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Crowdfunding all'italiana. L'esperienza di Un paese di primule e caserme

Le piattaforme di crowdfunding sono tra i nuovi strumenti che la rete offre al cinema (e non solo al cinema) sopratutto indipendente per finanziare, almeno in parte, i propri progetti. Se negli Stati Uniti questa nuova forma di raccolta fondi ha preso piede in maniera abbastanza rilevante (pensiamo che dal 2009 la sola Kickstarter ha…

Le piattaforme di crowdfunding sono tra i nuovi strumenti che la rete offre al cinema (e non solo al cinema) sopratutto indipendente per finanziare, almeno in parte, i propri progetti. Se negli Stati Uniti questa nuova forma di raccolta fondi ha preso piede in maniera abbastanza rilevante (pensiamo che dal 2009 la sola Kickstarter ha visto offire per la relizzazione di film e video circa 200 milioni di dollari). in Italia il fenomeno è ancora piuttosto marginale. Tra le esperienze già fatte nel nostro paese quella piccola ma significativa relativa la documentario di Diego Clericuzio  Un paese di primule e caserme – prodotto da Cinemazero e DMovie con la partecipazione di Tucker Film e il sostegno di ARPA LaREA Friuli Venezia Giulia. Il film tratta l’argomento della dismisisone militare delle caserme in Friuli Venezia Giulia: circa 103km di siti militari svuotati e abbandonati in Friuli. Una trasformazione incompleta raccontata attraverso le testimonianze di chi ha vissuto nelle caserme e di chi si è visto cambiare la vita in tempi rapidissimi a causa della scomparsa di decine di migliaia di soldati che per decenni hanno fatto da pilastro per le economie di interi paesi. Ne parliamo con l’autore e produttore Riccardo Costantini che per Cinemazero e Tucker ha seguito in particolare proprio l’aspetto relativo al Crowdfunding.

primule e caserme_03_foto fabrizio giraldi

«La scelta del crowdfunding è avvenuta nel nostro caso perché avevamo un problema di contenuto» racconta Costantini a Cineguru. «Il film, che trattava il tema delle caserme dismesse, poteva non risultare gradito a enti pubblici o realtà che sarebbero state finanziatori “naturali”. Dall’altra parte avevamo invece un forte interesse da parte del pubblico, perché avevamo già proposto un lavoro fotografico e molti ci richiedevano un esito più ampio. Per due anni abbiamo cercato di reperire finanziamenti per i canali usuali. Non essendo arrivati, o comunque non completamente abbiamo deciso di sollecitare una partecipazione da parte del pubblico più interessato. Siamo partiti comunque da un base di finanziamento dato dal Fondo della Film Commission regionale già costituito e con materiale già girato: si trattava di integrare e di portare a termine il lavoro».

Con il crowfunding in questo caso si sono raccolti 5mila euro su un budget totale di circa 30mila euro (circa il 15% del totale), hanno sostenuto il progetto 155 persone. Come piattaforma di raccolta si è scelta Ulule: «Avevamo visto che altri progetti cinematografici erano stati finanziati con questa piattaforma e ci sembrava un modello che avesse dato dei risultati positivi. Tra le difficoltà quella che, essendo un servizio di base francese, non tutto veniva tradotto molto bene. Inoltre, come accade anche in altre piattaforme, Ulule ti obbliga a fissare degli obiettivi. E se non li raggiungi non viene erogato il finanziamento. Questo costringe a tarare con molta attenzione il proprio progetto. Perché se si sbaglia e ci si pone un tetto troppo alto si rischia magari di raccogliere una cifra magari consistente che però poi si è obbligati a restituire. Senza contare il danno d’immagine che un progetto fallito comporta. Un altro limite che la piattaforma impone è verso il basso: ovvero il progetto non viene pubblicizzato finché non si raggiunge una cifra minima e un minimo numero di sostenitori. Spesso è più difficile partire in questo modo che non proseguire». Inoltre tra le difficoltà da gestire le ricompense, ovvero i premi che vengono accordati dalla produzione ai sostenitori del progetto. «Bisogna che siano premi proporzionati (anche a livello ecomonico) e che siano gestibili» afferma Costantini. «Spedire fisicamente qualcosa a centinaia di persone in poco tempo non è così facile. Ed è importante dare feedback ai propri sostenitori altrimenti si sentono disincentivati a sostenere altri progetti. In questo però il team di Ulule ci ha supportato molto e ci ha consigliato le migliori strategie.» Su Ulule è presente tutta la documentazionel del protetto (la potete vedere QUI) e al documentario è dedicato anche un sito internet: www.primulecaserme.it.

L’esperienza per Costantini è stata comunque più che positiva. «Il crowdfunding è sicuramente uno strumento utile per alcune tipologie di progetti. Un esempio: Cinemazero organizza un Festival che si chiama Le voci dell’inchiesta dedicato al mondo del documentario e dall’estero abbiamo ricevuto molti film, anche dal budget importante, che avevano utilizzato in parte il crowdfunding. Cosa che garantisce anche un volano pubblicitario: le nostre prime proiezioni dedicate ai sostenitori hanno registrato il tutto esaurito e innescato il passaparola. È un’esperienza che consigliamo e che va implementata. Anche se a volte non tutti i progetti ospitati sulle piattaforme sono qualitativi ed è difficile distinguere il progetto amatoriale da quello più seriamente strutturato». Certo è che il crowdfunding va tarato su alcuni progetti specifici: «Non ha senso che lo utilizzi una grande produzione per il prossimo film di un regista affermato» conclude Costantini. «È uno strumento fortemente legato a politiche partecipative che funziona molto bene con progetti su temi di giustizia sociale, di trasparenza, di attualità, ecc.. L’importante è che sia un progetto già costruito, che non parta da zero e che con il crowdfunding punti a reperire una fetta proporzionata del budget che sia intorno al 20%».

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