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18 aprile 2017 • 14:51 • Scritto da
Robert Bernocchi

Report e il cinema italiano

La puntata di Report di ieri ha fatto giustamente luce su alcuni punti oscuri del nostro cinema. Ma ha anche fatto un po’ di confusione...

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La aspettavamo da una settimana, qualcuno con timore, qualcun altro (come chi scrive) preoccupato che si facesse confusione e si raccontasse male una materia molto complessa. Alla fine, la puntata di Report dedicata al cinema italiano (se l’avete persa, la potete recuperare qui, ha fatto il 5,6% di share, decisamente basso per questo programma) è arrivata ed è opportuno fare un po’ di fact checking a riguardo.

Intanto, precisiamo subito una cosa. Il lancio del servizio (già una settimana fa) era stato: “abbiamo finanziato il cinema per 1,2 miliardi, dovremmo vedere film bellissimi”. Ovviamente, c’è un po’ di retorica. Qualsiasi cosa pensiate dei finanziamenti pubblici e di come vengono usati, la situazione prima era decisamente diversa. Infatti, i contributi diretti erano più alti, mentre adesso è raro che si arrivi a un milione di euro, anche per grandi registi famosi e premiati nel mondo.

In effetti, il grosso dei contributi (insomma, di questi 1,2 miliardi di euro) arriva dal tax credit interno, che significa quindi sgravi fiscali e non certo contributi diretti. Questo vuol dire comunque che il produttore rischia di suo e che questi sgravi aiutano a creare delle attività che portano soldi allo Stato, anche semplicemente grazie a contributi e Iva (senza contare, ovviamente, l’occupazione). Non ci fosse il tax credit, non ci sarebbero molti film (o almeno, non con gli stessi budget) e quindi tanti soldi non rientrerebbero nelle casse dello Stato. Insomma, se qualcuno pensa che, abolendo completamente questi incentivi, lo Stato risparmierebbe 1,2 miliardi in 5 anni, si sbaglia di grosso, non è così.

In realtà, il merito del tax credit (interno!) è indubbio e in effetti siamo passati dai primi anni del millennio, in cui il cinema italiano aveva una quota rispetto agli incassi generali al cinema inferiore al 10%, ad anni recenti in cui ha anche superato il 30% (solo nel 2016, eravamo al 28%, rispetto al 18% della Spagna e al 16% della Germania). Insomma, per quanto riguarda “la norma che doveva rilanciare il cinema italiano”, diciamo tranquillamente che ci è riuscita alla grande, peraltro con un meccanismo molto più virtuoso del passato. Quindi è discutibile dire (come fa Report) che “senza Zalone il cinema è quasi morto”, ma qui mi rendo conto che, dopo che decine di addetti ai lavori dicono colpevolmente la stessa cosa, la trasmissione è quasi ‘legittimata’ (però il nostro articolo potevano leggerlo). Non parliamo poi dei “film bellissimi” (ci torno sotto).

E proprio sul tax credit Report non fa una distinzione fondamentale all’inizio del servizio (che poi, in realtà, funziona abbastanza bene ed è meritorio nel denunciare truffe gravi): quella tra tax credit interno ed esterno. Come indica il nome, il tax credit interno è rivolto alle aziende che lavorano nel mondo del cinema (ed è del 15%), quello esterno alle società (appunto) esterne al settore. La differenza è che il secondo permette un tax credit di ben il 40%, che lo rende molto vantaggioso e in grado di generare ovviamente un forte interesse.

Di per sé, sarebbe un’ottima norma per attirare capitali esterni, che però ha provocato diverse truffe ai danni dello Stato. Il meccanismo lo spiega bene il regista Mainetti e sostanzialmente (ripetiamolo, è utile) gioca sul fatto che un produttore in difficoltà è ben lieto di prendere anche solo una parte di un finanziamento esterno. Insomma, l’investitore ti promette un milione, ma ti richiede (cosa che non dovrebbe fare) 700.000 euro (o altre cifre, anche più alte). Tu produttore rimani comunque con 300.000 euro da utilizzare, l’investitore invece senza rischiare niente ha già guadagnato 100.000 euro. Il tax credit esterno potrà arrivare nella nuova legge anche al 40%, ma sembra che ci saranno nuovi strumenti per evitare e/o limitare le truffe di cui si è parlato.


Capitolo Cinecittà. Una cosa è sicura: l’idea – ormai molto probabile – che questa realtà torni (senza peraltro che ci sia un chiaro piano industriale di rilancio e, peraltro, se hanno fallito i privati…) in mano pubblica (si dice a Mibact e Rai, a cui va la mia solidarietà per le patate bollenti che ricevono spesso), non è entusiasmante.

Giusto qualche appunto su un servizio comunque utile e molto interessante. Si ha l’impressione che da una parte si attacchino i risultati ottenuti dalla gestione privata e la possibilità che tutto torni in mano pubblica (critica decisamente comprensibile) e dall’altra però si dà voce a chi chiede, con la solita retorica delle ‘migliori maestranze del mondo’ (che sostanzialmente è il corrispettivo cinematografico de “gli arbitri italiani sono i migliori del mondo”, non si sa basato su quali fatti oggettivi), un rilancio. Decidetevi: lasciamo fare al Mercato o vogliamo che Cinecittà (e i suoi debiti) sia pubblica?

Per quanto riguarda gli studi cinematografici di Papigno, è chiaro che le aspettative di Benigni fossero molto diverse quando ha iniziato a investirci dei soldi. Ma è ovvio che, dopo Pinocchio e La tigre e la neve, non avesse senso continuare a far vivere quei teatri, anche considerando che sono 12 anni che Benigni non dirige un film. Sul passaggio a Cinecittà e le ragioni che hanno spinto gli attuali proprietari (che sono dei privati e finché gestiscono la cosa i privati, è più che altro un problema tra loro e le banche che li sostengono) a comprarsi qualcosa che non è facile rendere profittevole ammetto sinceramente anch’io di avere delle perplessità. Unica cosa: non capisco cosa abbia a che fare con il cinema la succursale dell’Università di Perugia e i suoi problemi, che viene citata in trasmissione.

Capitolo contributi. Qui sinceramente Report poteva fare meglio. Dove si gioca con le aspettative del pubblico è quando non è spiegata la dicitura “Interesse culturale”, che non porta necessariamente un contributo diretto, mentre dà sicuramente diritto a una serie di agevolazioni per l’uscita in sala (e che in quel caso vanno comunque agli esercenti, che sono incentivati a programmare quei titoli, non ai film o ai produttori). In effetti, molti produttori di film commerciali, chiedono ‘solo’ la dicitura di ‘interesse culturale’ e non un relativo finanziamento. Tutto questo fa comunque parte di una ‘torta’ da dividere (è magari discutibile avere diritto a una fetta di questa torta se sei una commedia commerciale, ma la torta comunque rimane uguale e non costa un euro in più al contribuente). Negli ultimi tempi è ormai rarissimo che una commedia commerciale prenda finanziamenti diretti, ma dal servizio (e dalle parole di Veronesi, francamente rivedibili) si potrebbe pensare il contrario. E’ vero invece che sugli incassi sui mercati stranieri praticamente non abbiamo dati e questo non va bene (sarebbe stato un punto interessante da approfondire, ma anche così è meritorio averlo citato).

Il discorso sui contributi sugli incassi andrebbe invece spiegato meglio, senza giocare sul facile scandalismo (perché chi guadagna già di suo, deve avere anche altri soldi?). Non viene detto infatti che, solo per citare l’esempio fatto in trasmissione, non andavano nel patrimonio di Valsecchi i soldi ricevuti e relativi a Cado dalle nubi, perché nella vecchia legge c’erano una serie di priorità legati a questi soldi, fra cui la restituzione dell’eventuale contributo per l’interesse culturale e degli eventuali reinvestimenti. D’altronde, il senso della norma è premiare chi è più bravo a trovare un pubblico. E sapete chi ha un sistema simile? Proprio quella Francia che viene citata come un esempio perfetto da Report. Come se uno dicesse: adoro l’hamburger di McDonald, ma sono vegetariano.

Il buffo è che poi, come sempre capita in questi casi, si fa l’esempio francese come quello virtuoso. Su questo punto, non c’è dubbio che il sistema dei nostri cugini porti risultati importanti, ma non mancano le critiche su tanti aspetti da parte dei francesi stessi (si legga a proposito la polemica di Vincent Maraval, boss di Wild Bunch, qualche anno fa). E l’impostazione con cui vengono riferiti alcuni dati è fuorviante. Si dice che i produttori italiani investono solo il 5% sui film e i francesi il 30%, ma quel 30% dei francesi comprende anche il denaro pubblico, quindi i dati non sono omogenei (a quel punto, dovremmo aumentare il 5% attribuito ai produttori italiani).

Non è ben chiaro poi perché il prelievo fiscale francese (collegato invece anche a sconti fiscali), in cui si tassano pesantemente major americane e grandi canali televisivi, non sia un qualcosa che viene tolto alla fiscalità generale e dato per finanziare alcune specifiche cose, come se insomma il contribuente non tirasse fuori un euro. D’accordo, in Francia c’è una tassa di scopo, ma tante aziende con quei soldi potrebbero fare iniziative diverse (chissà, magari anche di maggiore successo). Infine, aggiungo una nota personale. Mi è capitato di occuparmi di gestire un finanziamento francese alla distribuzione di un film e quando ho iniziato a interessarmi della cosa, mi sono stupito che il sistema (Unifrance e CNC) non facesse distinzioni tra piccoli film d’autore e cinema commerciale. Mi è stato risposto che la loro impostazione era proprio quella, sostenere il cinema francese all’estero, TUTTO. Ecco perché il discorso di Report sui “film bellissimi che dovremmo vedere”, non ha senso. Anche se, va detto a loro discolpa, sono diciture come “interesse culturale” a essere fuorvianti, mentre si dovrebbe parlare di un “interesse di sistema”.


Sulla commistione tra esercizio e distribuzione (che rende difficili per gli indipendenti uscire nelle sale importanti), Report dimentica anche gli agenti regionali, altro capitolo spinoso e tutt’altro che privo di conflitti di interesse (anzi, forse anche di più). E’ discutibile che la maggior catena di sale d’autore sia di proprietà di diversi distributori? In linea teorica sì, in pratica non so quanto potrebbe sopravvivere altrimenti. E’ un aspetto comunque complesso, che forse Report poteva affrontare in maniera meno sbrigativa.

Sulla parte televisiva, va precisato che stiamo parlando di tax credit, quindi non di contributi diretti. E quando si parla del politico Follini con tono leggermente scandalizzato, conviene ricordare che è merito suo se questa norma vale anche per la Tv ed è il motivo per cui ex politici sono coinvolti come responsabili delle associazioni. Potrà non piacere, ma Follini e Rutelli servono a questo: parlare con le istituzioni, con cui (per ovvie ragioni) hanno ottimi rapporti di conoscenza.

Sempre sulla televisione, trovo fuorviante che Lux Vide venga messa in discussione e fatta passare per una società che lavora grazie alla politica, come avvenuto durante il programma. Giusto per citare le loro ultime produzioni: Studio 1, Che Dio ci aiuti, Un passo dal cielo, I medici e Don Matteo. Guardatevi gli ascolti straordinari che ottengono e poi ditemi se sono dei “raccomandati”. In generale, c’è un fissazione dei rapporti con la politica. Io personalmente, più che mostrare rapporti di parentela tra addetti ai lavori cinematografici e politica, sarei più interessato a rapporti meno evidenti, ma decisamente con un peso maggiore. Ma capisco che il collegamento funzioni sempre per un certo pubblico.

Insomma, è sempre utile che una trasmissione come Report si concentri sul nostro settore, che non deve avere paura dei ‘controlli’, anzi dovrebbe esserne felice. Tuttavia, come avrete capito dall’elenco di questo articolo, c’è stata una certa confusione tra contributi diretti e sgravi fiscali, così come nel lasciar ‘supporre’ cose che poi non sono come si potrebbe pensare. E soprattutto, in certi casi non c’è stata la giusta chiarezza su alcuni aspetti. Peccato.

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