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2022-2023: un anno di grandi sfide

Si riuscirà a votare la legge sulle window? Il pubblico tornerà al cinema? E come funzioneranno le produzioni italiane sulle piattaforme?

Temo che non tutti in Italia, neanche tra gli addetti ai lavori, si rendano conto di quanto i prossimi 12-18 mesi siano fondamentali per i destini dell’audiovisivo. Forse, si potrebbe dire che, in epoca moderna, mai un così breve periodo inciderà così tanto (in positivo o in negativo) sul nostro settore. Per capirlo meglio, vi propongo alcuni temi veramente importanti.

La legge sulle window
Si farà? Non si farà? E’ vero, è stata promessa dal ministro Franceschini. Ma ormai abbiamo passato metà maggio, vicini quindi al periodo estivo (non proprio un momento di lavoro intenso in Parlamento). Poi, dal 24 settembre, i parlamentari avranno maturato il diritto al vitalizio e si teme che a quel punto la tenuta del governo possa traballare.

Peraltro, la legge che ha l’obiettivo di definire le window non solo per i film italiani, ma anche per quelli stranieri, fronteggia anche tanti ‘scettici’. Diciamoci la verità, a quasi tutti i produttori andrebbe bene mantenere il sistema attuale (è vero che per i titoli italiani è sostanzialmente tornato il decreto Bonisoli, ma c’è sempre la scappatoia dell’uscita evento con window di 10 giorni) e anche alcuni distributori (tra cui sicuramente tutte le major) ne farebbero volentieri a meno.

Quindi, come andrà? Non è semplice e francamente non metterei la mano sul fuoco per quanto riguarda l’approvazione di questa legge. Ma il discorso è più ampio di quello della legge stessa. In qualsiasi caso, tra massimo dieci mesi (marzo 2023) finisce questa legislatura e si torna a votare. Che governo avremo? E il Ministero della Cultura sarà generoso di contributi come è stato in questi anni? E’ un dubbio enorme, per un sistema cinema che, non raccontiamoci favole, è diventato sempre più dipendente dai soldi pubblici (e conviene iniziare a chiederci se, per produrre opere notevoli, questo non stia diventando un problema, piuttosto che un’opportunità).

Il cinema
Se l’intervento dello Stato in questi anni non è mancato, di sicuro in questo periodo si avverte l’esigenza di dar vita a iniziative di Mercato che riportino la gente al cinema. Le idee ci sono (a cominciare dal biglietto ridotto per i giovanissimi), ma sembra che in questo momento si abbia molta più paura di lanciare una nuova promozione (che può anche non funzionare, d’altronde se è ‘nuova’ significa che non è mai stata testata prima) piuttosto che limitarsi a mantenere l’attuale situazione, come se per miracolo il pubblico dovesse tornare senza grandi incentivi.

Ormai, la situazione è semplice: o subito dopo l’estate 2022 si riparte alla grande in sala, grazie a una notevole varietà di titoli in uscita (cosa di cui al momento non sono per niente sicuro) e a idee forti per promuovere il cinema in quanto tale (e non singoli prodotti). O sarà veramente il momento in cui un numero importante di sale dovrà chiudere (ed è impossibile ormai aspettarsi ristori/sostegni enormi da parte dello Stato, qualsiasi cosa arriverà sarà largamente insufficiente).

Una situazione che farà male a tutti, anche ai blockbuster americani, come spiega bene David Poland in questo articolo. Perché una volta che si riducono le sale (e magari in alcune zone la popolazione ne sarà priva nelle vicinanze), anche i maggiori film non potranno sfruttare al massimo tutte le loro potenzialità, mentre per i titoli medi sarà ancora più difficile di come è adesso. Insomma, un circolo vizioso che si deve interrompere subito, altrimenti diventerebbe come fermare un’enorme valanga (spoiler: non la si può fermare).

Le produzioni italiane sulle piattaforme
Se c’è un campo in cui noto un ottimismo assolutamente pericoloso, è quello della produzione. C’è l’idea che si continuerà a crescere e a produrre tantissimo, come se questa fosse ormai una cosa assodata e non dipendesse da alcuni risultati. Ho scritto più volte che questi ritmi produttivi, generati dagli enormi investimenti delle piattaforme, non potranno durare all’infinito, perché queste realtà non potranno continuare a spendere ingenti quantità di denaro senza vedere dei profitti ancora a lungo.

Ma il problema è più specifico e riguarda quanto funziona la produzione italiana nel mondo. Basta un solo dato per capire quanto non riusciamo a esportare i nostri lavori. Prendiamo le classifiche di Netflix, da quando (a giugno scorso) ha iniziato a fornire alcuni dati. I titoli italiani che in questo anno sono finiti nelle top 10 mondiali, hanno conquistato complessivamente 160 milioni di ore, meno di quello che ha fatto la sola serie colombiana Palpito nelle sue prime tre settimane (201M).

Veramente si pensa che, quando le piattaforme dovranno decidere dove tagliare, non vedranno i dati nazione per nazione, collegandoli al numero di abbonamenti per abitanti di ogni Paese? E visto che al momento non siamo ai vertici in nessuno dei due campi (il mito che in Italia siano tutti dotati di tanti servizi streaming, è appunto un mito, basta fare un confronto con altri Paesi europei importanti), io inizierei a non dare più per scontata questa crescita esponenziale nella produzione…

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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