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I nuovi numeri di Disney

Nell’ultima trimestrale della Disney, scopriamo i buoni risultati a livello di parchi e canali lineari. In aumento gli abbonati ai servizi streaming, ma con prezzi medi in calo…

Cosa ci dicono i numeri dell’ultima trimestrale Disney? Cose interessanti e che confermano quanto qui ripetiamo da tempo. Intanto, che la dobbiamo smettere di concentrarci solo sugli abbonati di Disney+ e, anche quando vogliamo parlare di quell’aspetto, ricordarci anche di valutarli attentamente, perché gli abbonamenti nel mondo non sono tutti uguali.

Va detto che, anche prima che uscissero i risultati di questa trimestrale, forse anche tante testate importanti (per esempio, il Wall Street Journal e CNBC) sono tornate a concentrarsi su quello che conta veramente. Per coerenza, iniziamo quindi dal cuore dell’azienda Disney a livello di bilanci, ossia dal settore Disney Parks, Experiences and Products. I ricavi sono stati di 6,7 miliardi di dollari (erano 3,2 miliardi nell’analogo trimestre del 2021), con profitti a 1,8 miliardi (contro la perdita di 400 milioni un anno fa). Ancora una volta, diciamo che questi risultati importanti sono stati generati dall’introduzione di servizi come Genie+ e Lightning Lane, che hanno permesso di ottenere maggiori profitti dai consumatori (va detto che hanno generato anche qualche polemica per l’aumento dei costi).

E la notizia positiva è che c’è molto margine di crescita per quanto riguarda Parks & Experiences a livello internazionale, considerando a livello statunitense ha portato a un trimestre di margine operativo di 1,385 miliardi, mentre a livello internazionale la perdita è di 268 milioni, viste le problematiche in Cina. Infatti, a causa del Covid, Disneyland a Hong Kong ha riaperto solo il 21 aprile (dopo un periodo di aperture e chiusure), mentre a Shanghai è chiuso da marzo. La CFO di Disney Christine McCarthy ritiene che, nel trimestre in corso (i cui risultati verranno comunicati ad agosto) si potrebbe ottenere un margine operativo record di 350 milioni proprio grazie al ritorno alla normalità di queste strutture. L’unica preoccupazione, che arriva dagli analisti di Wall Street, è che un’eventuale recessione negli Stati Uniti porti la fascia di consumatori più deboli a rinunciare a questa esperienza, considerando i costi importanti che richiede (ma è anche vero che, se c’è una cosa che abbiamo capito di questo periodo, è quanto i consumatori abbiano bisogno di esperienze forti fuori dalle mura domestiche e che siano disposti a fare qualche sacrificio, dopo due anni di uscite limitate).

Continuiamo con le informazioni fondamentali sui maggiori business dell’azienda. Notizie moderatamente positive anche per “Linear networks”, che non ecciterà mai gli amanti delle novità, ma che continua a portare numeri notevoli alla Disney. In questo trimestre, i ricavi sono stati di 7,1 miliardi, contro i 6,7 miliardi di un anno fa, con un aumento del 5% (derivato dal miglioramento dell’8% negli Stati Uniti/Canada, mentre a livello internazionale siamo di fronte a una flessione del 3%). L’aumento dipende in particolare dalle maggiori entrate pubblicitarie in questo trimestre, in particolare per la cerimonia degli Oscar (che nel 2021 si è svolta nel trimestre successivo). Vanno segnalati anche dei costi maggiori per quanto riguarda i diritti sportivi, che si tratti della NFL, NBA e degli incontri di college statunitensi, così come i costi del cricket per quanto riguarda i canali internazionali, nello specifico in India, dove è popolarissimo (e il confronto con il 2021 ha portato a un aumento di costi, per il semplice fatto che il Covid in quel momento impediva lo svolgimento degli incontri).

E veniamo al discorso Direct To Consumer, dove ci sono tante cose da approfondire e che spesso vengono tralasciate da molti analisti, attenti solo a vedere il numero degli abbonamenti totali. Ha fatto invece il solito lavoro certosino David Poland, che va evidenziato e citato. Partiamo comunque dalle basi. I ricavi nel trimestre sono arrivati a 4,9 miliardi, con un +23% sull’analogo periodo del 2021. Gli abbonati a Disney+ sono aumentanti di quasi 8 milioni, arrivando a 137,7 milioni, dai 129,8 dello scorso trimestre. Gli esperti di Wall Street si aspettavano un aumento di 5,2 milioni.

Complessivamente, tutti i servizi streaming della Disney sono arrivati a 205,6 milioni di abbonati, considerando anche i servizi (solo per l’America) di ESPN+ (22,3M contro i 21,3M di tre mesi fa) e Hulu (41,1M contro 40,9M), con un calo invece per il bundle Hulu e Live TV (4,1M contro i 4,3M dello scorso trimestre). Va detto che questi servizi oltreoceano sono disponibili con un bundle molto conveniente, ma non è dato sapere quanti sono gli abbonati totali a questa opzione, visto che semplicemente chi fa il bundle viene considerato abbonato ai singoli servizi di Disney+, ESPN+ e Hulu.

Tutto bene quindi? Sicuramente, continuano a essere numeri notevoli e che dimostrano il forte interesse per le proposte Disney in streaming. Ci sono però degli importanti aspetti da sottolineare. Intanto, il margine operativo ha portato a una perdita di 887 milioni di dollari nel trimestre, contro i 593 milioni di tre mesi fa e i 290 milioni di un anno fa. Inoltre, una voce di spesa importante (1.023 miliardi, anche se immagino verrà ammortizzata nel corso dei prossimi anni) è stata quella per il recupero di diritti di film e serie che finora sono stati dati in licenza e che invece in futuro verranno sfruttati direttamente dalla Disney nel DTC (non è stato specificato se si tratti solo delle recenti serie Marvel che erano state prodotte e trasmesse da Netflix a suo tempo, probabilmente si parla di un panorama di prodotti più ampio). E’ un’ulteriore dimostrazione di quanto pesino i costi per i contenuti che vanno in streaming. A questo proposito, è stata leggermente corretta la previsione di spesa per tutti i contenuti (non solo streaming) quest’anno, che passa a 32 miliardi di dollari dai 33 miliardi annunciati in precedenza.

Ma dove va fatta molta attenzione è proprio sul numero degli abbonati e soprattutto il prezzo medio dell’abbonamento. Iniziamo decisamente da Hotstar, ossia il servizio molto popolare in India (e in alcuni Paesi asiatici), che ha portato al maggior aumento di sottoscrittori, dai 45,9M dello scorso trimestre agli attuali 50,1M (quindi, ulteriori 4,2 milioni, più della metà del già citato miglioramento di 7,9 milioni di abbonati). Tuttavia, questo ha portato a una diminuzione forte del prezzo medio dell’abbonamento, passato dai precedenti 1,03 dollari (già una cifra molto bassa) agli attuali 76 centesimi. Insomma, senza considerare i ricavi generati dalla pubblicità, prima i 45,9 milioni di abbonati valevano ogni mese 47,27 milioni di dollari, adesso i 50,1 milioni di abbonati valgono 38 milioni di dollari. Questo rimane un problema notevole (forse, il Problema) per i servizi DTC di Disney.

E il problema del prezzo medio dell’abbonamento non è solo una questione indiana. Negli Stati Uniti, Disney+ è passata sì dai 42,9 milioni di abbonati dello scorso trimestre ai 44,4 milioni attuali, ma con un ARPU in questo momento di 6,32 dollari contro i 6,68 di tre mesi, una flessione che rende comunque economicamente negativo l’aumento di abbonati (in effetti, ogni mese adesso gli abbonati Disney+ valgono 280,6 milioni di dollari contro i 286,5 milioni di tre mesi fa). Stesso discorso si può fare per ESPN+: gli abbonati sono diventati 22,3 milioni (erano 21,3 milioni nello scorso trimestre), mentre l’ARPU è passato dai 5,16 dello scorso trimestre agli attuali 4,73 dollari. E anche Hulu è sulla stessa strada (anche se con un ARPU decisamente più alto e confortante): 41,1 milioni contro i 40,9 milioni precedenti, ma con un ARPU di 12,77 adesso (erano 12,96 tre mesi fa). E’ abbastanza evidente, da questi dati, che una parte non indifferente dei consumatori americani abbiano deciso di passare al bundle, portando quindi a una flessione dell’ARPU dei tre servizi. Questo è un aspetto molto importante: diciamo spesso quanto è utile per i consumatori avere la possibilità di fare dei bundle convenienti a diversi servizi streaming, ma ricordiamoci anche che non è detto che questa opzione sia efficace per le aziende che li offrono.

Va anche detto che Disney+ questa estate arriverà in altre 42 nazioni tra Europa, Asia occidentale e Africa. Inoltre, come sappiamo da qualche mese, verso la fine del 2022 nei soli Stati Uniti sarà disponibile una versione di Disney+ arricchita dalla pubblicità.

Tornando ai numeri generali, i ricavi sono stati di 19,2 miliardi, con un aumento del 23% rispetto all’analogo trimestre 2021, ma circa un miliardo sotto le previsioni di Wall Street. I profitti sono passati a 470 milioni (in calo del 48%), mentre gli utili per azione sono a 26 centesimi (dai 50 centesimi di un anno fa).

Ovviamente, come sempre in questi casi, il responso della Borsa è fondamentale. Va detto che il prezzo delle azioni Disney è calato molto in questo 2022, passando dai 156,7 dollari con cui aveva iniziato l’anno agli attuali 105,2 dollari (ma nelle contrattazione dopo la chiusura di ieri, siamo più vicini ai 100 dollari) che vale al momento in cui scrivo. Un’ulteriore flessione è avvenuta dal 19 aprile (quando è crollato il valore in Borsa di Netflix), visto che in quel momento il titolo Disney valeva ancora 131,9 dollari.

Per quanto riguarda il settore theatrical, nel secondo trimestre è una voce che conta poco per i conti Disney, visto che l’unica uscita è stata quella di Assassinio sul Nilo (ovviamente, nel prossimo trimestre saranno invece molto significativi i dati di Doctor Strange nel multiverso della follia). In questo senso, è stato interessante notare come Bob Chapek abbia sottolineato le difficoltà di uscire in Cina per i prodotti Disney, considerando che l’ultimo titolo Disney ad arrivare nelle sale in quel Paese è stato Avengers: Endgame.

Di sicuro, è interessante notare come la Disney sia ancora molto orientata a spendere cifre importanti per i propri contenuti destinati ai servizi streaming, ben sapendo che i profitti tarderanno ancora ad arrivare, probabilmente per diversi anni, mentre forse sarebbe importante anche sostenere maggiormente le sale di tutto il mondo con un’offerta più ampia di film nei cinema (e magari con window un po’ più lunghe, magari più sui livelli dei titoli Marvel, 70-75 giorni, piuttosto che su quelli delle altre proposte, per cui ormai siamo a 30-45 giorni circa).

Vedremo come si evolverà la situazione nei prossimi mesi. Un aspetto fondamentale sarà la posizione dell’amministratore delegato Bob Chapek, il cui contratto scade a febbraio del 2023. Verrà rinnovato? Non è una domanda facile a cui rispondere, considerando che Chapek ha avuto la sventura di iniziare il suo mandato proprio all’inizio della pandemia e ha comunque ottenuto risultati importanti, sia nella ripartenza dei parchi che nella crescita di Disney+. D’altro canto, le recenti polemiche a livello di immagine, legate alla legge nota come “Don’t say gay”, non hanno sicuramente aiutato la sua posizione. Il futuro della Disney passa sicuramente da questa fondamentale scelta…

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.

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