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Il Ministro Franceschini scopre le prime carte su “la Netflix della cultura italiana”

Dopo mesi di annunci (i primi mi pare risalgano al mese di aprile) e un po’ di oblio, sono arrivati i rilanci più recenti fra comunicati stampa ed audizioni sulla "Netflix della cultura italiana".

Nell’intimo di quella che il ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo chiama da tempo “la Netflix della cultura italiana” c’è Chili: “azienda italiana operante nella distribuzione via internet di film e di serie TV (video on demand), fondata a Milano nel giugno del 2012” (per dirla con Wikipedia).

Dopo mesi di annunci (i primi mi pare risalgano al mese di aprile) e un po’ di oblio, sono arrivati i rilanci più recenti fra comunicati stampa ed audizioni dove si qualificava il progetto come «una piattaforma per gli spettacoli che non potranno avere il pubblico in sala o che non avranno pubblico sufficiente in sala per avere redditività. D’altra parte, se hai una sala da 1.000 posti, ma puoi occuparne 150 per le misure di distanziamento, non riesci a reggere nel tuo bilancio. Si potrebbe allora prevedere la possibilità di vendere biglietti in modo che una parte segua il concerto piuttosto che lo spettacolo di prosa in sala, e l’altra possa comprare il biglietto online. Può darsi che questa modalità di integrazione continui anche dopo e che quindi un giorno sarà possibile vederci la Prima della Scala pagando il biglietto seduto in platea, quando saremo tornati alla normalità, mentre un’altra persona, magari da Catania, guarderà la Prima della Scala senza bisogno di andare fisicamente nel luogo in cui lo spettacolo viene messo in scena».

Escono anche i dettagli sul coinvolgimento della Cassa Depositi e Prestiti, il cui cda “ha deciso di dar vita alla Newco di cui deterrà il 51% a fronte di un investimento di 9 milioni, mentre Chili, che è una tv operante nella distribuzione via Internet di film e di serie televisive facente capo a Stefano Parisi e soci – battezzata la Netiflix italiana – metterà 9 milioni tra know how e cash in cambio del 49%. Al progetto parteciperà il Mibact che è il regista di tutto con un versamento di 10 milioni (nota dell’autore: cosa fa tecnicamente il “regista” rispetto alle decisioni di una società nella quale non entra in modo diretto?). «Stiamo lavorando, anche in previsione delle risorse del Recovery Fund, su grandi progetti – ha spiegato il ministro nelle scorse settimane – tra cui la nascita della Netflix della cultura italiana e una digital library nazionale, grazie a cui saremo in condizione di trattare con i giganti della rete in una posizione di forza» (il virgolettato è tratto da Il Messaggero).

Lo stralcio dell’audizione di Franceschini al Senato e le dichiarazioni a margine del CdA della CdP (che suona un po’ come la “BRUM” del “M” ha un “PSS” nella “M”) evocano talmente tante implicazioni in termini di modello di business, che limitarsi a dire CON CHI si intende portare avanti il progetto, senza spendere una parola sul COME è quantomeno discutibile, anche come sequenza temporale.

Per arrivare alla costituzione di una Newco con il coinvolgimento della CdP, ci si aspetta sia stato prodotto un ponderosissimo business plan che spieghi come intende operare nel mercato internazionale un soggetto come quello che ci si ostina a chiamare “la Netflix della cultura italiana”, peraltro commettendo il primo errore, dolosamente reiterato.

Posso capire la prima volta, quasi a margine del primo brainstorming quando, per far capire al componente dell’uditorio ascrivibile ai “fedeli alla LINEAR” (nel senso di TV), gli hai dovuto dire “hai presente Netflix? Una roba così”, ma dopo no. Soprattutto perché tutto il poco che si è raccontato/evocato dopo sulla nascitura piattaforma italiana, si allontanava progressivamente dal modello Netflix che è quello del Subcription Video On Deman: paghi un tanto al mese e guardi quello che vuoi, scegliendolo fra migliaia di contenuti, in buona parte auto prodotti (due dettagli non da poco: pagamento “a forfait” ed enorme impegno produttivo).
L’esatto opposto di quello che, fino ad oggi, ha fatto Chili (e che probabilmente continuerà a fare, dato che quella di cui si parla è una Newco), cioè Transactional Video On Demand (TVOD). Nessun costo fisso ma noleggio digitale con costi che variano in funzione della “freschezza” del prodotto, meccanismi di revenue sharing con i titolari dei diritti (forse associati a dei minimi garantiti) e nessun impegno produttivo diretto.

Evidenziare che probabilmente Chili porterà avanti “in parallelo” il proprio business non è un dettaglio da poco, perché (pur non essendo la prima volta che Chili opera come white label) questo potrebbe impattare sul posizionamento della #NonNetflixdellaculturaitaliana, dato che sarebbero al tempo stesso partner e competitor. Lo sarebbero ad esempio sul fronte del noleggio digitale dei film (e forse è sfuggito a qualcuno che, pur con quote minori, nel capitale sociale di Chili ci sono Warner Bros, Paramount Pictures, Sony Pictures e 20th Century Fox).

Mi preme tuttavia sottolineare che l’ultima cosa che mi auguro accada alle intenzioni del Ministero è un processo. Ma l’unica via per il disinnesco di una deriva di questo tipo è la condivisione (delle intenzioni).

L’ideale sarebbe stato farlo prima del fatto compiuto dell’annuncio sull’individuazione del partner e, comunque, non è troppo tardi (perché, “dopo”, c’è ancora tanto spazio per farsi molto male, compreso il farsi ridere dietro, o incanalare il tutto verso qualcosa di sostenibile e virtuoso; è difficilissimo ma non impossibile).

Magari esiste una spiegazione, ahimè ex post, del perché non sia stata percorsa la via della Rai (o del perché sia stata vagliata e consensualmente esclusa ma, ancora una volta, visti i soggetti coinvolti, questo doveva accadere alla luce del sole). Eh sì, perché, sulla carta, la Rai (nel suo insieme) è molto più vicina al “modello Netflix” di quanto non lo sia Chili oggi.

Di fatto la Rai è “a pagamento” (sia pure nella forma della tassazione) con un conseguente “all you can watch”, ha messo in piedi una piattaforma per la distribuzione digitale dei contenuti (Rai Play) che, pur con spazio per dei miglioramenti (come per tutti), arriva già oggi in più case di quanto non accada per Netflix ma, soprattutto, è il soggetto più importante in Italia sul fronte produttivo, sia con Rai Cinema sia con Rai Fiction (coprendo dunque sia l’area movie sia quella della serialità), oltre ad avere capacità produttiva anche sul fronte teatrale e musicale e ad aver realizzato alcune fra le migliori produzioni legate al patrimonio archeologico e museale italiano (insieme alla premiata ditta Angela & Co.). Senza contare che, come ricordato prima, nelle dichiarazioni a margine del CdA della CdP (la “BRUM” del “M” ha un “PSS” nella “M”) si evocava la costituzione di “una digital library nazionale, grazie a cui saremo in condizione di trattare con i giganti della rete in una posizione di forza”. E chi, se non la Rai, è in grado di alimentare la library in questione? Chi, se non la Rai, ha mantenuto un minimo di strutturazione all’estero? Chi, se non RaiCom, opera già efficacemente sul mercato internazionale della compravendita dei diritti?

Si dirà che alla Rai manca l’elemento “transactional”, con conseguente possibilità di proporre contenuti in modalità “pay per view”, trascurando il fatto che la barriera tecnologica è ridicola e che, se fino ad ora la Rai non ha proposto i propri contenuti premium in modalità pay in modo diretto (perché in modo indiretto già avviene, dato che i contenuti Rai Cinema/01 Distribution seguono, come è giusto che sia, la trafila delle diverse finestre di sfruttamento), è semplicemente per un’interpretazione del servizio pubblico che va necessariamente rivista ed estesa.

Nessuno finga di aver scordato l’allarme sui conti Rai in prospettiva 2021 dall’Ad Fabrizio Salini durante l’audizione in commissione di Vigilanza dello scorso luglio. E nessuno si sogni di attribuire il tutto ad una gestione non ottimale prima di aver dato un’occhiata ai dati sulla raccolta pubblicitaria di Mediaset o al trend degli abbonati Sky. Lo scenario pandemico non guarda in faccia a nessuno, neanche alla Rai che, al pari di tutta la filiera dei consumi culturali e dell’intrattenimento (quella che Franceschini, con intento condivisibile e modalità da chiarire, intende supportare), necessita di una diversificazione dei ricavi.

Peccato però che il partner individuato per la #NonNetflixdellaculturaitaliana sia Chili e non la Rai.

Peccato che a Rai Pay (che a me fa pensare al gorilla lilla e al suo “grei pei” quindi sul naming occorrerebbe lavorare) probabilmente si arriverà comunque (per sanare i conti, perché non sta scritto da nessuna parte che il servizio pubblico non possa “salvarsi da solo” rimanendo fino in fondo “servizio pubblico”), e finirà col fare concorrenza alla #NonNetflixdellaculturaitaliana voluta dal Ministro FrancesCHILI.

Si potrebbero delineare almeno una decina di ulteriori scenari competitivi sui quali questa iniziativa rischia di impattare con esito dubbio, proprio in relazione agli interessi delle categorie che intenderebbe beneficiare (uno fra tutti: come si collocherebbe rispetto agli esercenti ed alle “sale virtuali”? Un’opzione alternativa e più conveniente rispetto a quelle attuali? Un concorrente in più da dover fronteggiare?).

Una cosa è certa: ci sono troppi soggetti co-interessati alle sorti di questa iniziativa per potersi permettere di gestire il tutto a botte di annunci (a cose fatte). E dato che di cose da fare ce ne sono ancora tante nella lunga strada che porta dall’ultimo annuncio al lancio della piattaforma in questione, forse sarebbe il caso di dare più trasparenza al processo, condividendo le intenzioni (prima di farle processare).

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