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China Day: istruzioni per l’uso del mercato cinematografico cinese

Conoscenza e circuitazione del prodotto italiano sono le parole d’ordine della strategia del nostro cinema in Cina, mentre gli operatori si lasciano istruire su come portare a termine con successo una coproduzione sino-straniera.

Si è conclusa ieri la seconda edizione del China Day, appuntamento organizzato dall’ANICA nell’ambito del Festival Internazionale del Film di Roma: due giornate ricche di incontri per presentare i nuovi progetti di collaborazione e conoscere più a fondo un partner che sta guadagnando sempre più centralità nelle strategie di espansione dell’industria cinematografica italiana. Secondo box office mondiale con un tasso di crescita che alla fine dell’ultimo trimestre risultava del 32%, per un totale di 3,55 miliardi di dollari, la Cina vanta cifre cui gli operatori italiani non possono non guardare con estrema attenzione, pronti a sfruttare l’entrata in vigore del nuovo trattato di coproduzione e un certo interesse mostrato nei confronti del nostro Paese dalla controparte orientale.

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“Quello che stupisce della Cina non è solo la velocità di crescita ma anche la capacità di modernizzazione e la grande consapevolezza delle dinamiche che sottendono alla trasformazione del sistema audiovisivo”, ha detto ieri il presidente ANICA, Riccardo Tozzi, spiegando perché quello nei confronti del mercato emergente non deve essere inteso solo come un interesse commerciale ma di tipo strategico e soprattutto anche a lungo termine: “Gli europei rischiano di rimanere solo agganciati a un processo che ha il motore da un’altra parte del mondo. Il nostro Paese, per pigrizia culturale, ritardi strutturali e ruggine accumulata negli anni rischia di rimanere confinato nel passato, un pericolo che invece non corre l’audiovisivo italiano, che è riuscito a rinnovarsi e fa parte della modernità”.

Dal punto di vista operativo, per trovare un incontro con gli interlocutori cinesi è stata ribadita l’importanza di costruire “rapporti reali basati sulla comprensione reciproca tra gli operatori”, soprattutto con quella che non può essere ancora definita una vera e propria distribuzione, ma quanto meno una circolazione regolare del prodotto italiano presso il pubblico della Repubblica Popolare e viceversa: “Serve un modo di farci conoscere, di far conoscere il nostro stile e il nostro linguaggio, e lo stesso vale per la nuova produzione cinese in Italia. Si tratta di una precondizione essenziale per il successo di singole operazioni commerciali di proporzioni più ampie, che pure ci saranno ma che richiedono un notevole sforzo e una grande preparazione. Con un coinvolgimento, quasi necessario, della Rai possiamo arrivare a mettere in movimento questi due processi”.

Le parole d’ordine sono dunque circuitazione e conoscenza, obiettivi che potrebbero essere perseguiti anche distaccando in Cina apposite risorse specializzate nella produzione audiovisiva e nell’individuazione di storie adatte anche al pubblico orientale. A ipotizzarlo è stato Riccardo Monti, presidente dell’ICE, l’Istituto Nazionale per il Commercio Estero: “I cinesi hanno deciso che vogliono lavorare con noi è hanno immense capacità finanziarie. È un’opportunità che abbiamo il dovere di cogliere, essendo stato scelti  nel panorama europeo come interlocutore in qualche modo privilegiato. Rispetto ad altri Paesi il nostro vantaggio competitivo è la creatività. La Cina, da parte sua, ha deciso di puntare sul soft power, di cui il cinema è una delle forme migliori”. 

L’Italia, insomma, può contare su una tradizione culturale il cui valore è riconosciuto a livello globale, come ricordato da Miao Xiaotian, presidente del CFCC (China Film Co-Production Corporation), l’ente che supervisiona i progetti cinematografici realizzati in collaborazione con l’estero: “La prima coproduzione sino-straniera è stata proprio italiana, Marco Polo, nel 1981, mentre L’Ultimo Imperatore è stato il primo e ultimo film che abbiamo permesso di girare nella Città Proibita ed è stato un enorme successo in tutto il mondo”.

Detto ciò, quali sono le regole che una produzione straniera deve rispettare per poter vedere approvato il suo progetto? I passaggi, secondo Xiaotian, sono semplici: “Prima di tutto bisogna scegliere l’azienda cinese con cui lavorare e sottoscrivere un protocollo di intenti. La documentazione va inoltrata ai nostri uffici e una volta ricevuta, compreso il piano budget e la sceneggiatura, noi esprimiamo una valutazione. La inoltriamo quindi alla SARFT [State Administration of Radio, Film and Television] e agli uffici competenti quindi il processo non è complicato. Bisogna soprattutto scegliere un buon partner, in Cina ci sono moltissime case produttrici ma bisogna cercare quelle solide, con esperienza internazionale. Quelle locali, molto piccole, non sempre sono adatte. Oltre a questo, il primo requisito è che gli che interpreti principali siano sia stranieri che cinesi, il secondo è che la storia abbia elementi della nostra cultura. Non importa l’ambientazione, importa però che vengano messe in evidenza le culture di entrambe le nazioni cui fa riferimento la coproduzione”.

Finora la formula della coproduzione, in realtà, è stata sfruttata soprattutto dai kolossal hollywoodiani in modo da bypassare il sistema delle quote di importazione che limita il numero di film stranieri distribuiti nelle sale cinesi su base annuale, cioè 60, di cui oltre il 50% americani. Eppure, uno spazio sembra esserci anche per il cinema d’autore, come ha sottolineato il produttore Steven Lam, che ha svelato la formula perfetta per vedere realizzato un prodotto cinematografico diverso dal cinecomic o dal tentpole di turno: “Deve essere un film a metà tra il commerciale e il film d’autore. Di solito su un tema serio ma positivo, che racconti la storia in modo largamente accettato”.

Misurare tutto con estrema cura sembra dunque il must a cui il cinema italiano interessato a sfondare in Cina non potrà sottrarsi, soprattutto considerando come il pubblico cinese non conosca bene la nostra cinematografia, non avendo l’occasione materiale di vedere il meglio della produzione italiana: “Il modo migliore di entrare nel mercato è la coproduzione, perché non rientra nelle quote di importazione, dove viene dato più peso all’aspetto commerciale che a quello qualitativo. Sono però convinto che dalla coproduzione Italia-Cina si potranno avere ottimi risultati anche in campo artistico. L’importante è rimanere in costante contatto con l’agenzia che si occupa del’iter della coproduzione, il CFCC, per passare il  vaglio della censura risolvendo di volta in volta i problemi che possono sorgere nella fase di approvazione”.

Il produttore CAI Gongming, presidente di Road Pictures, ci tiene però a ricordare come ci siano anche altre vie per sviluppare il rapporto tra le due industrie cinematografiche: “Sono coinvolto in diversi progetti che riguardano Italia e Cina. Uno è una coproduzione intitolata Coffee, la prima dalla firma dell’accordo, la seconda è un remake della commedia italiana Maschi contro femmine, la terza una storia cinese ma ambientata per l’80% nel vostro Paese e che ha ricevuto molta attenzione da parte dei brand di lusso, anche se per stavolta non abbiamo concluso partnership perché non c’è stato tempo. Sicuramente però è un tipo di progetto che potrebbe avere grandi ritorni per il territorio italiano e i grandi marchi. La coproduzione non è la sola forma con cui lavorare con l’Europa, il trattato è solo il punto di partenza, avere successo sul mercato è un altro discorso. In Cina non abbiamo sosteni pubblici al cinema, dipendiamo esclusivamente dal mercato, e non ci sono molte sale disposte a rischiare per un prodotto d’autore. Bisogna sapere su quale mercato puntare e anche qual è il pubblico principale, poiché gli spettatori cinesi sono diversi da quelli italiani o europei.  Bisogna operare una scelta, e il genere è una via: non abbiamo molti film di genere ma la situazione sta cambiando, il top per ora sono action e commedia. Lo stile di vita cinese è molto duro e quando va in sala il pubblico chiede  fondamentalmente intrattenimento. inoltre la maggior parte dei nuovi cinema sono in piccole città che fino a poco tempo fa non ne avevano nemmeno una. Fondamentalmente si tratta di popolazioni rurali, bisogna chiedersi che tipo di film vorrebbero vedere. Bisogna adottare una prospettiva realmente cinese dai primissimi stadi dello sviluppo”.

 

 

 

Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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