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Cosa possiamo imparare dal successo della Ferragni

Il trionfo di Chiara Ferragni: Unposted ha fatto discutere. Speriamo che possa anche essere una lezione utile per il nostro settore...

Iniziamo dai dati. Il documentario, dopo essere passato al Festival di Venezia, ha incassato una cifra record nei tre giorni in cui è stato proposto come evento, ben 1.605.645 euro.

Non ci voleva molto a capire che sarebbero scoppiate le polemiche, fuori e dentro il web, con toni che sembrerebbero rivolti a un’organizzazione di pedofili o dei venditori di armi, piuttosto che a un’imprenditrice che dà lavoro (in maniera diretta o indiretta) a tante persone. 

D’altronde, le polemiche erano già nate al Festival di Venezia, dove molti hanno sostenuto che un titolo come questo non dovesse essere presente, come se la vita di una personalità del genere non fosse degna del Lido (e chi lo pensa, è sicuramente convinto che in un festival arrivino solo capolavori dedicati solo a grandi pittori e scrittori, beata innocenza). Per poi passare (cosa decisamente più inquietante) alle sale: un cinema di Torino aveva affermato con grande evidenza sul proprio sito che non avrebbe proiettato questo film, scelta che peraltro hanno fatto (con meno clamore mediatico) anche altre strutture, decisamente poco dotate di fiuto commerciale. E non dimentichiamo quelle sale che lo hanno proiettato, ma senza lavorare in maniera perfetta sulla promozione, anche perché magari il loro sistema di vendita biglietti online non è il massimo (cosa che crea un danno generale per qualsiasi prodotto, ma in particolare quando il target di riferimento è così giovane e abituato ad acquistare online).

Tutto questo ci permette di capire molti problemi del nostro settore, ma anche diverse opportunità interessanti, qualora decidessimo di risolverli. Vediamo quindi alcuni aspetti interessanti:

  • Da certo commenti (tanti, troppi) sembra che questo prodotto abbia tolto spazio e soldi ad altri film più ‘meritevoli’. Insomma, se non fosse uscito il documentario sulla Ferragni, quei 1,6 milioni di euro si sarebbero divisi tra Martin Eden e Burning. Certo.
  • Si è rimasti sconvolti che un documentario così trattato male dai critici abbia incassato benissimo. Come se fosse il primo grande successo che non è stato accolto bene dalla critica (che però forse nelle sue analisi dovrebbero iniziare a conoscere meglio quello che succede nel mondo dell’audiovisivo).
  • Ci si scorda sempre che la Ferragni, prima ancora che dover essere descritta con etichette come ‘influencer’, è una blogger di moda. La moda, una delle eccellenze del Paese e che ci fa conoscere nel mondo, che ci piaccia o meno. Sarebbe sempre il caso di ricordarselo…
  • E sarebbe il caso di iniziare a capire che certi lavori digitali sono, effettivamente, dei lavori, che richiedono idee, talento e soprattutto tante cose pratiche da fare. Certo, non sono lavori prettamente fisici, come stare in miniera, ma non siamo neanche più nell’ottocento, il mondo è un po’ cambiato e molti di noi (compreso il sottoscritto) si guadagnano da vivere senza utilizzare un piccone e il maggior sforzo fisico che fanno è premere dei tasti su un computer…
  • Si cita spesso l’apporto di Rai Cinema in questo documentario e magari con toni critici. Anche qui avviene quello che accade abitualmente con la Rai (televisione): se viene prodotto e distribuito un contenuto ‘alto’ per una nicchia estrema, tutto bene; se invece il contenuto è ‘generalista’ e magari anche ‘basso’ (ammesso e non necessariamente concesso che sia ‘basso’), allora è uno scandalo. Come se i contributi del canone dovessero essere spesi solo per una ristretta minoranza di italiani…
  • A sentire chi si scaglia contro questo documentario, sembrerebbe che di prodotti di questo tipo ne escano a decine ogni mese, a scapito dei film di qualità. Bene, facciamo un gioco: stiliamo un elenco di tutti i lungometraggi italiani da Festival usciti nell’ultimo anno. Saranno almeno 30 o 40. E poi invece cerchiamo di trovare un prodotto italiano rivolto alle adolescenti. Temo che dovremo tornare a Succede, uscito il 5 aprile 2018…
  • A questo proposito, chi ne vuole parlare bene auspica che, dopo essere andati nei cinema per vedere il documentario, il pubblico di giovani poi torni in sala a vedere prodotti di ‘maggiore qualità’. Ma se, invece di cercare ancora una volta di indirizzare i gusti del pubblico, li seguissimo e facessimo altri prodotti di questo tipo rivolti a loro, senza cercare di stabilire cosa è di qualità e cosa no? 

La cosa più importante di tutto questo (e che le reazioni al documentario della Ferragni dimostrano perfettamente) è capire cosa significa il cinema per noi. Si ha in effetti l’impressione che per molti sia da considerare qualcosa di nicchia e da mantenere puro. La cosa incredibile però è come, nella storia dell’umanità, non ci sia mai stata un’arte così popolare e trasversale del cinema (l’unico esempio che mi viene da fare in questo senso, è il rapporto che hanno tanti Paesi europei con il calcio, che unisce fasce di ogni estrazione sociale). Eppure, tanti addetti ai lavori snob hanno deciso che dobbiamo puntare a diventare una nicchia e ad allontanare il pubblico generalista, per rimanere solo un piccolo gruppo di raffinati cinefili. Evidentemente, per far incassare 3.600 schermi in Italia, bastano le Palme e i Leoni d’oro…

Robert Bernocchi
Robert Bernocchi
Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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