Una delle costanti che accompagnano la storia della comunicazione, è che a ogni grande cambiamento c’è sempre chi è pronto a gridare alla panacea e chi al disastro. Prendendo spunto da una celebre definizione coniata da Umberto Eco, si può parlare di apocalittici e integrati. E da quando Internet ha cominciato a entrare nella vita quotidiana di una parte sempre più consistente della popolazione mondiale, ha avuto forse più apocalittici e integrati di qualunque altro medium, forse perfino della tv. La cosa curiosa è che le “teorie millenaristiche” sui presunti danni causati dalla Rete (abbattimento delle comunità tradizionali, istigazione all’autismo sociale e alla creazione di identità plurime, allontanamento dalla vita reale) stentano ancora oggi a essere superate. Un esempio? Il recente studio della Missouri University of Science and Technology, volto a dimostrare una relazione diretta tra depressione e uso intenso del web, in particolare del file-sharing.

La ricerca si intitola “Associating Depressive Symptoms in College Students with Internet Usage Using Real Internet Data”, ed è stata condotta monitorando 216 studenti e le loro connessioni Internet per un intero mese.  Le attività in Rete sono poi state confrontate con i profili psicologici, e ne è emerso come i soggetti con più sintomi depressivi siano proprio quelli che passano più tempo a condividere file, chattare e controllare la posta elettronica. Neanche a dirlo, la Rete ha replicato a tono. Come riporta Linkiesta, tra le risposte più sentite c’è stata quella del sito TorrentFreak, dedicato in gran parte alla cultura del P2P e alla libera circolazione dei contenuti nel web: la prima accusa mossa allo studio, è il supporto indiretto alla politica di repressione del file-sharing perseguita da alcune grandi multinazionali dell’intrattenimento, dalla MPAA – Motion Picture Association of America e dall’omologa nel campo della musica, la RIAA – Recording Industry Association of America. La seconda, è quella di ricalcare il risultato di molte altre ricerche secondo cui farebbero male praticamente tutte le cose che si possono fare tramite la Rete, dallo shopping online a guardare troppi video, usare troppo i social network ecc. Risvolto inquietante del nuovo documento, è poi il consiglio di adottare, all’interno dei campus studenteschi, dei software per tenere d’occhio il comportamento degli stessi in Rete ed evitarne un uso “eccessivo”.

In realtà, a essere fondamentalmente superato dall’evoluzione stessa del web, è l’approccio analitico di fondo: ogni comportamento, anche il più sano, fuori e dentro il web, è dannoso se arriva a toccare livelli compulsivi. È vero che il medium è in parte il messaggio, cioè che il mezzo stesso contiene in sé alcuni elementi caratteristici della propria fruizione, e che l’accelerazione impressa all’intero sistema socio-economico dalla rivoluzione digitale, ha prodotto conseguenze meritevoli di studio e non ancora del tutto esplorate. Ma certo non è qualcosa che si possa ottenere monitorando, o peggio spiando, il comportamento di qualche studente. Prima che nascesse Facebook, l’ipotesi più diffusa non solo tra gli apocalittici, ma anche in gran parte di quell’opinione pubblica non ancora partecipata dai nativi digitali, era che Internet spingesse a distaccarsi dalla propria identità “reale” per creare degli alter ego virtuali completamente scissi dalla propria vita quotidiana, se non proprio schizofrenici.  Poi è arrivato Zuckerberg e, praticamente in un baleno, tutti hanno cominciato a usare spesso e volentieri il proprio nome nelle interazioni sul web, a portarci tutte le loro conoscenze reali, a postare video e foto di se stessi. L’evoluzione era più che prevedibile studiando la storia del web. Ma c’è sempre chi prefereisce gridare al lupo al lupo.

Fonte: Linkiesta