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Sull’orlo dell’abisso

In un gennaio già debole di prodotto, alcuni rinvii rendono l’offerta decisamente scarsa per un mese fondamentale. Ma la situazione generale è veramente grave e complicata…

Ultimamente, ho detto di essere molto preoccupato per quello che stava avvenendo al Mercato del cinema in sala. Ora però direi che siamo ben oltre la ‘preoccupazione’ e c’è il forte rischio che si passi alla ‘rassegnazione senza speranza’. Iniziamo dall’attualità, ossia dai cambiamenti nel listino di uscite al cinema a gennaio, un mese già non fortissimo di suo, all’interno di un primo trimestre 2022 non straordinario.

Morbius lo sapevamo da qualche giorno che non sarebbe stato più disponibile a fine gennaio e che invece arriverà il 31 marzo. Già questa era una bruttissima notizia, visto che – dopo i risultati degli ultimi Spider-Man e Venom – si contava molto su questo film.

Spencer (01 Distribution, è un’acquisizione di Leone Film Group) non sarà più disponibile dal 20 gennaio (e per ora non ha una nuova data). Quel giorno salta anche Vicini di casa (Lotus Production) di Medusa con Claudio Bisio e Vittoria Puccini, mentre per ora rimane in uscita (e sarebbe fondamentale che rimanesse come previsto) al 27 gennaio Tre di troppo (Colorado e Warner) con Fabio De Luigi e Virginia Raffaele. Sono scelte comprensibili, ma ovviamente hanno un impatto forte sul mercato.

A questo punto, non mi sentirei di escludere che qualche titolo originariamente previsto nei prossimi mesi finisca in piattaforma e salti la sala (se non magari per un’uscita evento ‘tecnica’). Vorrei aprire una piccola parentesi: ormai ci stiamo abituando all’idea che tanto prodotto non vada più bene per il cinema. Lo capisco quando le sale erano chiuse, ma adesso?

Il mese scorso, abbiamo scoperto che Deep Water, un thriller erotico con Ben Affleck e Ana de Armas, per la regia di Adrian Lyne, che un tempo sarebbe stato un interessante prodotto medio per i cinema, è stato tolto dalle sale (doveva uscire il 14 gennaio) e finirà su Hulu in America (Disney+ da noi). Marry Me con Jennifer Lopez e Owen Wilson sarà invece disponibile in day and date nei cinema e su Peacock a febbraio, quindi con solito problema di pirateria. Stiamo ormai dando per scontato che un certo prodotto medio (‘medio’ si fa per dire, qui ci sono degli attori famosi coinvolti) non è sufficientemente forte per finire al cinema. Spiegatemi voi con che prodotti allora si riempiranno multisale di 10-15-20 schermi. Uscirà un titolo Marvel ogni due settimane e un James Bond ogni mese?

Inoltre, non sarebbe certo sorprendente se arrivassero nuove restrizioni per i cinema. In ogni caso, consiglio di sperare il meglio e prepararci al peggio. A questo punto, quanti mesi possono resistere ancora tante sale in queste condizioni, in cui i costi sono anche più alti del normale (perché le norme impongono controlli e sanificazioni importanti) e le entrate sempre basse (anche considerando l’impossibilità di consumare cibo e bevande durante la proiezione)? E cosa devono fare i distributori, che continuano a investire cifre importanti per convincere gli spettatori ad andare al cinema, ma che si ritrovano con incassi spesso insoddisfacenti?

In tutto questo, cosa potrebbe e magari dovrebbe fare lo Stato? Intanto, una premessa fondamentale. Non c’è dubbio che i sostegni pubblici arrivati tra il 2020 e il 2021 siano stati importanti. Tuttavia, quello che sta forse mancando, è un’idea coerente alla base di questi sostegni. I produttori mai come adesso – paradossalmente – stanno realizzando tantissimi film per il ‘cinema’ (almeno questa è la definizione collegata ai sostegni pubblici previsti) grazie al tax credit al 40%. Ma poi è chiaro che l’obiettivo per almeno l’80% della produzione nostrana è quello di spendere il meno possibile per il passaggio in sala (magari, saltandolo completamente) dei loro film ‘cinema’.

Gli esercenti hanno preso sicuramente i sostegni maggiori e anche qui siamo di fronte a un paradosso, per cui lo Stato ha speso cifre importanti ma che ovviamente non sono sufficienti per ripagare le perdite delle sale, né d’altronde risolvono il problema di convincere le persone a tornare in massa al cinema, visto che prima o poi dovranno farlo per rendere effettiva la ripartenza della ‘macchina’. Peraltro, l’ultimo decreto pubblicato il 25 maggio prevedeva 40 milioni di euro per il 2021 (anno che, lo ricordiamo, ha visto quattro mesi di chiusura forzata, più una ripartenza lenta e complicata), che divisi tra tutti gli schermi italiani sono veramente una cifra insufficiente (e che non fa neanche ben sperare per un’eventuale nuova tranche di sostegni, considerando che adesso almeno le sale possono stare aperte, anche se con tutte le difficoltà che conosciamo).

Chi è stato assolutamente trascurato, nonostante ricopra un ruolo centrale nello sfruttamento del cinema in sala, sono stati i distributori. I ristori sono stati bassissimi e sarebbe invece fondamentale aumentarli e magari continuare ad avere un tax credit importante anche nei prossimi mesi. D’altronde, senza i distributori la filiera non può funzionare e a quel punto quasi tutto rischia di trasformarsi (soprattutto per il cinema italiano) in passaggi tecnici in sala per poi arrivare in piattaforma/pay tv/free.

Serve quindi che lo Stato decida effettivamente qual è la priorità da difendere. Se la sala è ancora centrale nello sfruttamento dei film (come l’entità dei sostegni 2020-2021 fa pensare), allora servono anche regole precise, che siano obblighi chiari collegati alla Legge Cinema o almeno una fortissima ‘moral suasion’ (ma che a questo punto rischia di non avere più un grande effetto) che le sostenga con il supporto di tutta la filiera. Tra gli obblighi direi che ci devono essere:

– Una window standard per i film italiani di almeno (ripeto, ‘almeno’) 60 giorni e non certo quella attuale di 30 giorni. Se il produttore invece ha l’ansia di uscire in piattaforma/pay tv, allora significa che allo sfruttamento in sala non ci crede e deve puntare sul tax credit per TV/Web. Per i film stranieri, piaccia o meno, visti gli accordi generali con i grandi circuiti ormai la window è di 45 giorni (che trovo troppo ‘breve’, ma non sono certo io a decidere), non so quanto si possa agire per Legge e comunque quanto questo possa essere efficace.

– Una ridefinizione della window di dieci giorni per chi esce come evento nei feriali. Lo spirito della norma di per sé era intelligente e permetteva a prodotti piccoli di essere lanciati con un budget minimo e sfruttare quella comunicazione anche per l’arrivo sul piccolo schermo. Non ha invece più senso nella deriva che ha preso e che vede film italiani (anche con budget – e tax credit – molto importanti) sfruttare questa possibilità semplicemente per togliersi un obbligo di Legge ed evitare di spendere cifre notevoli per un’uscita in sala ‘seria’. Tutto legale, per carità, ma così non ha proprio senso…

– Anche se è veramente difficile regolare una materia del genere per Legge, impegnare tutta la filiera a uscite importanti tutto l’anno e non concentrate solo in determinati periodi (che ormai diventano sempre più ‘ristretti’). I dati del Natale lo confermano: far arrivare sette film nostrani con ambizioni forti nel giro di 25 giorni ha limitato (invece di aumentare) gli incassi di molti titoli. Soprattutto si deve avere un piano sull’estate stabile (riprendendo i dati incoraggianti – ma decisamente migliorabili – dell’estate 2019) e che coinvolga pesantemente anche il cinema italiano (perché, inutile nasconderlo – i titoli italiani da maggio a settembre non vogliono uscire, esclusi i film che passano a Cannes). A scanso di equivoci: parlo di estate 2022, in cui non c’è neanche la scusa dei mondiali di calcio, che avverranno a ottobre, e in cui c’è (finalmente) tanto prodotto americano importante…

– Monitorare costantemente i risultati dei film nostrani. Se si vede che la situazione è quella attuale (tantissimi film prodotti ufficialmente per il cinema, pochissimi incassi importanti, un’anomalia che con il Mercato ha veramente poco a che fare), allora effettuare delle correzioni che favoriscano le società che lavorano bene, magari sostenendole nel produrre di più e/o con budget più alti, a scapito di chi invece guadagna semplicemente producendo e senza preoccuparsi dei risultati commerciali.

Questo è secondo me quello che dovrebbe fare lo Stato (ma dovrebbe chiederlo anche la nostra industria, perché non è giusto pensare che lo Stato debba sempre risolvere tutti i nostri problemi) se vuole sostenere le sale e il Mercato che le circonda.

Se invece si decidesse che le sale sono ormai il ‘passato‘, allora si agisse coerentemente (e magari qualcuno si chiedesse perché sono stati dati tutti quei sostegni nel 2020) e si smettesse di adottare quello che – a questo punto – diventerebbe un ‘accanimento terapeutico sulle sale’. Ci tengo però a spiegare perché questo sarebbe un grosso errore, non solo per le sale:

– Gli incassi mondiali del 2019 sono stati di 42,5 miliardi di dollari. Fanno così schifo questi soldi?

– Il sistema attuale prevede una filiera lunga, con tanti lavoratori coinvolti, direttamente o indirettamente collegati alle sale. Pensiamo anche ai distributori, al cui interno ci sono tante figure professionali che – senza le sale – non avrebbero ragione di essere. Produrre i film per le piattaforme va benissimo, ma qual è l’interesse ‘pubblico’ a produrre (che porta a ricevere ampi sostegni pubblici) opere che andranno a finire nei cataloghi di aziende statunitensi? Insomma, adesso possiamo dire che si difendono tanti posti di lavoro, in un futuro fatto di produzioni per Netflix e Amazon quale dovrebbe essere l’interesse dello Stato nel sostenere la nostra ‘eccezione culturale’?

– Se veramente il Mercato sala diventerà più debole (soprattutto per i titoli italiani, come avvenuto quest’anno con dati molto bassi, 34 milioni di box office complessivi), i produttori sono veramente sicuri che le piattaforme non sfrutteranno la mancanza di alternative per stringere i cordoni della borsa (cosa che prima o poi faranno, magari non appena usciranno dal Mercato le piattaforme ‘perdenti’ e state tranquilli che ce ne saranno diverse)? E puntare su un sistema in cui – quasi sempre – riceveranno la loro fee, ma dovranno cedere tutti i diritti, senza quindi possibilità di guadagnare dallo stesso prodotto nel corso degli anni e dar vita a una library, li fa stare tranquilli?

Lo dico in maniera più chiara e senza ambiguità: siete proprio sicuri che – qualora non ci sia più Franceschini come ministro – un nuovo eventuale governo (che comunque nel giro di poco più di un anno arriverà sicuramente, che poi sia simile o diverso da quello attuale, lo vedremo) sarà ancora così ben disposto verso la produzione, anche se le cifre non sembrano indicare una grande e positiva risposta del Mercato? Se non fosse così, cosa accadrà al Sistema?

Infine, chiudo con un ragionamento. Ci diciamo spesso che tutti devono fare la loro parte per migliorare la situazione. In questo senso però mi chiedo se non è il caso di pretendere di più dai nostri artisti di maggiore successo e magari anche di preoccuparci delle loro scelte. E’ possibile almeno sapere cosa puntano a fare per aiutare le sale? Insomma, quando gireranno e usciranno i loro nuovi film? Temo che la risposta sia “stiamo aspettando di vedere che si riprendano”, ma se così fosse, perché ci aspettiamo che le sale si riprendano senza dare loro prodotti importanti?

A questo punto, ringraziamo Alessandro Siani per aver aspettato un anno per far uscire il suo ultimo film e non averlo magari fatto arrivare direttamente su Sky. Il paradosso (mi spiace, è una parola che ho ripetuto spesso nell’articolo, direi che è un segnale indicativo) è che i più grandi sostenitori della sala in questo periodo di pandemia sono stati due youtuber, i Me contro te. Ancora una volta, devo dirlo: viviamo in un periodo molto strano…

Robert Bernocchi
E' stato Head of productions a Onemore Pictures e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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