Home > Cinema > Distribuzione > Cosa fare per salvare i cinema

Cosa fare per salvare i cinema

Si parla molto di quando potranno riaprire le sale. Si parla poco, troppo poco, di COME dovranno riaprire le sale…

Mi è capitato recentemente di leggere L’inevitabile di Kevin Kelly e, anche con qualche riserva su alcuni passaggi, è stata una lettura che mi ha suscitato molte riflessioni, sia in generale, ma anche sulle sale cinematografiche e sul loro futuro. In effetti, si parla spesso delle difficoltà delle sale, ma quasi mai comprendendo il vero problema, che invece è piuttosto semplice. Partiamo da una constatazione: se pensavate che il 2020 sia stato durissimo, aspettate di vedere il 2021. In effetti, per l’anno passato le sale (almeno quelle italiane) hanno potuto godere di sostegni importanti da parte del governo, sia ai proprietari che ai dipendenti di queste strutture con la cassa integrazione. Quest’anno, quando si riaprirà, non ci saranno più e a quel punto la capacità e la rapidità nel riportare un vasto pubblico a godere del grande schermo sarà fondamentale per la sopravvivenza. Vediamo alcuni aspetti importanti…

Ma l’immediatezza?

“Molte persone vanno nelle sale cinematografiche per vedere delle pellicole nel primo giorno di uscita, pagando un prezzo importante per assistere a un film che in seguito sarà disponibile gratuitamente (o quasi). Effettivamente, loro non stanno pagando per il film (che altrimenti sarebbe ‘gratuito’), ma per l’immediatezza”.

La citazione del libro di Kelly non mi serve per segnalare una grande scoperta (personalmente, lo dico da almeno un decennio), ma è utile per capire quanto questo aspetto sia importante, se anche un giornalista e scrittore non specializzato in cinema lo mette in evidenza. Ma, incredibilmente, di questo fattore si parla molto meno – per esempio – che della sicurezza in sala (piccola parentesi: ma siamo proprio sicuri che mettere l’accento sulla sicurezza non sia controproducente e risulti un’ulteriore preoccupazione per gli spettatori?).

Per me, invece, se non risolviamo questo aspetto, tutto il resto è pressoché inutile. Ricapitoliamo. Le tre grandi major hanno fornito risposte diverse durante la pandemia. Universal ha iniziato a cambiare le regole del gioco prima con Trolls (proposto in contemporanea), cosa che ha suscitato un’avversione forte degli esercenti, per poi chiudere un accordo che prevede una finestra minima (ma non massima) di 17 giorni (tre weekend), che è stata accolta invece molto bene dai proprietari di cinema. Warner ha fatto esattamente il contrario: prima beniamina degli esercenti grazie all’uscita di Tenet e poi motivo di forte preoccupazione per l’annuncio che il listino 2021 sarebbe passato in day and date nei cinema e su HBO Max. Disney ha scelto una via diversa, per la maggior parte rinviando i propri film, ma in alcuni casi (Mulan, Soul) dirottandoli sulla propria piattaforma (nel caso di Soul, tuttavia, il film ha incassato quasi 100 milioni di dollari nel mondo, grazie soprattutto ai mercati asiatici).

Tutto questo provoca forti quesiti. Per esempio, se Warner potrà far uscire i film in day and date, chi potrà vietare a Universal e Disney di fare lo stesso? In ogni caso, dopo una finestra di (diciamo) 17 giorni, i film potranno soltanto essere ‘venduti’ in Premium Vod (formula che ha un impatto relativo, visti i costi importanti) o potranno passare anche ‘gratuitamente’ (nel senso che non si paga nulla di più del normale abbonamento mensile) all’interno delle formule Svod (ben altro impatto), proprietarie o meno (che sia su Disney+ o Amazon Prime, insomma)? Come si comporteranno le major che non hanno (ancora) la propria piattaforma in Paesi importanti, come è il caso di Universal o Warner? Universal, per esempio, potrebbe considerare Sky (di proprietà di Comcast, come Universal) come la propria ‘piattaforma’ (anche soltanto provvisoria) in Germania, Regno Unito e Italia? E come far accettare certe finestre nel maggior mercato europeo, ossia la Francia, in cui il termine ‘centralità della sala’ non è una formula retorica, ma una legge dello Stato, che prevede finestre molto lunghe?

A proposito di leggi, va ricordato quello che adesso diventa un bel paradosso: per i film italiani che prendono i contributi (quindi, sostanzialmente tutti, considerando che nessuno rifiuterà mai un tax credit al 40%) ci sono regole molto precise contenute nel decreto Bonisoli del 2018. Infatti, oltre a una finestra ‘normale’ di 105 giorni (almeno, la ‘normalità’ prima della pandemia), erano previste anche finestre di 60 giorni per titoli che uscivano in meno di 80 schermi e che ottenevano meno di 50.000 spettatori dopo i primi 21 giorni di programmazione nei cinema (parentesi: la soglia era superata da circa un quarto dei film italiani, adesso saranno anche di meno). Inoltre, per le uscite evento nei giorni feriali (esclusi quindi venerdì, sabato, domenica e festivi), la window era ridotta a dieci giorni. Cosa ne sarà di queste norme, che ovviamente al momento penalizzano fortemente la libertà dei produttori e distributori italiani di comportarsi come quelli stranieri, creando un forte squilibrio e che pone anche dei dubbi legati alla concorrenza e al mercato?

Domande complicate, ma che hanno a mio avviso una soluzione semplice. Per quanto mi riguarda, anche lo ‘standard’ di una finestra di 17 giorni (per non parlare del day and date) significa la morte del cinema come lo conosciamo. Attenzione, non sto dicendo che non ci saranno più le sale. Ma che, in una realtà come l’Italia, i quasi 4.000 schermi diminuiranno sensibilmente (quanto sensibilmente, difficile dirlo, ma in maniera evidente). Non dico neanche che la sala cinematografica diventerà come il teatro o soprattutto l’opera lirica (qualcosa insomma per una nicchia molto ristretta), ma di sicuro sarà meno ‘popolare’ e diffuso di come lo abbiamo conosciuto per 125 anni.

La questione è semplice. La maggior parte dei titoli cinema è fondamentale vederli in sala? Francamente non credo e sto parlando anche di alcuni grandi successi. Pensiamo alle commedie italiane più fortunate: la maggior parte sfrutta al meglio un grande schermo e un sonoro di altissimo livello? Assolutamente no. Ma anche alcuni importanti film americani non sono così spettacolari da aver bisogno del cinema ultratecnologico. Certo, Star Wars e Fast & Furious richiedono necessariamente la sala. Ma tanti altri film no.

E una volta che questi titoli subiranno incassi in forte calo rispetto a quanto avrebbero potuto fare con le vecchie window, significherà togliere ossigeno fondamentale al sistema delle sale. Tutto questo, inutile dirlo, porterà a un circolo vizioso: meno film creati appositamente per il cinema e meno necessità di sale esistenti; quindi meno schermi per tutti i film prodotti, che porterà a produrre sempre più film per il consumo domestico e meno per quello in sala; e così via. A quel punto, mi spiegate le multisale con 15-20 schermi cosa proietteranno? Un paio di film che funzionano e – per il resto – delle pellicole tappabuchi che faticheranno anche solo a pagare l’energia elettrica necessaria per la proiezione, temo.

Ma una sicurezza c’è: non appena un film si trova su una piattaforma (magari il giorno stesso dell’uscita in sala), si trova anche in versione pirata di altissima qualità. In un mercato che già faticherà, qualsiasi impatto (forte o meno forte) riteniate che abbia la pirateria, di sicuro non aiuterà i conti di produttori, distributori ed esercenti. Con questi margini, anche un 5% in meno di incassi può voler dire la chiusura di un cinema.

Ed è altrettanto semplice una cosa. Come dicono in America, una volta che il dentifricio è uscito dal tubetto, poi non lo rimetti al suo posto. Insomma, se abitui il pubblico che tutti i film sono disponibili a casa in tempi molto rapidi rispetto all’uscita in sala, poi non si torna indietro.

Io capisco che, in un momento di enorme difficoltà, le grandi catene dell’esercizio abbiano dovuto cedere su window che duravano da decenni. Ma un conto è ‘mollare’ qualcosa (magari due o tre settimane di window), un conto è sostanzialmente veder annullata la propria ‘immediatezza’.

Su questo punto, direi che ci sono due possibilità. Mi sbaglio io (ne sarei felice) e il pubblico non cambierà le proprie abitudini per le window ristrette. O si sbaglia chi ha sottovalutato questo aspetto e a quel punto le conseguenze saranno catastrofiche. Di fronte a questo rischio enorme, io ci penserei bene a proseguire su questa strada…

(Fine prima parte. Continua nelle prossime settimane)

Robert Bernocchi
Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
Top