You are here
Home > Analisi > Delle finestre e delle torte

Delle finestre e delle torte

Il curioso coro argomentativo anti-estensione delle window

A qualche giorno dalla registrazione del nuovo decreto sulle finestre, che riprende l’impostazione del vecchio decreto Bonisoli del 2018, con la riduzione dai 105 giorni di quel decreto ai 90 attuali (dopo più di un anno di window a 30 giorni per i titoli nazionali) di sfruttamento esclusivo in sala per i film italiani che hanno ricevuto finanziamenti, riparte il dibattito sul possibile avvio dell’iter legislativo per una normazione che si estenda anche al prodotto internazionale (e a quello italiano non finanziato).

Sullo sfondo la recente presa di posizione congiunta di Paolo Del Brocco (AD di Rai Cinema) e Giampaolo Letta (AD di Medusa) che si sbilanciano nella direzione di una super window da 180 giorni, guardando al modello francese che, pur reduce da un ridimensionamento, protegge lo sfruttamento theatrical per oltre un anno.

Le argomentazioni-fotocopia provengono dal partito contrario alla normazione delle window ed in generale ad una loro estensione (anche rispetto a quella che per il passato è stata una prassi sostanzialmente condivisa).

Il primo articolo che mi è capitato di leggere in merito riporta le posizioni di Jaime Ondarza, figura apicale in Paramount e Presidente della sezione Editori Media Audiovisivi costituitasi in ANICA, che ha rimarcato come “negli ultimi 4 anni il botteghino è stato fatto nelle prime 5 settimane di programmazione” e “oltre si rischia solo una lunga finestra sulla pirateria”, evidenziando anche che l’allungamento e l’estensione delle finestre anche ai film non italiani rischia di “spingere i film direttamente verso le piattaforme”.

Va detto che Disney ha trovato il modo per dare subito ragione ad Ondarza, annunciando che in Francia “Strange World” uscirà direttamente su Disney+ saltando la distribuzione nelle sale cinematografiche, attribuendo la scelta alla “nuova, complicata e farraginosa cronologia dei media in Francia”, definendola “anti-consumatore”. Va però detto che in Francia la finestra è di 17 mesi, non di 6 (180 giorni) né di 3 mesi (i risicati 90 del Bonisoli bis), dunque ci sarebbe ampio margine per scongiurare scelte di questo tipo.

Sulla stessa lunghezza d’onda di Ondarza troviamo Pierluigi Bernasconi, Presidente di Univideo, che, a margine di una conferenza stampa tenutasi presso la Camera dei Deputati, ha dichiarato: “come Univideo sosteniamo che sia un errore pensare che l’allungamento temporale delle finestre, comprendendo anche i film stranieri che oggi non ricevono contributi statali, possa sovvertire l’attuale situazione, contribuendo ad una maggiore presenza di pubblico nelle sale. Sarebbe un provvedimento a danno non soltanto dei rivenditori, ma anche dei consumatori e in ultimo persino delle stesse sale cinematografiche, senza considerare che questa scelta alimenterebbe ulteriormente il fenomeno della pirateria”. Completano il quadro considerazioni sul fatto che “un film raccoglie il 98% del proprio incasso esclusivamente nelle prime settimane di programmazione in sala e che, già dalla seconda settimana, c’è un aumento del rischio della pirateria audiovisiva. Un allungamento delle finestre quindi non solo danneggerebbe l’industria audiovisiva ma favorirebbe il mercato illecito, oggi prevalentemente digitale”.

Un articolo di Angelo Zaccone Teodosi mi ha fatto successivamente scoprire che la fucina argomentativa va verosimilmente individuata nel rapporto di ITMedia Consulting dedicato a “Le finestre di distribuzione del film nell’industria audiovisiva post-Covid” redatto da Augusto Preta dove si evidenzia che “L’analisi comparata sui principali paesi europei dimostra come non vi sia alcun rapporto diretto tra normativa sulle finestre e ritorno del pubblico in sala, come dimostrato dal maggior recupero del Regno Unito, dove non c’è normativa e dagli analoghi risultati, in situazioni opposte, di Spagna e Francia”. Preta rincara la dose asserendo che “Non emergono evidenze che allungare i tempi di uscita in streaming garantisce un significativo ritorno alla sala”, per poi elencare quelli che secondo ITMedia sarebbero i fattori. Insomma, la tesi sarebbe (parafrasi di chi scrive) “dato che ad andar meglio dell’Italia ci sono sia paesi con finestre normate e lunghe sia paesi con finestre non normate, questo elemento non conta”. Che poi, a voler cogliere le sfumature, Preta scrive che non ci sarebbe “rapporto diretto” (quindi indiretto sì?) per poi elencare verosimili concause (“durata maggiore delle chiusure”, “timori legati al contagio” – misure più rigide e popolazione più anziana-, “minore appeal della produzione locale”). Il resto dell’analisi sembra trascurare il fatto che nel periodo pandemico il sistema delle finestre (sia quello normato dal precedente decreto Bonisoli sia quello affidato a prassi ed autoregolazione del mercato) è completamente saltato, azzerando di fatto la soluzione di continuità fra finestra theatrical e finestra successiva.

Mentre scrivo questo pezzo leggo che Doctor Strange sarà visibile su Disney+ a partire dal 22 Giugno, dopo 7 settimane dalla sua uscita, con annuncio che arriva dopo 4 e con il film ancora presente in moltissime sale. Si dirà: “il film ha già dato, concentrando nel primo mese oltre il 90% di quello che sarà il totale degli incassi theatrical, dunque è ragionevole passare alla finestra successiva senza soluzione di continuità, sfruttando la coda della comunicazione ed evitando che si apra la finestra della pirateria”.

Con questo virgolettato (che è mio) mi sono quasi convinto da solo, memore del fatto che, nel pre-pandemic (in vigenza della prassi di prima finestra nell’intorno dei tre mesi) mi ha spesso preoccupato l’esistenza di un periodo (dallo “smontaggio” in sala all’avvio della seconda finestra) di sostanziale impossibilità di fruizione legale di un contenuto. Anche io pensavo a questo come brodo di coltura della pirateria.

Questo fino a quando sono stato messo nelle condizioni di studiare più approfonditamente il fenomeno della pirateria, scoprendo che il grosso della fruizione illegale dei film di recente uscita si concentra nelle prime settimane della loro presenza in sala, con un rapporto fra visione illegale vs legale che (all’inizio del 2020, prima del lockdown) stimavamo in 2,4:1. Ci fosse la possibilità di calcolare più puntualmente il tasso concentrazione temporale degli atti di visione illegali di un film (cosa che fino ad oggi non abbiamo fatto perché comporterebbe la misurazione anche della coda lunga della pirateria), scopriremmo verosimilmente che più del 90% della pirateria lavora nelle prime 4 settimane dall’uscita del film in sala.

In questo quadro, che la finestra sia inesistente, di media lunghezza o lunghissima, il grosso del suo danno la pirateria lo ha già fatto prima dell’avvio dello sfruttamento successivo. Questo significa semplicemente che la moltiplicazione degli sforzi per il contrasto proattivo della pirateria va messa in atto comunque e prima. Per “prima” intendo con mesi di anticipo rispetto all’uscita in sala (i siti pirata “annunciano” le future disponibilità dei film in parallelo con i lanci theatrical), per poi protrarsi anche nel periodo successivo allo smontaggio. E’ in virtù di queste dinamiche che su film come Tolo Tolo (efficacemente protetto da azioni di contrasto straordinarie) ha abbattuto del 60% l’impatto della pirateria rispetto all’incidenza media rilevata sui principali titoli lanciati all’inizio del 2020 (pre-lockdown), e si è potuto permettere una finestra (auto-imposta) di 6 mesi prima del rilascio su piattaforma (e per l’acquisto fisico o digitale).

Insomma, non è certo con le non-finestre che si toglie benzina alla pirateria ma con il suo contrasto proattivo e preventivo, che va fatto comunque a protezione della finestra theatrical (e degli sfruttamenti successivi).

Torno infine sulla considerazione che “un film raccoglie il 98% del proprio incasso esclusivamente nelle prime settimane di programmazione in sala” non tanto per contrastare l’affermazione in sé, che è radicata nei numeri ed è “descrittivamente corretta”. Quello che mi fa storcere il naso è l’implicito evocato dal fatto che “dopo poche settimane il film in questione ha fatto quel che doveva fare in sala, tanto vale lasciarlo andare altrove prima possibile”. Non discuto nemmeno che il tasso di concentrazione degli incassi rimarrebbe tale a prescindere dall’ampiezza delle finestre; quello è un dato strutturale! Con il passare delle settimane la domanda theatrical di un film si riduce progressivamente ed in parallelo cala il numero di copie in virtù delle nuove uscite. Niente di nuovo sotto il sole. Quello che verosimilmente cambia (ma è un’ipotesi che andrebbe validata) è la DIMENSIONE della torta theatrical CON e SENZA finestre; CON e SENZA soluzione di continuità fra finestra theatrical e sfruttamenti successivi.

Per una ventina di blockbuster probabilmente non cambierebbe nulla, ma per i titoli medio-grandi e medio-piccoli, ed in particolare per quelli italiani, la differenza potrebbe essere enorme. Tralascio i piccoli-piccolissimi (quelli sotto le 50.000 presenze del decreto Bonisoli) per i quali ha senso la deroga della finestra breve, ma per tutti gli altri l’assenza di soluzione di continuità fra sala e altri sfruttamenti rischia di essere deleteria e drammaticamente amplificata dallo scenario post-pandemico (che, non scordiamocelo, è quello che dobbiamo affrontare, senza far finta che non sia mai esistito e che non abbia alterato i meccanismi di domanda e offerta). Intendiamoci: potremmo far lavorare Darwin ed attendere l’esito della inevitabile selezione della specie sul mondo dell’esercizio (ma anche su quello distributivo e produttivo), ma non mi sembra che questo mercato sia estraneo a forme di normazione ispirate da un “interesse superiore dell’industria” (principio che condivido anche se non mi convincono molte declinazioni operative).

In oltre un decennio di monitoraggi sistematici del mercato theatrical (ed audiovisivo in genere), Ergo Research ha sempre constatato che la quota più rilevante della fruizione theatrical dei film italiani “medi” e “medio-piccoli” maturava nell’abbondanza di consumo. Semplificando, quello per i film italiani era spesso il “biglietto in più” staccato da spettatori alto-consumanti con gusti eterogenei e forte valorizzazione del contesto-sala, capace di fargli includere fra i film da vedere al cinema anche titoli non particolarmente valorizzati dal contesto-sala (traduco: “che perderebbero relativamente poco se visti a casa”).

Vi do una notizia: questo segmento al momento è quasi estinto (e non pensate alla vostra bolla che è popolata da sopravvissuti). Il mercato theatrical post-riapertura è stato alimentato principalmente da “prime volte”, ma pochissimi (ex) alto-consumanti hanno riguadagnato il proprio status, e nelle poche scelte fatte fino ad ora per la visione al cinema sono stati privilegiati titoli larghissimi e particolarmente valorizzati dal contesto-sala, tanto da far dire “vado comunque a vederlo al cinema anche se fra poco più di un mese potrei vederlo a casa”. Ecco, una frase di questo tipo è ormai difficilissimo farla pronunciare per la quasi totalità dei film italiani e per buona parte dei film internazionali medio-piccoli.

Paradossalmente, anche per questi film che si impantanano sotto il milione di euro di box office continua a valere la “regola” del 95% di incassi nelle prime 4 settimane dal lancio in sala, ma non si può far finta che la finestra corta (o inesistente) non incida! Su cosa? Sulla conversione della domanda, e dunque sulla dimensione della torta.

Anche un film particolarmente forte, per arrivare a staccare 1 biglietto deve arrivare ad avere 10 “possibilisti” (e, prima ancora, a rendere “aware” la quota più ampia possibile di moviegoer). Un film italiano medio in questo periodo non solo fatica enormemente a raggiungere livelli di notorietà decenti (tema che merita di essere approfondito) ma, una volta individuati i propri “possibilisti”, ne converte molti di meno che in passato sia perché non è stata ancora riguadagnata l’abbondanza di consumo nella quale maturavano le scelte di questa tipologia di prodotto, sia perché la percezione rimane quella di un prodotto non particolarmente valorizzato dal contesto-sala. Se in questo quadro innesti la consapevolezza/sensazione “a breve lo stesso titolo sarà disponibile su piattaforma”, ecco che il tasso di conversione scende ulteriormente. Ora molto più che in passato (ed è sull’“ora” che ci si ripromette di agire, giusto?).

Altro sarebbe (è un’assunzione da validare) operare in un mercato dove tutti (spettatori in primis) sono consapevoli del fatto che il luogo del prodotto recente è la sala e che, tendenzialmente per una “stagione” (a me non scandalizza il semestre, ma varrebbe anche nel caso di un trimestre) i film lanciati in sala non saranno visibili altrove. In una situazione di questo tipo lo spettatore che arriva ad essere “possibilista” verso il film X ha verosimilmente una probabilità di conversione più elevata (per la visione al cinema).

Si favorisce la pirateria? No, la pirateria va contrastata comunque e prima dato che il danno maggiore lo fa/farebbe anch’essa nelle prime quattro settimane.

Indebolisce gli sfruttamenti successivi? Bisognerebbe chiederlo ai francesi (dove le piattaforme prosperano più che in Italia), così come occorrerebbe approfondire il tema (già affrontato da alcune ricerche) che un buon risultato in sala (che le finestre favorirebbero) amplifica la probabilità di visione su piattaforma (molto più di quanto “bruci” domanda).

Insomma, forse si è capito, non mi piacciono tanto i rapporti “a tesi”, pur trovando utile e sano fare diverse ipotesi in merito alle possibile retroazioni sul mercato di differenti modalità di regolamentazione delle finestre. Occorre però verificarle e validarle con approcci metodologici adeguati e la dovuta terzietà; la stessa che mi porterà a rivedere i miei orientamenti se non suffragati da chiare evidenze.

Top