

Come evidenziato dai dati di una ricerca da noi effettuata e trasmessa alle Istituzioni ed agli organi di informazione, i luoghi di spettacolo si sono rivelati tra i più sicuri spazi di aggregazione sociale. Riteniamo, pertanto, che la misura prevista sia ingiustamente penalizzante rispetto al nostro settore.

Al decreto hanno reagito in maniera simile anche ANEC e ANICA. La prima scrive, sul suo sito ufficiale:

In questo momento la priorità collettiva è comprensibilmente rivolta alla salvaguardia della vita e della salute della popolazione, ma è di assoluta importanza fugare il dubbio che la chiusura del comparto dello spettacolo non sia dovuto a criticità legati alla sicurezza che è invece in grado di garantire con livelli altissimi, ma sia un agnello sacrificale immolato per salvare altri settori che continuano, per il momento, a poter operare in regime di normalità, seppur con limitazioni.

E prosegue:

La chiusura imposta da lunedì 26 ottobre fa crollare tutto il lavoro svolto dalle singole imprese del settore nel dialogo con la propria clientela per condividere il concetto di assoluta sicurezza e nel tentativo di ristabilire un rapporto con il proprio pubblico. Occorre pertanto lavorare fin da subito per predisporre il piano della ripartenza […] del settore che vede nell’immediata riapertura il periodo di maggior appeal di tutto l’anno, le festività natalizie. Compromettere anche questo momento dell’anno significa condannare a morte definitivamente l’intero comparto delle sale cinematografiche con tutte le aziende e i lavoratori addetti. Chiediamo pertanto da subito misure congrue e rapide a sostegno delle imprese e dei lavoratori, a ristoro del periodo di chiusura e a sostegno della ripartenza.

Nella sua nota, ANICA aggiunge:

Comprendiamo, con senso di responsabilità, la necessità di garantire prima di tutto la salute e la sicurezza dei cittadini attraverso la limitazione degli spostamenti delle persone […]. Ricordiamo che le sale cinematografiche hanno scrupolosamente applicato in questi mesi protocolli severi, elaborati grazie alla collaborazione tra istituzioni e associazioni di categoria, riuscendo così a garantire la sicurezza degli spettatori e trasformando le sale in luoghi a contagio zero. I distributori, in particolari quelli italiani, hanno strenuamente resistito continuando a programmare film anche contro ogni logica economica, nell’incertezza assoluta di fronte ai diversi e improvvisi provvedimenti che hanno reso vana qualsiasi forma di pianificazione. Ci impegneremo perché il provvedimento di oggi abbia carattere assolutamente temporaneo: dopo questa fase, fatta di sacrifici complessi ed economicamente dolorosi, si deve giungere al più presto ad una riapertura programmata, con la piena collaborazione tra il governo, le istituzioni ed esercenti, distributori e produttori.

Un cinema solo contro tutti

Tra le reazioni immediate al nuovo Dpcm, va segnalata quella del Multiplex Teatro Fasano di Taviano, provincia di Lecce, che ha subito comunicato l’intenzione di non chiudere:

Appurato che NON ESISTONO EVIDENZE SCIENTIFICHE di focolai dovuti a cinema e teatri, che da sempre sono stati i luoghi più sicuri in quanto garantiscono il mantenimento della distanza di sicurezza, l’uso delle mascherine, il continuo ricambio di aria e la sanificazione dei posti a sedere; ha deciso di adottare un comportamento di DISOBBEDIENZA CIVILE e terrà il cinema APERTO fino a quando non vi sarà una chiusura fisica forzata.

Antonio Mosticchio, titolare del cinema, ha dovuto però cedere dopo aver preso atto che la sanzione, in caso di mancata chiusura, sarebbe stata di 5 mila euro per la sala e di 400 euro per gli avventori. “Inoltre, con me sarebbero stati multati anche i miei dipendenti”, ha spiegato. “Stando così le cose da solo non posso fare altro che chiudere, non ho le forze economiche per difendermi”.

La risposta della politica

Immediate anche le risposte e le reazioni del mondo della politica, che ha voluto in qualche modo giustificare una scelta così impopolare. Il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini lo ha fatto con un video, in cui ha posto l’accento sull’importanza di appiattire la curva dei contagi e ha aggiunto: “Io mi impegno a che questa chiusura sia la più breve possibile”.

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, infine, ha risposto all’appello del Maestro Riccardo Muti, definendo ancora una volta “particolarmente sofferta” la decisione di chiudere cinema e teatri, aggiungendo però che è stata presa “solo quando siamo stati sicuri, dopo le verifiche fatte presso il Ministero dell’Economia e con la Ragioneria generale dello Stato, di potere approvare, nel Consiglio dei Ministri che si svolgerà questo pomeriggio, un decreto-legge che consentirà di erogare, agli operatori economici e ai lavoratori colpiti dalle nuove norme, ristori immediati e misure di sostegno”. Conte ha aggiunto:

Il criterio che ci ha guidato non è stato quello di colpire indiscriminatamente un settore ritenuto “superfluo” rispetto ad altri. Siamo invece intervenuti su tutti quei settori di attività — ristorazione serale e attività collegate, fitness, spettacolo — che offrono occasioni di socialità, elevate o meno che siano. Settori di attività che contribuiscono — direttamente e indirettamente — a generare assembramenti e aggregazioni di persone, e che generano, soprattutto nelle ore serali, afflussi sui mezzi pubblici e moltiplicano le occasioni di contagio.

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One thought on “Nuovo Dpcm: le reazioni di CNA, ANEC e ANICA e le risposte della politica

  1. A differenza della prima chiusura, probabilmente ritenuta inevitabile considerata la situazione di allora, questa seconda ha ottenuto un’attenzione mediatica molto rilevante e in molti casi, trattasi di non addetti ai lavori. Diversi fattori hanno sollevato stupore per la forzata chiusura, tra i quali ha sicuramente preso consistenza l’evidenza che i cinema non avessero nessuna colpa o incidenza nella rapida espansione del contagio. Va detto che una sala cinematografica chiusa subisce anche la dura e mortificante attesa del grande film per rivedere i suoi clienti , a differenza di un bar che offre , senza voler minimizzare, lo stesso caffè e cappuccino. Insomma , poche altre attività faticano a ricominciare quando vengono chiuse, come le sale cinematografiche , che detto per inciso subiscono una maggior usura di quando funzionano. A queste considerazioni , dobbiamo aggiungere il danno difficilmente quantificabile , delle reazioni collegate alla chiusura stessa, ovvero il mancato sfruttamento dei film appena usciti E ovviamente , quelli pubblicizzati per uscire, con ingenti investimenti da parte dei distributori . Sarà ora assai complicato convincere i distributori che la prossima riapertura garantisca quel minimo di continuità per consentire al film il suo sfruttamento .Se risulta comprensibile l’intento di non creare masse di persone difficilmente controllabili, la sala garantiva in tal senso l’osservanza delle norme previste, risultando queste la condizione necessaria per accedere in sala.
    Questa chiusura è avvenuta senza troppe analisi che un settore destinato all’offerta di cultura oltre che passatempo per grandi e piccoli , ottenesse il dovuto dibattito sul fatto che il provvedimento Risultasse del tutto inutile e superfluo. Questi primi giorni , dopo la chiusura, non favoriscono certamente l’idea di rapidi ripensamenti, ma riflessioni più approfondite potrebbero valutare una data ‘sicura’ che possa permettere a tutto il settore di riorganizzare una riapertura con la dovuta e preventiva divulgazione necessaria.

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