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Le prossime, fondamentali tappe per i cinema

Dal convegno delle associazioni degli esercenti sono arrivate delle giuste richieste per le sale. Ma attenzione a non sbagliare il bersaglio…

E’ stato sicuramente un buon punto di partenza la conferenza stampa dell’ANEC, assieme ad ACEC e FICE, che venerdì scorso hanno messo in evidenza alcune importanti difficoltà delle sale italiane.

Va intanto segnalato con favore che non si siano stati richiesti esplicitamente ristori (che servirebbero sia per gli esercenti che per i distributori, ma è un altro discorso), ma che la richiesta più forte sia quella di poter lavorare senza tutte le norme restrittive che colpiscono i cinema, ancora adesso che in tanti altri ambiti la situazione si sta normalizzando.

Se è vero che dal 10 marzo sarà possibile tornare a consumare food & beverage all’interno delle sale, non sappiamo ancora fino a quando si dovranno utilizzare le mascherine e anche quali. Possibile che servano ancora le FFP2? Questo è decisamente una limitazione, visto che tutti giriamo con quelle chirurgiche, ma pochi con le FFP2. Tutto questo aiuterebbe anche i distributori a programmare con più fiducia e minori timori.

Inoltre, è stato fatto un discorso sacrosanto sulle window, che non posso che appoggiare (visto anche quanto ne ho parlato nei mesi scorsi). A maggior ragione dopo che ho scoperto che certi film che sono arrivati molto rapidamente sulle televisioni/piattaforme, non possono più essere programmati in sala, nonostante le richieste degli esercenti. E bene anche chiedere iniziative forti per rilanciare il cinema nell’immaginario del pubblico, anche se temo che una nuova Festa del cinema con le modalità degli anni passati, sia utile ma non sufficiente, e che bisogna pensare più in grande.

Inoltre, mi fa piacere che una mia proposta come quella dell’ingresso a 4 euro sia stata recepita, anche se ‘declinata’ a una proposta di biglietto con “riduzione generalizzata agli spettatori under 18”. In generale, è stato anche importante l’intervento del Presidente dell’Unione Editori e Distributori Cinematografici ANICA, Luigi Lonigro, che ha ricordato una cosa che spesso si dimentica in queste occasioni, ossia che il cinema non ha solo un’importanza culturale, ma anche economica.

Ci sono però un paio di punti che, pronunciati durante la conferenza e ripetuti nel successivo comunicato, lasciano un po’ perplessi e ritengo possano creare obiettivi fuorvianti. Intanto, questo passaggio:

“A fronte di oltre 900 produzioni approntate o in fase di completamento, al 99% finanziate dallo Stato, non più del 35% sembra destinato alle sale cinematografiche, sempre più spesso facendovi capolino prima di dirottare su piattaforme e tv”.

Mi chiedo: perché citare tutte le produzioni in Italia (senza peraltro specificare di che tipo di produzioni si parla e che periodo è stato preso in esame), comprese evidentemente le serie per le televisioni lineari e per le piattaforme? Perché in un dibattito sulle sale dovrebbe essere una notizia da segnalare? Il problema per i cinema non è certo se qualcuno fa una fiction Rai o Mediaset, ma se invece i prodotti che hanno ricevuto contributi pubblici destinati ai film in sala, poi sul grande schermo passano solo con un’uscita tecnica.

E poi, messa così, sembra una lamentela che vuole sottolineare come i film italiani per il cinema sarebbero pochi. Tutt’altro, il problema è che sono troppi e che molti di quelli con budget bassi (la maggioranza) non hanno nessuna ragione di essere, se non quella di far guadagnare i produttori per il semplice fatto di produrre (e non perché trovano effettivamente un pubblico). Bisogna sicuramente produrre di meno ed eliminare tanta roba inutile (non nel senso che deve finire direttamente in piattaforma, come suggerisce qualcuno, ma nel senso che non dovrebbe esistere, perché tanto quasi sempre non troverà attenzione neanche in piattaforma), per concentrare le risorse su chi cerca effettivamente di dar vita a un’industria (magari anche esportabile all’estero).

Altro passaggio problematico, elencato tra le proposte del convegno:

“Assicurare maggiori investimenti dell’industria per bilanciare l’accesso agli spazi televisivi (gli spot milionari acquistati dalle piattaforme durante il Festival di Sanremo sono un esempio lampante)”

Partiamo da una constatazione: le piattaforme non parlano quasi mai dell’attività delle sale e di chi lavora all’uscita dei film theatrical. Chi invece lavora sul theatrical parla tantissimo delle piattaforme. C’è uno squilibrio di attenzione che rende evidente come una delle due realtà non si preoccupa minimamente dalla seconda, mentre la seconda ne è angosciata, anche in maniera eccessiva e quasi autolesionista.

Per carità, nel momento in cui le piattaforme non si fanno problemi (ma è chi glielo permette il vero problema, non queste realtà imprenditoriali che fanno semplicemente il loro interesse) a programmare film dopo soli 30-40 giorni che sono passati nei cinema, c’è sicuramente da preoccuparsi e da protestare. Ma questo non significa che qualsiasi cosa legata alle piattaforme sia preoccupante. Per esempio, tra tutte le problematiche da risolvere per il cinema in sala, non ritengo che una priorità sia obbligare Netflix a comunicare gli incassi in sala dei suoi film. Tra parentesi: non è che finisce come con Google News in Spagna, che dopo essere stata obbligata a pagare gli editori per avere il ‘privilegio’ di linkarli, ha preferito chiudere Google News in quel Paese nel 2014 e ha riattivato il servizio solo di recente, quando quest’obbligo è stato modificato?

E non è sicuramente una priorità stare a guardare quanti spot di piattaforme vengono mandati in onda durante il Festival di Sanremo. Anche perché, se posso capire le buone intenzioni (segnalare le ‘difficoltà economiche’ di chi distribuisce i film a promuoverli durante un appuntamento così importante), il caso specifico è veramente fuorviante. Ricordo infatti che abbiamo vissuto un periodo di uscite ridottissime al cinema e che in generale i distributori si sono ritrovati (da Natale in poi) con incassi decisamente inferiori alle aspettative. E quindi, sarebbero stati folli ad acquistare spot costosissimi per i loro film (quali poi? Giusto forse Assassinio sul Nilo, ma non so se la Disney lo abbia fatto) durante l’appuntamento televisivo più visto dell’anno.

Insomma, come mi è già capitato di dire, dobbiamo tutti fare più attenzione alla comunicazione. Perché spesso il settore ha ragione da vendere, ma non lo riesce a far capire, soprattutto ai giornalisti. Riflettiamoci…

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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