Editoria

Sorrento 2013, intervista a Nicola Maccanico: il DG Warner per la meritocrazia e la trasparenza nel mercato del cinema

Alle Giornate Professionali di Cinema appena concluse a Sorrento, Warner Bros. ha ottenuto per il secondo anno consecutivo il Biglietto d’oro quale prima distribuzione italiana per numero di spettatori realizzati. Un traguardo da cui la major riparte con un listino ricco di grandi titoli e franchise come Lo Hobbit, The Amazing Spider-Man e 300, ma anche di cinema italiano e autori di rilevo quali Christopher Nolan e Clint  Eastwood. Ce lo ha illustrato in breve Nicola Maccanico, direttore generale di Warner Bros. Italia, cui abbiamo chiesto anche di approfondire  alcune tematiche affrontate nel corso della convention della major a Sorrento. Su tutte, le opportunità della digitalizzazione e la meritocrazia nel mercato cinematografico, intesa come possibilità di garantire maggior tenitura ai film che dimostrano di avere le potenzialità per intercettare il loro pubblico.

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Newsweek annuncia la fine dell’edizione stampata dall’inizio 2013

Uno dei magazine storici americani ha annunciato oggi un cambiamento epocale. Newsweek, rivista settimanale fondata nel 1933 e diffusa con punte di 3 milioni di copie negli Stati Uniti e in 4 milioni di copie nel resto del mondo, uscirà il 31 dicembre prossimo con il suo ultimo numero su carta stampata per poi essere distribuito unicamente nel formato digitale.

Il nuovo magazine nel formato digitale si chiamerà Newsweek Global, e verrà distribuito in un’unica edizione internazionale nei principali formati per tablet e e-reader. Tina Brown e il CEO Baba Shetty hanno spiegato che non si tratta di un addio, ma il nuovo magazine rimarrà Newsweek nelle sue radici e nel suo stile giornalistico. “Tutto dipende dal cambiamento dei costi di stampa e distribuzione delle copie cartacee” ha spiegato la Brown.

Barry Diller, CEO di IAC/InterActiveCorp (che possiede sia Newsweek che The Daily Beast) aveva già anticipato a luglio tale mossa, nonostante la testata non fosse in situazioni economiche disastrose. Newsweek ha generato 99.4 milioni di dollari nei primi nove mesi dell’anno, superiore del 5.4% allo stesso periodo del 2011, ma in forte calo rispetto ai 114.3 milioni del 2010.

L’edizione cartacea è scesa a 1.5 milioni di copie nello scorso giugno, in caso rispetto alle oltre 3 milioni del 2007. Il digitale è la scelta naturale per preservare il magazine stesso e la sua integrità, ma non potremo più toccare con mano storiche cover come questa. 

Fonte: deadline

Difendiamo la libertà di fare cultura… e industria!

Perché c’è ancora bisogno di ripetere che internet è il fulcro della più grande rivoluzione culturale dai tempi della stampa?

Nemmeno la radio e la televisione hanno avuto una portata confrontabile, anche perché internet li sta assorbendo nella sua, di rivoluzione.

Vogliamo difendere davvero la libertà di fare cultura? Allora difendiamo, innanzitutto, internet! Uno strumento che permette di creare contenuti in modi mai visti prima e di diffonderli ad una frazione del costo precedente. Questa è libertà di fare cultura!

Sono anni che si continua a perpetrare strumentalmente il malinteso con cui si confonde il contenuto con l’industria destinata a monetizzarlo. La parola con la stampa, la musica con il cd, il film con la pellicola e il DVD. La cultura è una cosa, l’industria culturale un’altra.

La creatività non ha niente a che vedere con il prodotto attraverso cui il creativo viene, giustamente, pagato per il suo genio e il suo impegno. C’è la creatività, il “prodotto culturale” e i canali attraverso cui viene monetizzato: piantatela, per favore, di confonderli per tirare acqua al vostro vecchio mulino.

Il nuovo processo creativo-distributivo abbassa i margini della vecchia industria culturale mentre favorisce una nuova industria distributiva e, con essa, anche l’emergere di nuovi creativi, che sanno meglio interpretare il rapporto esistente tra idea e canale.

In questa nuova equazione culturale la pirateria danneggia sia la nuova che la vecchia industria, sottrae linfa sia ai vecchi che ai nuovi creativi. E’ un nemico comune che la nuova industria di distribuzione dei contenuti (che non sono solo Kultura) affronta in campo aperto, proponendo nuovi modelli distributivi e diverse modalità di ricompensa di tutti gli aventi causa.

La vecchia industria, invece, e i creativi che con essa hanno ormai un rapporto di simbiosi perversa, demonizza internet perché in fondo non la capisce, non la ha mai capita e la odia. Avrebbero voluto morire continuando a contare i soldi dei bollini SIAE, invece devono “discutere di come regolamentare la diffusione di contenuti su internet”, quando in realtà non c’è proprio niente da discutere.

Internet propone costantemente, con centinaia di start-up ognuna delle quali contiene più creatività di quanta se ne sia vista in secoli di storia, nuovi modelli di distribuzione e remunerazione dei contenuti. Alcuni funzionano, altri si estinguono, basta abbracciarli, provarli, testarli, offrirgli delle occasioni e alla fine i conti cominceranno a tornare.

Anche perché se da una parte i posti di lavoro si distruggono è vero che dall’altra internet ne crea centinaia di nuovi, ogni giorno. Solo che la vecchia industria continua a raccogliere più risorse rispetto alla nuova, a ridurre i costi tagliando posti di lavoro per mantenere i profitti, mentre gli investimenti si spostano lentamente verso la nuova industria rallentando una crescita che creerebbe molti più posti di lavoro di quelli che vanno distrutti.

Il problema non è la pirateria, ma come direbbero gli economisti la frizione, il rallentamento, la resistenza, con cui si sta passando dagli atomi ai bit. Chi guadagna producendo e distribuendo atomi continua a far valere le sue rendite di posizione, usa le risorse accumulate in decenni di attività per sfiancare la concorrenza emergente e portare avanti progetti come il SOPA e il PIPA che dietro al pretesto di combattere la pirateria nascondono l’intento di restaurare un potere che sta andando perduto.

L’industria dei bit non è certo composta da santi che fanno beneficenza. Non lo sono i colossi come Facebook che si deve quotare in borsa, non lo è la Apple che interpretando al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie distributive ci rinchiude in gabbie dorate, non lo sono i Venture Capital che finanziano star-up nate più o meno con le migliori intenzioni, ma è innegabile che questo futuro è più bello del passato. Può essere più democratico, più giusto, più equo. Tremendamente più faticoso, è vero, perché la concorrenza sarà sempre più dura, ma un bambino che nasce oggi ha a disposizione molta più cultura e molte più possibilità di quelle che avevamo noi quando siamo nati e questo, in parte, anche grazie ad internet.

E’ incredibile come proprio chi scrive canzoni possa essere così poco in sintonia con il mondo la fuori ;)

ps: sul tema leggere anche BadTaste che sottoscrivo in pieno.

Nasce Edicola Italiana, un unico negozio virtuale per quotidiani e periodici online.

L’editoria perde colpi di fronte all’avanzata del web, a livello non solo italiano ma internazionale? Ecco, allora, che la nostra stampa si organizza per dar vita a un’edicola virtuale per trasferire online l’esperienza tradizionale dell’acquisto di quotidiani e periodici. Lo hanno annunciato ieri Il Sole 24 Ore, L’Espresso, Mondadori e RCS, che in un’alleanza alquanto sui generis hanno deciso di dar vita a un Consorzio cui affidare tale iniziativa, denominata per ora Edicola Italiana.

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La guerra del copyright

Sui recenti fatti di cui abbiamo parlato anche qui su Cineguru, della questione SOPA/PIPA e della chiusura di Megaupload, e più in generale sulla nuova prospettiva che andrebbe data al copyright segnaliamo un bell’articolo su Il Fatto quotidiano da cui è tratta la citazione qui sotto.

Forse però è venuto il momento per tutti di migrare da posizioni cristallizzate (e ormai ventennali) e di muoversi nella direzione della conoscenza, del rispetto degli utenti, dei fruitori dei contenuti e della modernità.

In questi anni i detentori del copyright hanno confuso, in parte consapevolmente, la protezione delle opere audiovisive con la protezione ad oltranza dei relativi canali distributivi, non abbracciando senza remore le opportunità offerte da internet e continuando a imporre, contro la volontà dei propri stessi clienti, dei canali distributivi sempre più lontani dall’uso comune.

Non si può più continuare a confondere un film con il pezzo di plastica su cui si vuole che venga acquistato o una serie tv con Canale 5, ognuno ha diritto al rispetto dei diritti che ha acquisito, ma uno spettatore disposto a pagare ha tutto il diritto di scegliere la piattaforma a lui più congeniale tra quelle esistenti per guardarsi un film o una serie tv. Adeguare l’offerta alla domanda è l’unica soluzione percorribile.

Tassa sui trailer: tra diritto e buon senso, una questione di opportunità

Non so ancora dire fino a che punto SIAE abbia pieno titolo nel richiedere il pagamento di una licenza per pubblicare i trailer cinematografici sui siti internet. Nessuna delle argomentazioni pro o contro mi ha fino ad ora convinto a fondo e quindi continuerò a raccogliere informazioni e pareri e ad ascoltare i diversi punti di vista per cercare di farmi un’idea precisa, pur se considero il punto di diritto del tutto irrilevante ai fini del ragionamento che voglio fare in questa sede.

Vorrei infatti spostare la riflessione in un contesto più ampio per far notare a tutti quanto ogni vincolo o limite alla più libera circolazione dei materiali promozionali e pubblicitari online possa essere controproducente per l’economia nel suo complesso e quanto il danno portato da tali vincoli possa essere in proporzione più grave proprio per la filiera audiovisiva, di cui la SIAE fa parte in nome e per conto degli autori che rappresenta.

Sappiamo tutti quanto la circolazione dei materiali pubblicitari sui media tradizionali sia esclusivamente “a pagamento”. Sono più unici che rari i casi in cui anche solo il frammento di un trailer (o di uno spot) finisce in un telegiornale e la loro presenza al di fuori degli spazi pubblicitari è ridotta al minimo e comunque generalmente ottenuta grazie ad investimenti paralleli in pubblicità. Gli spot non fanno notizia o, meglio, nessuno sui media tradizionali vuole che sia così. Questo, però, non è mai stato vero per internet.

Su internet ogni materiale che “meriti” di circolare ed essere condiviso trova una sua naturale cassa di amplificazione e risonanza attraverso siti di informazione, blog, comunità e, oggi più che mai, i social network. Per la prima volta produttori di beni e servizi, le loro agenzie e i creativi hanno a disposizione un “media” in cui possono sia “pianificare” spazi pubblicitari, pagando per ottenere una visibilità limitata al numero di contatti acquistati, sia “guadagnare” visibilità gratuità, potenzialmente infinita, inventandosi un messaggio che “meriti” l’attenzione della rete.

Per chi lavora sulla rete questa distinzione tra “paid media” e “earned media” è diventata d’uso comune con l’evolversi del cosiddetto marketing virale, ma credo che ancora oggi, nonostante i responsabili marketing siano tutti pronti a vantarsi di averlo utilizzato, non ci sia reale consapevolezza della portata del fenomeno e di quanto la propagazione spontanea stia cambiando le regole stesse della comunicazione, in un processo che, oltre alla creatività, finirà per ridefinire la struttura dell’intero settore pubblicitario ed editoriale.

Senza spingerci oltre in un ragionamento che ci porterebbe troppo lontano vorrei tornare nel merito stretto della questione citando il caso del video pubblicitario che ho inserito a inizio di questo post. Si tratta dello spot Volkswagen della Passat 2012 pianificato durante il Super Bowl di quest’anno. Si è trattato del Super Bowl più seguito di sempre (111 milioni di spettatori medi secondo Nielsen) e a quanto mi risulta il costo per un break pubblicitario da 30″ durante l’evento è di 3 milioni di dollari.

Il filmato, come accade ormai per quasi tutti gli spot trasmessi durante questo evento, caricato su YouTube dalla stessa Volkswagen, già prima della trasmissione aveva totalizzato 14 milioni di visualizzazioni ed è diventato un oggetto dalla dirompente carica virale diffusosi, gratuitamente, in tutto il mondo. Solo le visualizzazioni ottenute sul canale ufficiale sono ad oggi oltre 44 milioni (lo stesso risultato sarebbe costato circa 1 milione di dollari se le valutiamo ai prezzi da Super Bowl). Ma il canale ufficiale è solo uno delle decine di sorgenti video (compreso, ad esempio, il canale italiano su cui ne ha totalizzate 57mila) su cui lo spot era stato caricato e da cui, poi, è stato embeddato e condiviso, attraverso blog, social network e così via.

Penso che si possa tranquillamente stimare che il video abbia raggiunto almeno un numero doppio di visualizzazioni rispetto a quelle ottenute attraverso il canale ufficiale e tutte questo grazie ad una diffusione spontanea che ha coinvolto, gratuitamente, i blog che ne hanno parlato, le comunità in cui è stato segnalato e i social network in cui tutto questo è stato condiviso. Un circolo virtoso dal quale i brand hanno solo e soltando da guadagnare, in grado di moltiplicare teoricamente all’infinito la penetrazione di un investimento d’avvio.

Certo, serve e servirà sempre anche l’investimento iniziale. Al minimo per produrre il messaggio ma anche per diffonderlo visto che non tutti i materiali promozionali hanno qualità tali da meritarsi visibilità, ma comunque sia internet funziona, ad oggi, da volano per la distribuzione di questi contenuti, moltiplicando il ritorno sull’investimento necessario a produrli e a dargli la diffusione d’avvio attraverso i media tradizionali.

Si tratta di un meccanismo di cui beneficia ormai ogni categoria di prodotto ma che ha la sua massima espressione proprio con i trailer cinematografici che sono virali per natura. Mentre la pubblicità di prodotti tradizionali deve fare spesso un grande sforzo per diventare coinvolgente (… Advertising is more about making memorable moments than exposing a product …), per trasformarsi da un messaggio che vende un prodotto a messaggio che coinvolge il pubblico raccontando una storia, il trailer cinematografico è già storia, è già emozione ed è quindi già intimamente in contatto con il suo pubblico di riferimento.

A questo punto, avendo a disposizione qualcosa che è in grado di moltiplicare X2 o X3 o X10 il ritorno di un investimento pubblicitario, con benefici per tutti perché il sistema dovrebbe inserire un qualsiasi vincolo che ne vada a limitare il fattore di moltiplicazione?

Rientrando nella questione dei trailer e della SIAE, anche se si arrivasse a richiedere la sottoscrizione di una licenza gratuita, penso che il danno maggiore deriverebbe dall’aver imposto una briglia ad un meccanismo di moltiplicazione che oggi ha un’equazione costituita solo da fattori d’amplificazione e, domani, potrebbe avere invece un limite imposto dalla quantità di “nodi” della rete che avendo una licenza possono, nella legalità, rilanciare un determinato contenuto.

Con questo ragionamento non voglio contestare il fatto che la SIAE abbia sollevato un pretesa, che tra l’altro scaturisce anche da un obbligo nei confronti dei suoi mandatari, ma invitare tutti a una riflessione sull’opportunità di inserire in un sistema di cui beneficia tutta la filiera audiovisiva (maggior ritorno sull’investimento vuol dire anche maggiore voglia di produrre materiali promozionali e quindi più lavoro per gli autori) un vincolo che giudichiamo anacronistico non per una qualche forma di idealismo, ma semplicemente perché dannoso.

Queste riflessioni hanno assunto per me un significato ancora maggiore alla luce delle recenti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, che pone l’accento sulla “necessità di sviluppare un sano e robusto contesto per la remunerazione dei creatori di opere dell’ingegno” (via PI) rispetto all’ossessione per la difesa al diritto d’autore.

Prendersela con i trailer non aiuterà in nessun modo la filiera audiovisiva, mentre è proprio dalla collaborazione con la rete e dalla chiara distinzione tra cosa serve a promuove un bene o servizio ed quindi bene che circoli al meglio e cosa merita una remunerazione per tutti gli aventi causa che si può pensare di ricreare quel contesto e, soprattutto, un modello economico e tecnico tale da compensare produttori e autori per lo sfruttamento delle loro opere.

La priorità deve essere ristrutturare il sistema d’offerta audiovisiva accettando una volta per tutte che internet è il media definitivo, con a valle televisori, dispositivi mobili, web e tutto il resto -da cui resta fuori solo l’inattaccabile specifico delle sale cinematografiche- e un’infinità di opportunità commerciale per lo sfruttamento delle opere ed è su questo su cui bisognerebbe concentrare risorse, intelligenza e creatività.

Lasciate liberi i trailer e potremmo goderci ancora cose come questa qui sotto, che portano tanta gente al cinema!

 

Little Thor è un filmato virale realizzato dalla Marvel due mesi dopo lo spot Passat che ha ottenuto oltre 2,5 milioni di visualizzazioni solo sul suo canale ufficiale.

AssoWide, i siti di cinema e non solo si uniscono in una associazione

Una nuova associazione è nata proprio in questi giorni, qualcosa di totalmente inedito per il panorama italiano. Sto parlando della prima organizzazione che riunisce i principali siti di cinema e le principali piattaforme internet di intrattenimento, con l’intenzione di svolgere un ruolo da interlocutore in un mondo che offre varietà sempre più vaste e differenti nel campo dell’entertainment.

Si tratta di AssoWide, ed ecco il comunicato stampa che illustra anche gli obiettivi dell’associazione:

Roma, 25 novembre 2011

Su iniziativa di alcune delle più rappresentative aziende del settore è nata oggi AssoWide, l’Associazione Italiana Web e altre piattaforme multimediali dedicate all’intrattenimento.

AssoWide nasce con l’obiettivo di promuovere, far crescere, qualificare e tutelare tutte le multiformi realtà che, sul Web e sulle nuove piattaforme multimediali, si occupino, a vario titolo, di intrattenimento, dal cinema ai videogiochi. Si propone quindi come interlocutore delle aziende, dei loro rappresentanti e delle istituzioni del settore, per lo sviluppo di un dialogo costruttivo sulle opportunità offerte da Internet all’industria dell’intrattenimento e agli autori che ne sono fondamento.

AssoWide si contraddistingue perché, pur nascendo dallo slancio di alcune aziende del settore, vuole estendere la propria rappresentanza ben oltre l’ambito delle sole realtà commerciali, facendosi interprete anche del punto di vista e delle esigenze di singoli “blogger” e dei privati che, anche solo per hobby, si trovino a gestire iniziative legate all’oggetto sociale.

Il Presidente e il Consiglio direttivo eletto in rappresentanza dell’associazione – Camillo Morganti (Zapster/Cinetrailer), Alessandro Bottai (Tix Production), Davide Dellacasa (ScreenWeek/Episode39), Luca Persichetti (Multiplayer.it/Movieplayer.it) e Silvio Sosio (Delos Books) – lavoreranno da oggi per portare il contributo dell’associazione alla soluzione di questioni aperte e centrali per il settore e in generale per sostenere una costruttiva partecipazione di tutti i soggetti interessati allo sviluppo armonico e proficuo del mercato di riferimento.

Rappresentando un mondo tecnologicamente complesso e estremamente variegato che, per mancanza di comprensione e opere di semplificazione eccessiva, viene accusato costantemente di non conoscere regole, AssoWide vuole proporre con forza il punto di vista di chi, spesso senza il formale riconoscimento della sua rilevanza, contribuisce ormai in modo determinante alla crescita delle industrie del settore, attraverso la propria opera quotidiana di alimentazione di uno dei migliori strumenti di promozione di sempre, in cui incontrare il proprio pubblico di riferimento con un’efficacia e una possibilità di feedback ineguagliati da altri media.

SOCI FONDATORI DI ASSOWIDE: 35mm.it; BadTaste.it; Biglietto.it; Delos Books (fantascienza.com, fantasymagazine.it, horrormagazine.it, thrillermagazine.it); FilmFilm.it; Gdr-online.com; Horror.it/Urban-Fantasy.it; iVid.it; Multiplayer.it/Movieplayer.it; Nexta/Film.it; Preview Networks; Primissima.it; Radiocinema; Screenweek.it/Episode39.it; Splattercontainer.com; Tix Production/Cinemaz/ZonaCinema; Zapster/Cinetrailer.

Il ritorno della SIAE – Lo Zombie che voleva tassare il web

In questi giorni su internet è facile imbattersi nel trailer di un brutto film, che si trascina dietro un pessimo passaparola. Da quel che si intende la trama della pellicola, è più o meno la seguente. La SIAE ha deciso di imporre ai siti internet una licenza che li obbligherebbe a pagare un minimo di 1.800 Euro l’anno per pubblicare sulle proprie pagine fino a 30 trailer al mese, anche nel caso in cui questi trailer siano “embeddati” (ovvero “incastonati”) a partire da un sito che a sua volta paga la licenza per lo stesso motivo.

La questione dal punto di vista giuridico è parecchio intricata, tanto che anche molti addetti ai lavori delle produzioni e distribuzioni e dei loro uffici stampa non hanno ben chiaro che diritti venga a rivendicare la SIAE sui loro messaggi pubblicitari e a quale titolo, e nemmeno che loro stessi pagano una licenza per poter mettere i video sui loro stessi siti istituzionali.

L’intrico nasce dal fatto che al contrario di quanto hanno scritto molti non c’è alcuna legge che imponga una tassa sui trailer su internet. C’è, invece, la precisa volontà della SIAE di proseguire lungo una strada che percorre da tempo, ovvero quella di tentare di risanare i suoi disastrosi bilanci invadendo ogni ambito in cui la presenza di musica offra il minimo appiglio per estendere la sua influenza e, soprattutto, le sue pretese economiche.

Questo ulteriore tentativo di estensione, che ci auguriamo venga stroncato sul nascere per decine di motivi che ne rendono molto labili le basi, apre però spazio ad uno scenario molto più inquietante, che culmina con l’imposizione di quella che finirebbe col diventare una tassa su tutti i siti internet.

Molti hanno puntato l’attenzione sui 450 Euro a trimestre (1.800 Euro l’anno) richiesti per pubblicare fino a 30 trailer, dimenticando di evidenziare che fino a 30 trailer vuol dire che basta pubblicarne uno per dover pagare il balzello. Inoltre i 1.800 Euro mensili sono un acconto su quanto sarà effettivamente dovuto a fine anno, e il conto finale sarà fatto in proporzione al fatturato pubblicitario del sito.

Prendiamo quindi il caso di un sito con milioni di pagine fitte di testo (che sappiamo bene essere l’unico e solo fattore in grado di portare davvero traffico ad un sito internet), che magari fatturi svariati fantastilioni di Euro grazie ai miliardi di impression che produce. Ecco se per caso si dovessero sbagliare e pubblicare un trailer, oppure se un trailer dovesse arrivare loro sotto forma di pubblicità o, chissà, se qualche utente potesse inserirne uno nei commenti o in un forum, ecco che quel sito dovrebbe pagare chissà quanti Euro per la licenza SIAE.

All’opposto un ragazzino con il suo blog personale, che magari non frequentano nemmeno i suoi amici e con cui lui non tira su nemmeno i soldi per una pizza grazie a Google AdSense, potrebbe, solo per aver pubblicato un trailer, magari uno di quelli con una paio di secondi di musica soltanto, scoprirsi in debito con la SIAE al minimo, appunto di 1.800 Euro.

Attenzione poi ad un’aspetto importante. Oggi l’attenzione è puntata sui trailer, cioè su prodotti pubblicitari derivati da un film che qualcuno con un notevole conflitto di interessi in proposito ha arbitrariamente deciso essere degni di tutela tanto quanto il film da cui derivano. Però in questi ultimi anni, grazie alla facilità di circolazione dei video su internet, abbiamo assistito ad un fiorire e moltiplicarsi di trailer di ogni tipo, dedicati ai videogiochi, alle serie tv, agli pneumatici, alla pasta e fino anche al prodotto meno cinematografico di sempre, il libro, con booktrailer che hanno fatto discutere in più di un occasione.

Gli effetti di quella che verrebbe ad essere una vera e propria tassa su internet tutta, ma solo per gli operatori professionali e non del settore in Italia, sarebbero ovviamente devastanti. Intanto perché si tratterebbe di un’invenzione tutta italiana, che creerebbe un ulteriore svantaggio competitivo per le nostre aziende del settore (che già hanno a che fare con uno dei paesi più arretrati in merito), ma anche perché finirebbe per avere ricadute su tutta una serie di settori correlati, come ad esempio quello della produzione di video stessi e alla fin fine, direttamente o indirettamente anche sugli autori stessi che SIAE teoricamente tutela. Bisogna considerare infatti che il cinema (e quindi la SIAE stessa che, non dimentichiamolo, su ogni biglietto venduto e ogni DVD acquistato) vedrebbe drasticamente ridimensionata una delle sue leve promozionali non solo più importanti, ma anche assolutamente gratuita.

In rete si sentono ogni genere di proteste e proposte, a cominciare da chi ha tolto i trailer a chi invece propone di pubblicarli muti, e l’occasione offre più di uno spunto per chi giustamente invita a riflettere sul ruolo della SIAE e sulle ragioni per cui pretende denari che poi redistribuisce (quando lo fa) con criteri incomprensibili alla gran parte degli autori stessi che dovrebbe rappresentare.

L’augurio, proprio per questo, è che la riflessione si allarghi ben oltre l’ambito dei trailer cinematografici su internet e offra l’occasione, in un momento di crisi globale, per spazzare via le zavorre che per tutelare gli interessi di alcuni morti viventi, tengono a terra i sogni e le aspirazioni di un’intera generazione che grazie ad internet e all’economia che ne deriva avrebbe l’occasione, come in altri paesi, di prendere finalmente il volo.

All’opposto il volo lo prenderemo tutti, ma per andare a lavorare altrove.

Arriva la rivoluzione Disney Studio All Access

Fino a qualche anno fa quando un film usciva dalle sale cinematografiche lo spettatore aveva solo due possibilità per rivederlo: comprarsi la Vhs oppure aspettare un passaggio televisivo (ai tempi capitava che un film venisse trasmesso in tv, ormai una rarità!).

Poi sono arrivati i Dvd, e le cose fondamentalmente sono rimaste immutate perché si trattava in ogni caso di un altro supporto fisico ed in seguito non cambiò nulla nemmeno con il Blu-ray.

Da quando esistono alcune possibilità di visione che permettono di vedere una pellicola senza averla su un supporto fisico, le cose invece sono effettivamente cambiate. Lo streaming digitale sta diventando sempre più frequente e il mercato dell’home entertainment è in continua evoluzione e segue (ed insegue) l’arrivo di tecnologie sempre più nuove, facili da usare e accessibili da ogni luogo.

Walt Disney è ormai da anni alla ricerca di una soluzione per venire incontro ai propri consumatori e finalmente sta per lanciare  Disney Studio All Access, conosciuto anche come DSAA. Tempo fa avevamo parlato di Keychest, una tecnologia di video-on-demand che Disney (ma anche Apple, Amazon e Google) stava sviluppando per creare un collegamento tra gli archivi di contenuti in modo da permettere, una volta acquistato un film in uno di essi, l’accesso a tali contenuti da qualsiasi store (altri studios come Fox, Paramount Pictures, Sony, Warner Bros stanno invece elaborando la tecnologia dell’UltraViolet, che potete scoprire qui).

dsaa-140x160Nel 2009 Disney aveva parlato di Keychest e dopo avergli dato un nome in una conferenza con gli investitori a febbraio, appunto DSAA, non l’ha più menzionata fino ai giorni attuali, quando ha lanciato il sito ufficiale in cui è possibile vedere un teaser trailer di spiegazione (non dice molto, ma potete vederlo a questo link).

Si tratta quindi di un nuovo servizio che permetterà agli utenti di pagare un solo prezzo per un film per poi poterne usufruire in tutti i formati. Così si avrà non solo una copia blu-ray, ma anche quella per l ’iPad, l’abilità di vederlo on demand o sul proprio cellulare, e tante altre.

Non ci sono attualmente molti dettagli ma a breve se ne dovrebbe sapere di più su Disney Studio All Access, e noi vi aggiorneremo.

Il futuro dei fumetti in un embed?

Un nuovo sito permette di sfogliare fumetti, vederli su qualunque device, tablet compresi, e persino di embeddarli sul proprio sito/blog.

Alcuni ovviamente sono gratis per provare il servizio, altri a pagamento. Il tutto è ovviamente condito con abbondante salsa social.

E’ questo il futuro dei Comics?