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07 aprile 2017 • 12:00 • Scritto da
Robert Bernocchi

Perché i cinema non credono nella loro forza?

Centralità della sala. Finestre di sfruttamento. Sale che chiudono. Molti gli argomenti affrontati nel convegno dell’Anica ieri. Diversi, purtroppo, affrontati male...

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Il convegno di ieri “Il futuro urbano dei cinema” si è rivelato molto interessante, ma forse non per i motivi previsti. Ci sono stati sicuramente dei momenti molto istruttivi e anche ‘ispiratori’. Sono infatti esperienze molto interessanti quelle dell’Anteo di Milano e di IMG Cinemas di Mestre, rispettivamente di Lionello Cerri e di Gianantonio Furlan, progetti di cinema che possono essere presi a modello per trovare un ottimo rapporto con il pubblico degli appassionati. Peraltro, questi due cinema rispecchiano il concetto espresso efficacemente da Paolo Virzì nel suo intervento, quella di una sala accogliente e fatta su misura per un certo tipo di pubblico.

Ma troppe cose (forse anche per la grande varietà degli interventi) proprio non convincono. Facciamo qualche esempio e se non trovate i nomi di chi le ha proposte, non è per paura di citarli, ma perché poi si personalizza sempre tutto, mentre purtroppo tante idee sballate sono diffusissime e ripetute da molti (troppi) addetti ai lavori.

Iniziamo. Molti hanno sostenuto tranquillamente che i giovani non vanno al cinema e, dalle loro parole, sembrava una cosa acquisita e indiscutibile. In realtà, nella ricerca GFK che ci è stata presentata, si vede come il target 15-24 anni è quello che investe di più (in percentuale sulla loro spesa annua in entertainment) in cinema. Perché quindi questa leggenda metropolitana, visto che anche altre ricerche dimostrano che i millennial al cinema ci vanno e tanto? Temo che sia semplice: un certo tipo di addetto ai lavori va solo in sale cittadine e magari d’essai, che hanno degli spettatori con un’età media molto alta. Se invece nelle sale dei centri commerciali (a proposito, forse bisognerà capire perché, in questi incontri, si parla sempre dei centri commerciali e dei cinema al loro interno come del Male assoluto) non ci vanno mai, è abbastanza naturale che siano sinceramente convinti che i giovani non vanno al cinema. Per fortuna, in conclusione dei lavori, il direttore generale per il cinema Nicola Borrelli e Barbara Riatti di Gfk hanno ricordato quanto, in realtà, i giovani vadano molto al cinema.

Poi ci sono cineasti che parlano della crisi del cinema italiano come se fosse una cosa ovvia (perché? Quali numeri lo dimostrerebbero?) o figure istituzionali che ritengono che ci sia un pubblico che vede i film sull’orologio (non me lo sto inventando, giuro). Esercenti storici che parlano giustamente delle loro difficoltà (tra cui, anche tasse insostenibili) vengono messi accanto a chi occupa i cinema e poi vince i bandi per gestire una sala grazie a quell’esperienza. Insomma, il PCI (partito del cinema italiano), come lo chiama Benigni, è un grande partito di lotta e di governo, in cui tutto trova spazio, il diavolo e l’acqua santa.

Ma l’argomento più sfizioso arriva da chi propone una sorta di day and date particolare, rielaborando l’idea di offrire i film anche nel salotto di casa in contemporanea con le sale e assegnando una percentuale dei profitti agli esercenti. L’originalità della proposta è di dare i film alle sale dal mercoledì alla domenica e invece di proporre il film in VOD il lunedì e martedì (non è ben chiaro se le sale potrebbero programmarli anche in quei due giorni). Si dice che questo sistema dovrebbe funzionare perché le percentuali agli esercenti nei primi due giorni della settimana sarebbero superiori agli incassi delle sale in quelle giornate. Ci si dimentica incredibilmente che se le persone vedono il film a casa, poi ovviamente non vanno al cinema (e quella perdita non viene tenuta nel giusto conto). Insomma, è uno di quei casi in cui ti viene voglia di dire, “parlo mai di astrofisica io?”.

Ma il dubbio maggiore che ho sempre in questi casi è un altro. Si parla spesso di centralità della sala, ma a mio avviso per i motivi sbagliati. In effetti, dopo aver fatto pensare per anni che le sale stiano chiudendo tutte o che siano in crisi, si dice per questo che bisogna ‘difenderle’ (già la terminologia dimostra che si è poco convinti del proprio valore e fa pensare a dei soldati assediati in un fortino) per sostenere un’idea del cinema come sogno e per far socializzare le persone, un’esperienza che ovviamente non è ripetibile a casa. E’ chiaramente un’opinione ideologica, su cui si può essere o meno d’accordo, ma che trascura un punto fondamentale.

In effetti, il cinema in sala non va neanche ‘difeso’, perché ha un’importanza commerciale talmente forte, che si difende (e attacca) semplicemente raccontando i suoi numeri. Gli incassi in sala nel mondo in generale aumentano, nei Paesi occidentali che hanno una lunga storia di cinema (inteso come strutture moderne) sono sostanzialmente stabili. Considerando quanto è crollato l’home video tradizionale (e il VOD, per quanto in costante crescita, non è neanche lontanamente paragonabile ai profitti che portavano i dvd nel momento d’oro di questo formato) e che anche il cinema in televisione per molti non fornisce grandissime entrate, la centralità della sala è indiscutibile ed è di natura economica. Ecco, perché questo fatto non viene messo in grande evidenza, anche con legittimo orgoglio, da parte degli esercenti?

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