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Non dovremmo smetterla di preoccuparci di Netflix?

Puntuale come ogni anno, scoppia anche questa volta la polemica tra esercenti e Festival di Venezia a proposito di Netflix...

Non c’erano dubbi che la selezione in concorso di Venezia di Marriage Story di Noah Baumbach e The Laundromat di Steven Soderbergh avrebbe suscitato discussioni tra gli esercenti.

In effetti, come recita un comunicato, “L’Unione Internazionale dei Cinema (UNIC), che rappresenta le associazioni, tra cui l’Associazione Nazionale Esercenti Cinema (ANEC) e l’Associazione Nazionale Esercenti Multiplex (ANEM), e i principali circuiti di sale cinematografiche di 38 Paesi europei, chiede che i film selezionati in concorso dai principali festival e premi abbiano una regolare uscita nelle sale cinematografiche”.

Facciamo un attimo chiarezza su cosa sta ‘perdendo’ il mercato delle sale italiane. L’ultimo film di Soderbergh a uscire nei cinema italiani, Unsane, era arrivato il 5 luglio 2018 ottenendo 1.560 euro in 16 copie (media di 97 euro), per poi conquistare 11.617 euro nel primo weekend (645 euro di media) e chiudere la sua fortunatissima avventura con ‘ben’ 27.588 euro.

Passiamo invece al titolo di Baumbach nei cinema italiani, Mistress America, era sbarcato il 14 aprile 2016 con un incasso di 4.964 euro nel suo primo giorno e 35.000 euro (media di 1.094 euro) nel weekend d’esordio, chiudendo la sua marcia trionfale con 81.157 euro.

Insomma, non stiamo parlando di un Checco Zalone che fa perdere 50 o 60 milioni di euro al Mercato delle sale. Seriamente, la questione per il Mercato è completamente irrilevante.

E’ quindi solo e soltanto una questione ‘ideologica’, come spesso capita nel mondo del cinema italiano ed europeo, più legato a principi astratti, a scapito talvolta delle vere problematiche di Mercato. Magari, con l’obiettivo di trovare un capro espiatorio di fronte a risultati non sempre brillanti. Alla fine, non si riesce francamente a capire quale sarebbe stato il vantaggio per il nostro ambiente se il Festival di Venezia si fosse perso due titoli di prestigiosi registi internazionali.

Ma c’è un punto del comunicato molto interessante:

L’inclusione nella selezione ufficiale di film che siano alla portata di tutti, e non solo degli abbonati alle piattaforme streaming, giova al pubblico nel suo insieme. Quando i film sono disponibili solo sulle piattaforme, o sono destinati unicamente ad una uscita “tecnica” limitata nelle sale cinematografiche, la selezione dei festival/premi diventa in realtà uno strumento di marketing per mezzo del quale la gran parte del pubblico potenziale si vede negato l’accesso a un gran numero di contenuti di qualità.

Qui ci sono due punti fondamentali. Il primo è il discorso che “la gran parte del pubblico potenziale si vede negato l’accesso a un gran numero di contenuti di qualità”. Buffo, perché per esempio il già citato Unsane di Soderbergh è uscito nel suo primo fine settimana da noi in sole undici città (e tra queste, mancavano capozona come Napoli, Bari, Ancona, Padova, Catania e Cagliari), mentre ovviamente tutti possono farsi un abbonamento a Netflix. Chi è quindi che si viene “negato l’accesso a un gran numero di contenuti di qualità”, lo spettatore della sala o quello domestico? La risposta è semplice.

Ma il secondo punto da sottolineare è decisamente più intrigante, “Quando i film sono disponibili solo sulle piattaforme, o sono destinati unicamente ad una uscita “tecnica” limitata nelle sale cinematografiche, la selezione dei festival/premi diventa in realtà uno strumento di marketing”.

Qui vi dovrei dire che il discorso è banale, perché per tutti i film che passano un passaggio a un festival importante dovrebbe essere marketing. E invece no, senza ironia, questa volta hanno ragione le associazioni, per Netflix è soprattutto una questione di marketing, per gli altri spesso non lo è. Il problema è che è drammatico che abbiano ragione. Effettivamente, per molti film (in questo, la realtà dei titoli italiani lo conferma senza dubbio) passare a un Festival come Venezia non è marketing, ma soltanto una gratificazione autoreferenziale. Pensateci bene: per la maggior parte dei titoli (sicuramente quasi sempre per le sezioni minori, ma talvolta, anche quelli del concorso) significa spendere dei soldi, lavorare di promozione senza che il film sia nelle sale (perché non è che 40-50 film che passano a Venezia poi possono arrivare nei cinema nel giro di 2-3 settimane) e rischiare spesso di passare inosservati grazie alla tanta concorrenza interna che si ritrovano. Sicuramente non era l’intenzione del comunicato che abbiamo citato, ma una riflessione su quello a cui dovrebbero servire i Festival per tanta produzione italiana potrebbe essere il caso di farla.

Altro punto sorprendente del comunicato è questo:

“Per tale motivo, l’esercizio cinematografico ritiene che debbano essere presi in considerazione solo quei titoli per i quali sia prevista una piena uscita cinematografica e, laddove le strategie distributive per i film selezionati non siano ancora confermate, sia compiuto ogni sforzo utile ad incoraggiare i distributori di tali titoli ad osservare le regole stabilite dall’industria”.

Domanda semplice: quali “regole stabilite dall’industria”? In Italia per esempio ci sono delle regole specifiche di uscita, ma valgono solo per i film italiani. E’ stato un accordo che ha visto impegnate tutte le associazioni (comprese quelle degli esercenti), quindi è strano recriminare adesso, chiedendo l’applicazione di regole che si è evitato di creare.

E’ valido invece discorso che fa il comunicato della visibilità mediatica e del valore successivo (“un modello di business equo e trasparente, di lunga e provata efficacia per il pubblico così come per l’industria nel suo insieme”). Ma se agli autori va bene lavorare con Netflix, sapendo che il loro film non vivrà una vita lunga sul grande schermo (d’altra parte, spesso la loro scelta dipende dalla mancanza di volontà delle major di produrre film con budget medi e per un pubblico over 40), dobbiamo metterci noi a ‘difenderli’, peraltro non si sa da che cosa? Sono stati torturati per firmare con Netflix?

Robert Bernocchi
Robert Bernocchi
Story editor & Data Analyst at Pepito Produzioni e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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