You are here
Home > Analisi > I conti (in rosso) dei servizi streaming…

I conti (in rosso) dei servizi streaming…

Come sappiamo, le realtà SVOD sono fatte di enormi investimenti e (per ora) pochi profitti. Ma vediamo i numeri precisi…

Ha fatto decisamente un lavoro utile Sean McNulty di The Ankler, che ha raccolto in un unico articolo/newsletter tutti i dati più importanti dei bilanci dei servizi streaming nel primo trimestre 2022, che ci permettono di avere un quadro molto chiaro della situazione. Partiamo quindi dalle infografiche, intanto da quella sui profitti/perdite:

E poi da quella sul prezzo medio dell’abbonamento (ARPU) nei soli Stati Uniti (per avere dei dati omogenei):

Iniziamo dal leader, Netflix, che anche se non ha ricevuto buone notizie dalla Borsa ultimamente e ha i mass media che si interrogano sulla sua ‘fine’, in realtà è decisamente avanti non solo sugli abbonamenti (metrica che, presa a sé stante, speriamo venga presto buttata nel secchio della spazzatura dagli analisti), ma soprattutto sui profitti e l’ARPU, ossia il prezzo medio degli abbonamenti.

Per quanto riguarda i profitti, si sta a 1,6 miliardi di dollari nel primo trimestre 2022, per ricavi a 7,8 miliardi. I prezzi medi dell’abbonamento oscillano dai 14,91 dollari di Stati Uniti/Canada agli 8,37 dell’America del Sud, passando per i 11,56 della zona EMEA (che comprende anche l’Europa) e i 9,21 dell’Asia (dove è inclusa anche l’India, che come sappiamo non porta entrate enormi neanche per Netflix, anche se comunque con un ARPU ben superiore a quelli dei principali rivali). In tutto quindi Netflix può vantare (ed è proprio il caso di dirlo) un ARPU mondiale di 11,75 dollari, decisamente alto e che ormai porta la società a farsi pagare per quello che offre e non a conquistare abbonati grazie a sconti notevoli (e non sostenibili a lungo).

Certo, è ormai evidente che la crescita di abbonati nel mondo non sarà quella sperata (di sicuro, non quella sperata a breve da Wall Street, che puntava magari a 500 milioni di abitazioni per i leader), ma qui il problema è nelle aspettative fuori luogo che c’erano state. Soprattutto, è chiaro che in America settentrionale ed Europa – le zone in cui gli abbonati sono più redditizi, non considerando ovviamente i costi che si possono avere in quei Paesi – siamo arrivati a un limite nella possibile crescita.

E passiamo al grande rivale, Disney+. E’ evidente che se c’è una società che è andata veramente all in per diventare una forza enorme dello streaming, sia a livello di investimenti che di strategie, è sicuramente la Disney. Questo si vede anche nella perdita di 887 milioni nel primo trimestre di quest’anno, a fronte di ricavi per 1,8 miliardi. Il problema, come sottolineo da tempo, è un ARPU ancora non soddisfacente e non è solo questione dei 50 milioni di abbonati indiani (che pagano mediamente 76 centesimi di dollaro e questo spiega perché si è rinunciato a spendere cifre folli per i diritti streaming del cricket, anche a costo di perdere abbonati).

Infatti, paragonato ai prezzi di Netflix, i 6,32 di ARPU negli Stati Uniti/Canada sono meno della metà, così come non sono soddisfacenti (ma, paradossalmente, un po’ meno gravi, considerando la varietà dei Paesi coinvolti) la stessa cifra di ARPU per gli abbonamenti internazionali. Tutto questo dà vita a un ARPU mondiale di soli 4,30 dollari. Comunque, su quest’ultimo fronte, è probabile che potremmo trovarci con un prezzo medio anche più basso nei prossimi mesi, considerando il recente sbarco del servizio in 42 nuove nazioni.

E’ veramente difficile invece analizzare i conti di HBO Max. Il servizio ha 77 milioni di abbonati nel mondo, ma questa cifra comprende anche quelli alla Tv via cavo. Le cose vanno bene per i profitti americani di Warner Media, che sono di 1,64 miliardi nel primo trimestre (l’impressione comunque è che siano calati rispetto a un anno prima per colpa dei costi relativi a HBO Max), ma non si hanno notizie su quelli internazionali. Discorso simile per l’ARPU: sappiamo che è notevole in America con 11,24 dollari (cifra che comprende tutti i tipi di abbonamento, non solo quelli via cavo, ma anche quelli di HBO Max con pubblicità), ma non abbiamo notizie sull’internazionale.

Anche in questo caso, il servizio si sta espandendo in altri Paesi, quindi aspettiamoci un aumento complessivo di abbonati (a maggior ragione, sarebbe importante sapere l’ARPU in queste zone). Tuttavia, almeno fino al 2025 rimane l’enorme problema di quattro territori fondamentali (Regno Unito, Germania, Italia e Austria, con un popolazione complessiva intorno ai 220 milioni di persone) in cui HBO Max non potrà partire, visto l’accordo sui contenuti con Sky.

Affrontiamo rapidamente il discorso Hulu, visto che è presente solo negli Stati Uniti. Ho sottolineato spesso come Hulu si comporti molto bene a livello di ARPU (12,77 dollari, poco più del doppio di Disney+), ma che fino a quando non ci sarà chiarezza sul suo futuro (verrà definitivamente inglobata da Disney+ anche in America?), si trova in una posizione complessa.

E veniamo a chi è partito più tardi (forse, troppo tardi), ossia Paramount+ e Peacock, che curiosamente fanno segnare le stesse perdite nel primo trimestre, 456 milioni di dollari. Iniziamo da Paramount+, che almeno può vantare un maggior numero di abbonati, 40 milioni, ma che a fronte di ricavi per 585 milioni, presenta come detto perdite per 456 milioni (a dire il vero, questo è il computo di tutti i servizi streaming di Paramount, quindi le cifre della singola Paramount+ sono sicuramente mente peggiori, visto che realtà come Showtime e Pluto Tv probabilmente portano dei profitti, soprattutto quest’ultima).

Informazioni decisamente poco chiare sull’ARPU e comunque, sarà poi complicato calcolare l’ARPU medio di Paramount+ nel mondo, considerando che in molti Paesi il servizio (oltre che in forma ‘autonoma’) sarà disponibile anche all’interno di altre realtà come Sky.

Chiudiamo con Peacock, il servizio di Universal, Qui abbiamo 13 milioni di abbonati paganti negli Stati Uniti (ma non si spiega bene quanti di questi arrivino dai pacchetti via cavo di Comcast, Charter o Cox), più 15 milioni che utilizzano il servizio gratuito con pubblicità. Come detto, Peacock ha perso 456 milioni nel primo trimestre, ma non abbiamo informazioni sull’ARPU, negli Stati Uniti o nel mondo. Di sicuro, non un bel segnale l’aver annunciato che la crescita nei prossimi due trimestri sarà bassa e che non si prevedono cambiamenti significativi almeno fino al quarto trimestre. Infine, dai dati a disposizione (o meglio, dalla mancanza di) su Amazon Prime Video e Apple Tv, è impossibile fare valutazioni (se non il fatto che, rispetto al numero enorme di persone che potrebbero usufruire gratuitamente di questi servizi, quelli che effettivamente lo fanno non sono tantissimi, come dimostrano i dati di ascolto Nielsen relativi agli Stati Uniti).

Insomma, se Netflix non ce la farà a uscire da questo momento difficile, che possibilità hanno gli altri, che sono molto indietro non solo sugli abbonamenti, ma soprattutto sulla strada che porta a prezzi per i consumatori adeguati agli enormi investimenti che si stanno facendo e quindi ai profitti? Inoltre, è evidente che qualcuna di queste società dovrà scegliere tra due opzioni: mollare in tempi ragionevolmente brevi (non più di 1-2 anni) questa strada di costi dissennati. O essere al centro di fusioni/acquisizioni. In ogni caso, scordatevi questi numeri di produzioni enormi dal 2024 in poi, visto che a quel punto molto probabilmente si arriverà a un equilibrio più razionale…

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.

Lascia un commento

Lascia questi due campi così come sono:

Protetto da Invisible Defender. E' stato mostrato un 403 ai 372.492 spammer.

Top