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Il futuro delle sale tra le sperimentazioni made in USA e gli arabeschi decisionali del cinema italiano

Mentre negli Stati Uniti le Major sperimentano opzioni di ridefinizione dei rapporti tra cinema e streaming che potrebbero portare alla definizione della nuova normalità, in Italia si attende immobili all’ombra dei ristori

L’idea che abbiamo dell’“americano medio” tende ad essere binaria: ON/OFF, 0 1, like/dislike, ovviamente ignorando le sconfinate praterie tipologiche che ci stanno in mezzo. Bisogna però dare atto a “gli americani” (se mai fosse fondato ricondurli ad un monolitico idealtipo) di essere pragmatici a sufficienza da riuscire a “cambiare status”, anche velocemente, per risolvere un problema. Corro verso un muro, prendo una capocciata, mi lamento, torno indietro, riparto, provo (questa volta) ad azzeccare la porta. Fuori.

In Italia saremmo (siamo) ancora in pieno dibattito sul perché quel muro sia così duro, sul posizionamento della porta (o della finestra, ma ci arriveremo), su perché mai uno debba cambiare traiettoria… e saremmo (siamo) ancora lì, in mezzo alla stanza, con la testa dolorante.

Insomma, non faremmo nulla per smentire Ennio Flaiano quando, dall’alto della sua genialità, sosteneva che “in Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco”. E vale sia sotto il profilo comportamentale sia a livello normativo.

Le recenti vicende dell’industria audiovisiva nello scenario pandemico sono piuttosto eloquenti, in particolare in merito a come si sono relazionati le major da una parte e gli esercenti dall’altra.

In principio (marzo 2020) fu l’uscita diretta su piattaforma di alcuni titoli Universal Pictures e l’anatema degli esercenti (per voce della NATO, qui intesa come National Association of Theater Owners, nulla di militare) che suonava più o meno come “ce lo ricorderemo!”. Testa sanguinante in mezzo alla stanza.

Passa il tempo, sale (parzialmente) chiuse (USA), incassi domestici che comunque languono, conseguenti rimbalzi delle uscite, distribuzioni dirette su piattaforma (propria – Disney – e/o di terzi).

Ed ecco spuntare l’accordo fra la catena AMC ed Universal Pictures, con contrazione a 17 giorni della finestra theatrical e revenue sharing sui successivi noleggi da piattaforma. AMC arriva all’accordo in condizioni di grande debolezza; erano (sono?) a rischio bancarotta, ma, a distanza di tempo, parlano di saldo attivo. Ed il modello si estende a Cinemark, replicando un meccanismo simile, cui si aggiunge la clausola che i film che raggiungeranno i 50 milioni di dollari di incassi nel primo weekend di programmazione potranno restare in sala più a lungo (31 giorni anziché 17).

E siamo a qualche giorno fa, con l’annuncio di WarnerMedia in merito all’uscita di Wonder Woman 1984 nelle sale statunitensi per il 25 dicembre sia in sala sia sulla propria piattaforma HBO Max (senza costi aggiuntivi, come accadrà per Soul… che però non andrà in sala), per un mese, poi esclusiva sala.

Insomma, nella testa “binaria” degli americani la questione era:

  • (WarnerMedia) Wonder Woman 1984 esclusivamente in sala con incassi al 30% del potenziale 👎 DISLIKE
  • (Esercenti USA) Wonder Woman 1984 esclusivamente su piattaforma 👎 DISLIKE
  • (WarnerMedia) Wonder Woman 1984 in sala con pochi incassi e su HBO max a tirar su abbonati 👍 LIKE
  • (Esercenti USA) Wonder Woman 1984 (anche) in sala a Natale e dopo un mese in esclusiva 👍 LIKE

Inutile ricordare che nel mese di marzo in Italia (in occasione della prima deroga per il riconoscimento dei finanziamenti statali normalmente subordinati all’uscita in sala, anche ai film proposti direttamente su piattaforma) si discusse di possibili meccanismi di revenue sharing per gli esercenti (per intenderci, qualcosa di simile all’accordo poi siglato da AMC ed Universal), ma non se ne fece nulla.

Non se ne è fatto nulla nemmeno in occasione della seconda deroga (in corso).

Vabbè, ma hanno promesso i “ristori”.

I film italiani “di Natale” andranno (quasi) sicuramente in piattaforma, senza alcun meccanismo di revenue sharing con le sale.

E’ probabile che altri titoli internazionali vadano direttamente su piattaforma, senza alcun meccanismo di revenue sharing con le sale.

Molti salutano come un atto di resistenza il fatto che titoli come Diabolik o il film di Verdone attenderanno (dicunt) l’uscita in sala, ma questo significa che attenderanno un periodo nel quale le sale potranno performare almeno al 70% del loro potenziale (autunno 2021?) e che, alla prossima riapertura, NON ci saranno film larghi, né stranieri né italiani (scena già vista, vero?).

L’avvenuta normazione delle finestre per i film italiani (e le mancate deroghe a questi aspetti) introduce peraltro vincoli paradossali. Se un film italiano “largo” (poniamo Freaks Out) volesse rischiare l’uscita in sala nelle settimane immediatamente successive alla prossima riapertura, avrebbe la certezza di incassare meno della metà del suo potenziale (e sono ottimista). Al tempo stesso, per “rifarsi” almeno parzialmente in piattaforma, dovrà aspettare oltre 3 mesi (dissipando completamente anche quanto investito in comunicazione). Va bene auspicare il coraggio altrui, ma il coraggio va aiutato…

Non affrontare la revisione (temporanea) del meccanismo delle finestre, ipotesi di distribuzione ibrida e di revenue sharing, lascia aperte solo due strade:

  • Piattaforma subito (e nulla agli esercenti)
  • Sala fra un anno circa (e in mezzo quasi nulla per gli esercenti)

Gli americani sono dei semplicioni.

Gli americani ne usciranno prima di noi.

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