Non è un omaggio a John Lennon ma l’atto di protesta scelto da Wikipedia contro due disegni di legge pendenti al Parlamento statunitense, meglio conosciuti come SOPA – Stop Online Piracy Act e PIPA – Protect IP Act, volti a stabilire norme estremamente severe contro la violazione del copyright in Rete. Oggi è il giorno scelto non solo dall’enciclopedia partecipata, ma da centinaia di siti Internet per esprimere il proprio dissenso con diverse forme di contestazione e autocensura. Google alla fine non ha scioperato, ma aggiungerà al logo una grossa barra nera e un link che rimanda a una pagina dedicata alla petizione per fermare la legge e un’infografica che ne ripercorre i vari passaggi. Bloccare il più importante portale di ricerca al mondo sarebbe stato un ottimo modo per dare un’idea immediata di cosa significherebbe non avere più a propria disposizione quell’enorme bacino di conoscenza che è il web, ed è questo il tema scelto invece dalla versione inglese di Wikipedia, che oggi si è dichiarata “blacked out”.

 


Ma quali sono le implicazioni di questi due disegni di legge? La questione ha avuto eco mondiale dopo che la Casa Bianca ha reso noto (vedi il sito) che non sosterrà alcuna legislazione che riduca la libertà di espressione, aumenti i rischi per la cybersecurity o mini alle basi la capacità di Internet di essere uno strumento globale, dinamico e innovativo; ma anche dopo che il tycoon dell’infotainment Rupert Murdoch ha attaccato su  Twitter lo stesso Obama e tutte le compagnie della Silicon Valley accusandole di “puro furto”. In realtà l’iter del testo normativo è cominciato da mesi e non smette di suscitare scontri aperti tra i suoi sostenitori, cioè la maggior parte delle industrie del settore dei media – da quelle attive nel campo musicale a quello cinematografico e dell’informazione – e i suoi detrattori, come Google, Facebook, Wikipedia ma anche innumerevoli organizzazioni per la difesa dei diritti umani e associazioni preoccupate di preservare la libertà di espressione sul web, che vedono minacciata da un atto in cui sono previsti poteri straordinari di filtraggio e oscuramento dei contenuti online.

Come vi abbiamo già riassunto a fine novembre (vai all’articolo), quando la compagnia di Palo Alto, i social network e altri grandi player del web come eBay hanno inviato un’apposita lettera congiunta al Congresso americano, e come bene riassume l’infografica preparata dal sito AmericanCensorship.org, sono vari i punti più controversi della proposta di legge. Il primo, consiste nel notevole ampliamento dei poteri del Dipartimento di Giustizia nei confronti dei siti esteri ritenuti colpevoli di violazione delle norme sul diritto d’autore, che darebbe allo Stato la facoltà di bloccare non solo i domini .com ma anche quelli su cui in teoria non si estenderebbe la giurisdizione americana. La misura sembra aver incontrato anche l’opposizione del Parlamento Europeo, che nei giorni del divampare del dibattito ha ribadito in una risoluzione la necessità di tutelare l’integrità di Internet a livello globale impedendo azioni unilaterali in grado di bloccare i domini o gli indirizzi IP; più in generale, gli oppositori del SOPA la abbinano ai filtri DNS già utilizzati dai regimi autoritari come Iran, Cina e Siria.

C’è poi la responsabilità di bloccare i contenuti lesivi, attribuita ai provider e ai portali web: siti come Google e YouTube dovrebbero realizzare a proprie spese e a propria discrezione un monitoraggio continuo e costante di ciò che i loro utenti caricano e scambiano online, bloccando tutto il materiale che, dal loro punto di vista, infrange il copyright di terzi. Oltre all’onere economico di un tale obbligo, si contesta il potere decisionale e censorio attribuito a questi soggetti, che oltre ad essere pericoloso per la privacy degli utenti, porterebbe quasi certamente all’autocensura dei siti in questione per evitare di incappare in conseguenze legali. Sarebbe un deciso cambiamento di rotta rispetto a oggi (vedi il caso Viacom vs. Google), in cui portali come YouTube hanno solo l’onere di provvedere alla pronta rimozione dei contenuti che violano il diritto d’autore una volta ricevuta la segnalazione dai legittimi proprietari, ma non prima in base a un’autonoma quanto dubbia presunzione di reato. La gravità di questa previsione di legge aumenta se si considera la vaghezza della definizione di “contenuto lesivo” e di sito malevolo: secondo alcuni esperti, le maglie del testo normativo sarebbero così ampie che potrebbero arrivare a includere anche i materiali condivisi con i propri amici sui social network o addirittura scambiati via mail, con effetti pesantissimi per ogni web surfer.

 

L’orientamento principale sembra quello secondo cui leggi così stringenti non verranno approvate dai legislatori statunitensi nonostante godano del sostegno della maggior parte dei colossi mediatici, secondo cui l’urgenza di bloccare la pirateria di contenuti audio e video dovrebbe prevalere rispetto alle preoccupazioni riguardo alla libertà di Internet. La Rete però oggi sciopera, e sembra piuttosto certo che la sua voce non rimarrà inascoltata.