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Perché le uscite in day and date sono un pericolo

Il 2021 è stato l’anno in cui è diventato normale far uscire i grandi film in contemporanea in sala e in salotto. Ma è la soluzione giusta?

Premessa: ho un’idea abbastanza decisa sul day and date. Ma piuttosto che ‘imporla’ segnalando solo i dati che confermano la mia tesi, preferisco cercare di analizzare la questione in maniera il più possibile obiettiva.

Va premesso che non tutte le uscite day and date sono uguali. Intanto, perché un conto è se il film esce all’interno di un abbonamento e quindi viene percepito come ‘gratuito’ (o, se stimola un nuovo abbonamento, viene considerato gratuito tutto il resto compreso nell’abbonamento), come è stato quest’anno in America per i titoli Warner, disponibili in contemporanea su HBO Max. O se invece viene fatto pagare a un prezzo Premium, come è stato il caso di Mulan e Black Widow. Inoltre, è evidente che uscire su Disney+ (118 milioni di abbonati nel mondo) non è la stessa cosa che uscire su Paramount+ (i dati ufficiali parlano di 47 milioni di abbonati, ma comprendono anche altri servizi come Showtime e quindi i numeri reali sono decisamente inferiori).

E’ ovviamente impossibile dire con certezza come andrebbero al cinema in una finestra esclusiva i film che escono in day and date (e, viceversa, quelli che non escono in contemporanea se invece fossero proposti con questa modalità). Non avremo mai la controprova. Tuttavia, si può notare come alcuni film recenti usciti in day and date negli Stati Uniti hanno visto i loro incassi calare maggiormente nel secondo fine settimana, rispetto a titoli che avevano un’esclusiva in sala, tanto che la differenza media è di ben il 10%. Lo potete vedere nell’infografica sotto (qui la versione interattiva):

Inoltre, anche il rapporto tra primo weekend e risultato totale è generalmente a favore dei film in esclusiva cinema, che quindi hanno una tenitura mediamente migliore, come potete vedere sotto (qui l’infografica interattiva):

Ovviamente, ognuno di questi titoli fa storia a sé e non si possono prendere questi dati come prove inoppugnabili. Per esempio, mi pare evidente perché – in qualsiasi caso – titoli come Halloween Kills o Venom – La furia di Carnage avrebbero comunque avuto dei cali notevoli nel secondo settimana. Venom 2, peraltro, nel secondo fine settimana ha dovuto fronteggiare l’esordio di No Time To Die. In generale, i film usciti negli ultimi due mesi hanno subìto una concorrenza maggiore di quelli arrivati d’estate. E ovviamente, come già detto, c’è una bella differenza tra i film Warner disponibili all’interno dell’abbonamento HBO Max e i film Disney, che richiedevano non solo l’abbonamento a Disney+, ma anche un premium price.

Quello che è sicuro, sono i costi enormi per dar vita alle operazioni di day and date nel 2021. Jason Kilar di Warner, in un’intervista al Wall Street Journal, ha affermato che, per soddisfare i talent che avrebbero perso dei possibili bonus legati al solo risultato in sala, sono stati spesi 200 milioni di dollari. Per esempio, per un film come Wonder Woman 2 si sono pagati i ‘premi’ come se questa pellicola avesse ottenuto un miliardo di dollari di incassi (cosa che anche prima della pandemia avrebbe avuto grandi difficoltà a fare). E ricordiamo il caso mediatico che ha visto coinvolti Disney e Scarlett Johansson per Black Widow, che, oltre al danno di immagine, è stato chiuso con oltre 40 milioni di dollari (anche se non ci sono stati annunci ufficiali, molte testate americani hanno riportato questa cifra).

Chi in effetti strepita sui grandi risultati ottenuti rapidamente e ‘senza costi di distribuzione classici’, sembra dimenticare quanto costino questi film, quanto costino delle enormi strutture mondiali di produzione e distribuzione (leggi, migliaia di stipendi diretti ai propri dipendenti e tante altre spese collaterali) e quanto (come scritto sopra) costino i talent, prima e dopo l’uscita dei film. E quanto questa nuova modalità di sfruttamento limiti fortemente la vita di un film dopo l’uscita in contemporanea.

E’ difficile anche valutare gli aumenti nel numero degli abbonati. Intanto, tutto l’intrattenimento domestico è cresciuto durante i peggiori momenti della pandemia, ed è difficile capire che impatto hanno avuto i film offerti gratuitamente in piattaforma (sinceramente, non considero i risultati dei TVOD come Black Widow o Mulan nel miglioramento dei dati, perché richiedevano comunque cifre importanti oltre all’abbonamento standard). E poi, se qualche titolo stimola all’abbonamento, cosa serve per mantenere il consumatore a tenere il servizio attivo? Per esempio, quanto inciderà il fatto che nel 2022 HBO Max non avrà più in day and date i film Warner? E comunque, quanti soldi si perdono, per esempio non potendo più vendere i propri film alle televisioni, per chi ha deciso di darli in esclusiva alle proprie piattaforme?

Un altro aspetto importante e da considerare è l’abitudine che si dà al consumatore, non solo per le operazioni in day and date. Pensiamo a No Time To Die, che era disponibile in America in TVOD dopo solo un mese dall’uscita in sala, cosa che ovviamente significa anche renderlo facilmente rintracciabile in versione pirata. In generale, 45 giorni di window (magari 60 per certi blockbuster) è ormai lo standard ed è preoccupante, perché chi si perde un film dopo il primo/secondo weekend, pensa che in breve tempo potrà vederlo a casa.

In questo senso, i produttori italiani e le istituzioni dovrebbero ragionare seriamente se vogliono continuare con i 30 giorni di window attualmente permessi da un decreto che scadrà a fine anno. Peraltro, un conto è decidere di far uscire dei film in piattaforma durante la pandemia (per evitare di tenerli bloccati per tanti mesi), altro conto è farlo quando i cinema sono aperti e non c’è nessun impedimento a mantenere la classica cronologia dei media (magari più breve rispetto al passato, ma almeno stabile e che dà sicurezze al consumatore).

Se tutto questo non vi convince (e, in effetti, come vi dicevo, non posso fornirvi una prova schiacciante della mia tesi), cambiamo un attimo il punto di vista. Per farlo, citerò un argomento che ho trovato nel bel libro di Julia Galef, The Scout Mindset. Nel libro, si cita infatti una ragione per intervenire nell’affrontare il cambiamento climatico, espressa da Bob Litterman, che sottolinea come un catastrofico cambiamento climatico sia un ‘rischio non diversificabile’:

“Ciò significa che non c’è nulla in cui puoi investire che possa proteggerti dalla possibilità che ciò accada. In circostanze normali, gli investitori sono disposti a pagare ingenti somme di denaro per evitare rischi non diversificabili. E secondo la stessa logica, sosteneva Litterman, noi come società dovremmo essere disposti a investire una grande quantità di denaro nella prevenzione della possibilità di un catastrofico cambiamento climatico”.

Ora, senza arrivare a paragonare la situazione delle sale (e in generale della produzione cinematografica) a quella della Terra e della nostra sopravvivenza, il concetto è simile. Vogliamo infatti uccidere un sistema che per ora ha funzionato benissimo e ha offerto tante finestre di sfruttamento (in casa e fuori casa), per uno che ancora non sappiamo ancora che risultati complessivi potrà produrre? E che – nella sua ‘modernità’ – rischia di non comprendere al suo interno l’intrattenimento fuori casa, lasciandoci a combattere soltanto per conquistare il tempo libero dei consumatori sul divano di casa?

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.

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