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TV: l’Italia chiede alla UE più tempo per cedere banda alle telco

Il Senato torna a chiedere di dilazionare il passaggio delle frequenze 700 MHz agli operatori telefonici per “liberare” il 5G. In ballo il futuro di molte emittenti, soprattutto locali, e la transizione verso un nuovo standard del DTT che non piacerà alle tasche delle famiglie italiane.

Continua il tentativo italiano di ritardare un passaggio cruciale nell’assetto dei media e delle telecomunicazioni. Si parla della riassegnazione delle frequenze 700 Mhz attualmente occupate dalle emittenti televisive per consentire agli operatori telefonici di ampliare la loro offerta di banda larga mobile. Secondo la UE il cambio di mano dovrebbe avvenire entro il 2020 ma il nostro Paese non sarebbe ancora pronto, come emerge dalla risoluzione adottata ieri dal Senato “sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio, in ordine all’uso della banda di frequenza 470-790 MHz nell’Unione”.

Sebbene il documento cerchi di allineare le posizioni italiane su quelle comunitarie, la richiesta rivolta alle istituzioni europee è quella di concedere due anni di flessibilità rispetto alla scadenza prevista, tenendo conto delle specificità di ciascuno Stato membro e dei diversi costi di attuazione di tale salto verso il 5G. La posizione della nostra penisola, d’altra parte, risulta come sempre peculiare rispetto a quella di altri Paesi per la grande diffusione del DTT e per l’affollamento dello spettro delle frequenze, che arrivano addirittura a interferire con i territori confinanti. Da qui anche le tensioni con la Francia che vorrebbe liberare al più presto i 700 MHz di Corsica e Costa Azzurra per assegnarli agli operatori di telefonia che hanno acquistato le licenze in un’asta dal valore di 2,8 miliardi di euro.

La scadenza proposta dalla UE per regolare le questioni tra Paesi confinati è il 2017, data da cui scatterà anche il passaggio di banda alle telco francesi, ma in ballo ci sono le trasmissioni delle tv italiane che hanno in uso licenze valide fino al 2032 (altra eccezione rispetto al panorama europeo). Il nuovo quadro delle frequenze 470-790 MHz pone però anche un’altra criticità di cui le istituzioni italiane hanno ben ragione di preoccuparsi, in quanto prevede la transizione verso un nuovo standard (DvbT2) che comporterebbe un ricambio tecnologico cui non è detto che i consumatori italiani siano pronti, trattandosi per altro di dispositivi presenti in 18 milioni di famiglie su 24.

Negli interessi confliggenti di telco e tv, insomma, in Italia continuano a prevalere le ragioni del piccolo schermo, nonostante la quantità di risorse che potrebbero entrare nelle casse dello Stato da un’asta tra le telco per l’assegnazione delle frequenze. Senza contare poi la necessità di banda che caratterizza il nostro Paese, dove per altro il mobile ha una penetrazione straordinaria: per gli smartphone si parla del 91% della popolazione e per i tablet del 60%, contro una media europea rispettivamente del 77% e del 49% (dati Accenture).

Anche se ritardato, è bene dunque preparasi all’idea che il passaggio sarà inesorabile e più rapido rispetto al 2032 previsto dai contratti delle emittenti o del 2025 proposto da Confindustria Radio Tv, con conseguenze immediate destinate a esplicarsi soprattutto sulle tv locali. Per loro un cambiamento nel modello di business sembra più urgente che per altre realtà, ma in generale un ruolo più influente delle telco nel settore audiovisivo sembra un trend confermato di cui anche gli operatori italiani dovranno prima o poi prendere atto.

 

Fonte: Corriere delle Comunicazioni, Tvzoom

Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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