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Cineguru Matinée #19

L'importanza degli amici e degli adattamenti, le magnifiche 7 piattaforme di streaming (e device) in un futuro diviso tra contenuto e contesto in questo Cineguru Matinée numero 19.

Buongiorno e buona domenica. Comincio questo appuntamento numero 19 del mio matinée partendo da una notizia di questi ultimi giorni che penso si meriti una menzione nella storia del rapporto tra produttori/distributori di contenuti e la rete, in particolare i social.

Angeli e Apostoli

La menzione se la merita la vicenda dell’adattamento italiano realizzato da Netflix di Neon Genesis Evangelion. Dopo una lunga attesa -l’annuncio della prossima disponibilità su Netflix dell’anime fu accolto con grande trepidazione- la serie e i due film di Hideaki Anno sono sbarcati sulla piattaforma di streaming il 21 giugno. Sono bastate poche ore e Netflix è stata travolta da una cosiddetta shitstorm di lamentele del pubblico per l’adattamento italiano dell’opera. I social di Netflix hanno reagito alla crisi facendo finta di niente, con il primo Tweet scherzoso sull’argomento che montava come una valanga e commenti che auguravano atroci sofferenze al management di Netflix e soprattutto al responsabile di questo e tanti altri adattamenti a dir poco “discutibili” (e in parte già discussi). Il miglior articolo sulla storia di questa infelice “traduzione”, dimostrazione che si può fare giornalismo anche in questo ambito, lo ha realizzato dopo qualche giorno Giammaria Tammaro per La Stampa (per i non abbonati a La Stampa si può leggere su Dagospia). L’articolo non sarà stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma sicuramente ha svelato dei retroscena che fanno sospettare una certa superficialità nella gestione dell’intera operazione di adattamento di cui qualcuno, con tutto questo rumore, si deve essere accorto, tanto che il giorno dopo è arrivata dagli account ufficiali di Netflix la prima, unica e drastica reazione alle lamentele del pubblico: l’adattamento italiano è stato ritirato e sarà rivisto in vista di una nuova messa online della serie.

Il post di Netflix che annuncia la rimozione di Neon Genesis Evangelion

Questa comunicazione è stata accolta con grande entusiasmo da parte di tutti e ha fatto guadagnare a Netflix un plauso quasi unanime per aver “ascoltato il suo pubblico”, quando forse più che ascoltare il pubblico, più prosaicamente, tutto il rumore suscitato deve aver attirato l’attenzione di qualcuno, mi sono immaginato la scena un po’ come l’occhio di Sauron che improvvisamente punta il nostro paese, che si è reso conto di quanto fosse stata pubblicata una cosa indifendibile, da far sembrare gli adattamenti delle compagnie aeree di decenni fa dei veri capolavori. Ma che sia stata semplicemente un richiamo di attenzione o un sincero “ascolto del pubblico”, il tutto costituisce un precedente con cui tutti finiranno per confrontarsi in futuro, mi auguro con senso della misura, e che rischia di andare anche oltre il lecito quando si fa confusione tra un adattamento oggettivamente fatto male e una scelta artistica (o commerciale, come sono spesso alcune scelte di doppiaggio), come ben detto d Luca Liguori in un suo post di commento alla vicenda che vi invito a leggere per intero oltre la parte citata qui sotto.

Se pensate che protestare contro quello che reputate un cattivo doppiaggio/adattamento/traduzione sia la stessa cosa che protestare con l’autore per le scelte artistiche che ha fatto sulla sia opera, continuate pure. Ma io direi che non avete capito proprio nulla di quello che guardate. E che quindi un pochitto di apostoli sono gli ultimi dei vostri problemi.

Luca Liguori

Lo streaming sta per diventare molto costoso

Il giorno prima della messa online di Neo Genesis Evangelion Netflix aveva aumentato anche in Italia, dopo averlo fatto in altri paesi, il costo dei propri abbonamenti. Un comportamento, quello degli aumenti dei prezzi degli abbonamenti, che diventerà un’abitudine a mano a mano che la piattaforma testa l’elasticità della sua domanda al prezzo alla ricerca del proprio equilibrio economico.

I nuovi prezzi di Netflix in Italia

Come osserva questo interessante articolo di The Guardian però il problema nel prossimo futuro per il consumatore (e nel medio per gli operatori) non è certo l’aumento del costo dell’abbonamento della singola piattaforma quanto la moltiplicazione delle piattaforme stesse. Lo spunto per l’articolo viene offerto dalla notizia che uno degli show più importanti per Netflix negli USA, The Office che sembra pesare per oltre il 7% delle view totali della piattaforma, subirà la stessa sorte di molte altre properties i cui diritti stanno tornando in capo ai relativi produttori, nello specifico a NBCUniversal che aprirà presto la sua piattaforma. Partendo da questa semplice constatazione l’articolo di The Guardian fa un passo ulteriore e molto interessante quando dice che:

[…] we should all remember that this content war is hinged upon a fundamental misunderstanding of viewing habits. Netflix didn’t become a monster because people wanted to watch a specific show; it became a monster because people wanted to watch everything. When its streaming platform launched, people were spending more than £15 just to watch a single season of a show on DVD. So to be able to watch every season of a show – and every season of hundreds of others of shows – for a fiver a month was revolutionary. The whole point of Netflix was that it was a relatively affordable bucket that contained an awful lot of television. That’s why people liked it. That’s why so many people subscribed and continue to subscribe. To pretend otherwise is to miss the point

Insomma secondo l’autore del pezzo tutta questa corsa degli operatori all’apertura delle piattaforme sarebbe basata su un grosso malinteso destinato a scontrarsi con una dura realtà:

There’s a huge difference between not being able to watch everything because there’s too much choice and not being able to watch everything because you don’t have enough money.

Si tratta di un fenomeno di cui abbiamo già discusso più volte, la subscription fatigue, quell’affaticamento da troppi abbonamenti che abbiamo già detto spingerà sicuramente alla concentrazione dei vari servizi in bundle e che segnerà anche l’affermarsi dell’altro modello, alternativo allo SVOD, dell’AVOD ovvero dell’offerta in streaming basata su advertising. Tra l’altro una recente infografica di Statista portava l’attenzione su quanto, nonostante in questo momento l’attenzione di tutti sia sugli abbonamenti e quindi sulla crescita dei servizi di streaming a pagamento e sulla decrescita delle pay tv, il cosiddetto cord cutting, l’accesso al media continui ad essere prevalentemente gratis.

Streaming wars: software e hardware

Qui in Italia, dove gli apparecchi esterni connessi ai televisori sono rari a (se non consideriamo i decoder di Sky) siamo spesso portati a dimenticarci che i device connessi tra rete e televisore (spesso anche a Smart TV che ne potrebbero anche fare a meno) sono uno degli altri fronti su cui si combattono le guerre dello streaming. I device, che tra l’altro potrebbero avere un ruolo determinante in futuro proprio come “veicolo” attraverso cui realizzare dei bundle, sono un terreno dominato fino ad ora da un operatore del tutto sconosciuto nel nostro paese, Roku, che è ormai tallonato in un testa a testa con il Fire TV di Amazon che è invece disponibile anche nel nostro paese, seguito da Google, Apple e altri operatori.

Quote di mercato degli streaming device negli USA

La battaglia in questo ambito è destinata a farsi sempre più serrata e competitiva, appunto, anche nei confronti delle Smart TV, mentre sembra che Apple non ci punti più tanto avendo di fatto smaterializzato la sua Apple TV in una App che punta a una sempre maggiore diffusione anche su device di terzi.

I Magnifici 7 (Servizi di Streaming)

Jim Cramer, il presentatore di Mad Money, durante la trasmissione della CNBC ha fatto qualche giorno fa la sua personale classifica dei servizi di streaming , mettendoli in un ordine tutt’altro che scontato anche se non strettamente legato al servizio ma piuttosto alle aziende che li stanno realizzando. La sua classifica è questa:

  1. Disney (come insieme di Disney+, Hulu, ESPN+)
  2. Netflix
  3. WarnerMedia
  4. Amazon Prime
  5. NBCUniversal
  6. Apple
  7. CBS (All-Access, Showtime)

Le motivazioni per cui gli operatori sono stati messi in quest’ordine sono condivisibili anche se è innegabile che operatori come Amazon ed Apple potrebbero essere stati sottovalutati. Amazon è sempre una realtà molto più complessa di quanto si possa percepire a prima vista e certo nel suo caso non si può e non si deve valutare soltanto i numeri di Amazon Prime. Anche la posizione di Apple, basata sulla considerazione che “Again, content is king and we have no idea yet if their content will be any good,” potrebbe sottovalutare la capacità dell’azienda di Cupertino di essere in posizione davvero privilegiata per offrire i servizi di bundling di cui sopra. Ancora, personalmente sono convinto che per quanto Disney e Netflix siano al momento i campioni di battere (uno per i contenuti, l’altro per il vantaggio di essere stato il first mover e aver costruito un brand), WarnerMedia e NBCUniversal siano strumentali in una partita diversa, quella tra AT&T e Comcast, e Apple e Amazon rivaleggino in un’altra competizione ancora, che è quella della valorizzazione del contesto, ecosistemi di prodotti e servizi, in cui il contenuto è importante ma non determinante. Tra le due Apple ha forse qualcosa in più, ma bisogna vedere che possibilità avrà di far funzionare un modello alla Apple News, che non sta funzionando, anche intorno ai servizi TV.

In tutto questo poco importa che gli executive di Netflix dicano che non vedono ancora nessuna concreta minaccia alla loro leadership, anche perché da un giorno all’altro potrebbero non essere più executive di Netflix ma Disney+, mentre comunque la borsa continua a reagire bene alle mosse di Disney, nonostante il rientro a casa di tantissime proprietà intellettuali comprometta, come ampiamente previsto e preannunciato, i risultati di breve periodo.

Content is King, Context is Queen

All’inizio su internet era tutto un dire che Content is King e la ragione di questo “vecchio” adagio ripetuto fino alla nausea -perché comunque vero- trova il suo fondamento in un articolo di Bill Gates del 1996 che iniziava con un chiarissimo e lungimirante:

Content is where I expect much of the real money will be made on the Internet, just as it was in broadcasting.

Bill Gates

Negli anni successivi, quelli del dominio di Google, della ricerca e del SEO e ancor più negli anni recenti, quelle del prevalere del social media, è sembrato ad un certo punto che il contesto avesse preso il sopravvento. Non era più il contenuto ad attrarre sul canale, ma il canale sembrava prevalere e quindi poteva proporre qualsiasi contenuto e farlo affermare ed è quindi nata la risposta Context is Queen, una affermazione che trova la sua conferma nella sensazione che si può provare navigando su YouTube o spolliciando le timeline di Facebook e Instagram. L’esperienza è spolliciare ma non è certo basata sulla rilevanza del singolo contenuto osservato.

Se volessimo azzardare però la definizione di una regola generale dovrebbe essere evidente che maggiore è il valore valore marginale di un contenuto, più il contenuto diventa importante rispetto al contesto, mentre all’opposto quando il valore marginale di un contenuto è infinitesimo, tendente allo zero, risulta prevalere il contesto. Volendo semplificare con un esempio l’ultima stagione di Game of Thrones ha un valore percepito tale che se la HBO avesse avuto il modo di rendere possibile la visione delle ultime puntate soltanto su dei televisori degli anni 80 collegati a videoregistratori e facendoci comprare delle videocassette milioni di persone si sarebbero adeguate, fregandosene del contesto più comodo. Viceversa le “storie” di alcuni influencer anche molto noti e famosi sono rilevanti solo perché si trovano all’interno di un contesto, ad esempio le Stories di Instagram, sono contenuti di inciampo, casuali in cui prevale il contesto.

Questa è la ragione per cui le guerre dello streaming si stanno combattendo soprattutto sul terreno dei contenuti e gli investimenti si sono spostati ormai da tempo sul fronte del contenuto originale. Nella sempre più serrata lotta per l’attenzione da parte delle persone (tempo limitato, offerta infinita), nonostante Netflix abbia avuto il vantaggio di essere first mover e quindi si possa godere ancora per un po’ del beneficio del contesto (che poi è quello di cui godono ancora alcuni canali TV, pensate a quando si dice “il pubblico di RAI 1), la battaglia principale è, nei prossimi anni, sul chi riesce 1) ad accaparrarsi il contenuto in grado di attrarre più nuovi abbonati e 2) sul chi riesce a segmentare meglio il proprio pubblico fidelizzandolo anche con prodotto medio/mediocre ma ben sintonizzato con il suo gusto.

Gli show più visti su Netflix

Partendo da queste considerazioni ecco una panoramica degli articoli più interessanti usciti negli ultimi giorni sul come sta evolvendo il rapporto tra produzioni e contenuti durante l’era dello streaming. Intanto una interessante analisi sul perché Friends sta ancora su Netflix (alla fine una situazione Win-Win per tutti e due, ma soprattutto brava WarnerMedia). Poi chiaramente non c’è molto da stupirsi nello scoprire che tra Disney+ e Hulu è prevista una grande collaborazione sia sui dati, che sulla tecnologia e sulla produzione: dovrebbe essere chiaro a tutti che questi canali, compresi anche ESPN+ e la presenza in altri paesi con altri brand, sono tutti strumenti di una strategia coordinata che potrà esprimersi al meglio anche con offerte ibride SVOD/AVOD e bundle. Stupisce ancora nemmeno che Hulu e FX abbiano negoziato un output deal con la Lionsgate per i suoi futuri film, accordi che tipicamente erano appannaggio di operatori TV e via cavo, ma appunto, lo diceva pure Bill Gates che internet avrebbe preso il posto dei broadcaster. Coerentemente con questa strategia c’è anche un altra notizia interessante che è un cambiamento di approccio da parte di Hulu che da quando è sotto il controllo operativo di Disney ha cominciato a comunicare che intende prendere delle quote di proprietà di tutti gli show che andrà a produrre, attraverso le sue società di produzione, ad esempio ABC o la appena acquisita Fox, che diventeranno co-produttori.

Del fatto che Netflix perderà il suo show più importante, The Office, a partire dal 2020 abbiamo già detto e questo non fa che portare tutti a ripetere quanto sia importante il contenuto originale, tanto che di fronte a queste tensioni sembra ormai obbligatorio che la piattaforma introduca maggiore trasparenza sui numeri e, soprattutto, si apra a forme di partecipazione dei produttori ai suoi più grandi successi.

Concludendo segnalo l’articolo di Prima Online sull’apertura di Sky Studios, con l’obiettivo di raddoppiare la produzione originale e, cosa per certi versi davvero interessante, l’annuncio di un first look deal tra Mediaset e la piattaforma WhatPad, un modo sicuramente interessante di guardare al contenuto originale partendo dalla sua fonte.

nel frattempo #DisneyPlus ha avviato la produzione di #MonstersAtWork e lo ha annunciato così. Buona Domenica.

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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