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Perché il cinema di genere italiano non sfonda?

Una produzione ridotta rispetto a un tempo e risultati non sempre all’altezza degli investimenti. Ma quali le ragioni?

Una delle principali fonti di discussioni tra gli appassionati di cinema italiani è il cinema di genere. Il punto di partenza di solito è: “eravamo una grande potenza nel mondo (qui di solito si snocciolano tanti film italiani amati da Quentin Tarantino), perché adesso non siamo in grado di ritornare a quei livelli”?

Intanto, partiamo dai risultati del cinema di genere (definizione molto ampia, in cui troviamo magari thriller, horror e crime, ma anche melodramma e musical), prima di provare a fare delle ipotesi. Questi i dati tra il 2014 e il 2018 (qui l’infografica interattiva):

Mentre questi quelli di fine 2018-2022 (in entrambe le infografiche, l’ordine è quello di uscita dei vari film, l’interattiva è qui):

Prima cosa che balza subito all’occhio. Sono usciti pochissimi titoli di genere durante questi due anni di pandemia (almeno, film di un certo livello economico), io ne ho segnalati cinque, sicuramente ne potremo trovare qualcun altro più piccolo, ma è evidente che tanti titoli che avrebbero potuto ottenere incassi di un certo livello sono finiti anticipatamente sul piccolo schermo (e per fortuna che Diabolik e Freaks Out non hanno accettato le offerte delle piattaforme). Questo, sicuramente, non ha aiutato chi punta a vedere una maggiore quantità di cinema di genere in Italia (e, in generale, una salutare varietà di proposte).

Facciamo però un discorso più generale. Da anni ci sono stati investimenti importanti sul cinema di genere, in particolare da parte di Rai Cinema (che ha quindi fornito una spinta fondamentale a questa tipologia di prodotti) e in seguito anche – ma in misura minore – da Vision/Sky, Lucky Red, Medusa e Warner (negli ultimi tempi, aggiungiamo anche Eagle). Purtroppo, il problema è che con un certo cinema di genere non è facile trovare la giusta misura economica. Un horror può costare anche poco (la Blumhouse ne crea di pregevoli spendendo anche meno di cinque milioni di dollari), ma se vuoi misurarti con un certo tipo di action di modello americano l’asticella si alza e di parecchio.

Come competere insomma? Non è semplice, se pensiamo che per esempio Lucy è costato poco per gli standard di Luc Besson e in generale dei prodotti che puntano a una platea mondiale. Poco… ‘solo’ 40 milioni di dollari. Possiamo permetterci 40 milioni di dollari per un titolo italiano? No. E allora perché insistiamo a pensare che più si spende su un titolo, meglio è per tutti, nonostante questo significhi anche una notevole pressione di dover incassare cifre importanti (e ottenere ottime vendite estere, cosa sempre complicata per la nostra produzione)? Conviene ricordare che tanti prodotti di genere europei hanno funzionato anche con costi moderati. Esempio banale: Il Colpevole di Gustav Moller, che ha generato anche un remake americano per Netflix con Jake Gyllenhaal, The Guilty. Molto spesso, non è questione di budget (tanto, nessuno può competere con gli americani in Europa, a parte il già citato Besson), ma di idee intriganti e magari potenzialmente in grado di dar vita a dei remake internazionali. A proposito: Lo chiamavano Jeeg Robot ha ricevuto diverse offerte di remake dall’estero, tutte rifiutate (un bene? Non ne sono convinto).

Altro problema, la troppa autorialità. Pensiamo ad alcuni dei maggiori titoli di genere recenti e le scelte che hanno fatto. Diabolik dovrebbe ovviamente puntare su un pubblico giovane, ma in realtà è un prodotto che sembra più attento a quelli che leggevano il fumetto già negli anni sessanta-settanta (e adesso, ovviamente, sono ‘diversamente giovani’, magari in pensione). Il primo re dovrebbe puntare al pubblico de Il gladiatore e di prodotti simili, ma decide di far parlare i personaggi in protolatino (scelta interessante da un punto di vista artistico, ma problematica per la commerciabilità del prodotto, non solo in sala, ma anche e soprattutto sul piccolo schermo). E Freaks Out non a caso passa in concorso al festival di Venezia (chi mi legge da un po’, sa che – tranne per l’essai stretto – non consiglierei a nessun italiano di andare a Venezia, i rischi sono maggiori dei possibili benefici) e questo senza neanche considerare i tempi di realizzazione e i costi necessari per dar vita a questa pellicola. Uno come Stefano Sollima lavora ormai negli Stati Uniti (dopo che nella sua crescita sono state fondamentali le esperienze al cinema con ACAB e Suburra) e non credo proprio che sia un caso. Nonostante sia sicuramente un ‘autore’, è anche ben consapevole di cosa richiede il Mercato ed è pronto a fornirlo a chi lo finanzia.

Un altro aspetto interessante che noto quando arriva un film italiano di genere importante (ed è capitato di recente sia per Freaks Out che per Diabolik), è quello che si scatena una ‘call to action’ agli appassionati. Il concetto è semplice: ogni volta sembra che si giochi una partita fondamentale per il cinema italiano di genere. Magari è vero, ma se tutto dipende da un unico risultato, questo fa parte dei problemi che abbiamo, perché una partita così importante non può dipendere da un unico titolo. Così, ci si concentra sul fatto che gli appassionati vadano assolutamente al cinema. Il fatto è che quelli magari ci vanno, il problema sono tutti gli altri non strettamente appassionati e che in realtà determineranno (o meno) il successo dell’operazione.

Prendiamo il maggiore fenomeno degli ultimi anni: i titoli Marvel. Alcuni film hanno incassato in Italia circa 4-5 milioni, Avengers Endgame invece 30 milioni. Questo ci fa capire che il nucleo di ultra-appassionati Marvel non è poi così enorme, se alcuni titoli non superano i 4-5 milioni. Quindi, quando ci si lamenta del fatto che gli appassionati non vanno a vedere il film italiano, molto spesso si sbaglia due volte. Perché in realtà ci sono andati. E perché involontariamente pensiamo che gli appassionati siano un numero enorme (e magari li confondiamo con quelli che vanno a vedere i titoli Marvel, pensando che siano tutti appassionati di cinema di genere).

Limitiamoci alla pandemia. Se insomma Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli, un film molto apprezzato ed efficace, incassa da noi meno di 4 milioni, perché si pretende che i 2,7 milioni di Freaks Out non siano soddisfacenti (e magari si sostiene anche che il problema sia come è stato distribuito)? Il problema per questa operazione è stato l’alto costo del film (peraltro dovuto a un enorme allungamento delle riprese e della postproduzione, quindi questo significa che il budget finale non si vede tutto sullo schermo). Quindi, non dovremmo avere l’obiettivo di portare in sala i grandi appassionati (che non possono da soli far sfondare un film), ma dobbiamo puntare a interessare un pubblico più vasto (almeno, quando i budget sono elevati e hanno bisogno di risultati importanti per andare in pari).

Per sintetizzare. Non c’è dubbio che in Italia avremmo grandi potenzialità per dar vita a un importante cinematografia di genere. Tuttavia, bisogna accettare che il cinema di genere ha delle regole e un certo tipo di pubblico. Se si punta invece a sovvertire queste regole e a parlare a uno spettatore più adulto/raffinato, forse non siamo sulla strada giusta. E i risultati non saranno piacevoli

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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