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Apple + domande che risposte, la riforma del Copyright e i David di Donatello in Cineguru Matinée #13

Dai David di Donatello alla tanto attesa presentazione Apple di lunedì 25 marzo, che in realtà ha lasciato più domande che risposte. Ecco il nuovo Matinée di Cineguru.

Buona domenica e benvenuti al tredicesimo Matinée di Cineguru, il mio personalissimo spazio di notizie e commenti dal mondo dello showbusiness. Prima di passare al principale argomento della settimana volevo spendere due parole sui David di Donatello. Assegnati nella serata di mercoledì sono stati ovviamente seguiti da varie polemiche non tanto sui premi assegnati, ma soprattutto sugli ascolti tv e sull’andamento della serata di premiazione. La migliore sintesi di queste polemiche la fa Fiorello con il suo “Serata triste, niente show, ai funerali si vede gente più allegra” riportato da Repubblica. Ora sarà anche vero che “è una cosa tra di loro” e che è un evento molto autoriferito, forse troppo, che premia cose che la gente non capisce, però mi domando all’opposto cosa dovrebbe essere: l’ennesimo show della nostra televisione tutta uguale, sempre con la solita comicità? Non sono convinto che una cosa che non si distingue da una puntata qualsiasi di una qualsiasi trasmissione “divertente” della nostra tv farebbe del bene al cinema. Dato per assodato che i David non sono gli Oscar perché la nostra cinematografia non è quella americana e che anche gli Oscar sono stati meglio senza un presentatore, nonostante non sia mancato lo show, l’errore sta proprio nel pensare che una manifestazione che è l’espressione di qualcosa di diverso debba per forza essere spettacolarizzata. Forse i David non dovrebbero andare proprio in televisione o andarci con una formula del tutto diversa. Poi anche se fosse uno show non mancherebbero certo le polemiche.

Più domande che risposte dalla presentazione Apple

La tanto attesa presentazione Apple di lunedì 25 marzo mi ha in realtà lasciato con molte più domande che risposte sui punti chiave della cosa che mi stava più a cuore, ovvero del servizio di streaming di Apple. Durante il keynote Tim Cook si è come al solito alternato con i vari responsabili delle linee di business Apple per presentare lo sbarco in grande stile della casa della mela nel mondo dei servizi, che sono stati opportunamente definiti a inizio “show”.

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Nei giorni precedenti erano stati annunciati alcuni nuovi prodotti hardware tenuti fuori dalla presentazione proprio per non distrarre l’attenzione dai servizi che sono stati effettivamente il cuore dell’incontro con la stampa e gli appassionati. Apple ha presentato 5 tra nuovi servizi o upgrade di servizi esistenti.

Il primo è stato l’offerta Apple News+ (anche Apple sembra aver esaurito la fantasia nei nomi dove è ormai chiaro a tutti che + vuol dire a pagamento) ovvero l’upgrade dell’applicazione Apple News (che da noi non è presente e che continuerà a non essere presente, almeno per un po’) che aggrega notizie presenti su internet con l’inclusione delle versioni digitali di oltre 300 magazine e alcuni quotidiani (anche se con delle limitazioni).

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Apple dice che sottoscrivere gli abbonamenti digitali a tutti i magazine inclusi nella sua offerta costerebbe oltre 8.000 dollari, mentre l’abbonamento al servizio permetterà di accedere appunto a tutti i magazine a 9,99$ al mese. Di questo abbonamento Apple trattiene il 50%, mentre il restante 50% viene redistribuito tra i vari magazine in base al numero di articoli letti. Già durante il keynote molti ironizzavano sulla scarsa portata di questo servizio, ricordando ad esempio che già al lancio dell’iPad Apple aveva presentato la sua edicola digitale con tutti i magazine sfogliabili, però a onor del vero bisogna riconoscere che la novità sta non tanto nell’offrire l’accesso ai magazine, quanto nell’offerta commerciale, che altro non è uno di quei famosi bundle di cui ho parlato anche qui negli scorsi matinée come soluzione alla cosiddetta subscription fatigue. Se vogliamo l’unico vero limite del servizio + Apple sono le scarse adesioni da parte dei quotidiani, dato che nel bundle risultano inclusi solo il Wall Street Journal e il Los Angeles Times, tra l’altro con delle limitazioni. A questa fredda accoglienza del servizio da parte degli editori ha dedicato un ottimo approfondimento Il Post che prima di passare a obiezioni e critiche riassume: “Il sistema vorrebbe essere una specie di “Netflix dei giornali”, ma a causa delle poche adesioni al progetto da parte dei quotidiani per il momento ha mancato la promessa, con un’offerta orientata verso le riviste più che i giornali e i siti d’informazione.”

Capisco le resistenze degli editori ad aderire ad un progetto del genere quando molti di essi stanno portando avanti i propri progetti di monetizzazione dei propri articoli attraverso paywall più o meno solidi, ma temo che ancora una volta la resistenza sia vana e forse anche controproducente. Non mi stupisce l’adesione di molti magazine alla proposta Apple perché dopo anni di tentativi con il modello ad abbonamento singolo sono secondo me più consapevoli dei quotidiani, che hanno iniziato da poco questo esperimento, di quanto sia difficile non solo conquistare abbonati ma soprattuto mantenerli nel tempo. Non credo che il “lettore” medio possa sostenere economicamente l’abbonamento a decine di riviste, ci può cascare una volta, può cascarci nel lungo periodo se l’offerta è allettante, ma finirà comunque per diventare un lettore infedele della maggior parte dei magazine che sottoscrive e quindi l’adesione al servizio Apple, pur se diventa una gara alla ripartizione di una torta che corre il rischio di essere troppo piccola, offre la grande possibilità, per chi realizza contenuti appetibili, di avere una più ampia platea, stabile nel tempo, che possa accedere ai contenuti a un costo percepito marginale molto più basso. Gli editori di giornali non hanno ancora questa consapevolezza e pensano forse di poter mantenere abbonati affezionati a lungo negli anni, ma credo che siano davvero pochi gli editori che possono ambire di fronte alla moderna fruizione dell’informazione. Dove le notizie sono atomi che raggiungono i lettori ovunque e non contenuti che questi ultimi vanno a cercare acquistando i relativi aggregati. Tra l’altro l’offerta Apple ha due grossi vantaggi: da una parte comunque passa il messaggio che i contenuti su internet non sono più gratuiti, ma finalmente a pagamento. La necessità di ripartirsi l’abbonamento con gli altri editori è un po’ come la competizione per gli introiti pubblicitari, una gara a chi fa più impression, però cambia il principio (e mi auguro le regole con cui si compete): il contenuto non è più gratuito. In più Apple News (così come Google per i device Android) è un fantastico strumento per raggiungere nuovi lettori, quei nativi digitali che non sanno nemmeno cosa sia un quotidiano o un giornale, ma che tenendo un cellulare in mano tutto il giorno “scoprono” letteralmente le news attraverso il feed dell’applicazione che è tatticamente inserito nella molto utilizzata schermata di ricerca. E qui pecco dell’autoreferenzialità che tanto piace al nostro Robert: da quando c’è Apple News nella schermata di servizio dei device i miei figli sembrano aver scoperto le notizie, la cronaca, l’attualità, qualcosa che gli era prima del tutto ignoto nonostante in casa girino ancora i giornali, di carta. Non sono i soli.

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Ho perso tutto questo tempo a parlare di Apple News perché ritengo che alcune delle considerazioni fatte per le notizie e gli editori, ma soprattutto per i bundle e gli abbonamenti, siano altrettanto valide per i servizi di streaming di cui parlerò dopo aver brevemente commentato, per completezza, l’analisi degli altri servizi presentati da Apple. Dopo le News Cook ha introdotto forse il servizio più interessante per Apple, ovvero la Apple Card. Si tratta di una vera e propria Carta di Credito, emessa quindi da una banca e per ora attivabile solo negli Stati Uniti sulla quale non c’è molto da dire se non che darà del filo da torcere alle altre carte di credito, soprattutto ad American Express e non certo solo per l’interessante cashback del 2% su tutti gli acquisti e del 3% sugli acquisti da Apple. Dopo la carta di credito Apple ha presentato il suo servizio dedicato al gaming che ancora una volta è un bundle che aggrega un centinaio di giochi, giocabili su tutti gli schermi e anche offline, e che indipendentemente dalla qualità dell’offerta merita attenzione perché, nonostante non sia minimamente paragonabile alla “gaming cloud” presentata da Google qualche giorno prima, stravince sul nome: Apple Arcade. Prima di passare alla parte streaming e produzione una ultima nota: in tutta la presentazione Apple ha sempre sottolineato quanto rispetto a tutti questi servizi sia garantita la massima privacy degli utenti. Apple non conosce quello che leggi, Apple non permette a chi fa pubblicità di tracciarti.

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Veniamo finalmente alla presentazione dei servizi che davano il nome all’evento che, ricordiamolo, era stato annunciato con un enfatico “it’s showtime” e che ha preso comunque più della metà della durata del keynote. Uso il plurale di servizi, anche se la parola è impropria, perché in realtà Tim Cook dopo essere salito sul palco e averci raccontato quanto Apple ami la TV perché “tv at is best enriches our life” ha presentato due cose distinte durante la giornata di lunedì. La prima è una nuova applicazione, che si chiama Apple Tv Channels e che è nella sostanza un bundle, un bouquet avremmo detto ai tempi della PayTV, che aggrega decine di servizi diversi all’interno di un unico servizio e, secondo me ma su questo torneremo dopo, di un unico abbonamento. La seconda, presentata invece con una serie di reel e contenuti da fare invia ad Hollywood, è più che un servizio, anche se prenderà la forma di un abbonamento e quindi sarà tale, il lancio di un vero e proprio brand di produzione, Apple TV+.

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Ma andiamo con ordine e cominciamo da Apple TV Channels. Intanto si tratta di un cambiamento di focus radicale rispetto a quando fatto fino ad ora: da un pezzo di hardware, la Apple TV fisica (e la “vecchia” App) che radunava applicazioni di terzi in un unico ambiente connesso a uno schermo, a una applicazione che a sua volta aggrega diversi servizi al suo interno, sembra garantire l’accesso ai singoli contenuti indipendentemente dalla loro sorgente (che è quello che gli utenti vogliono, maggiore facilità di trovare i contenuti indipendentemente dalla piattaforma di origine/produzione, Tim ha detto “spending less time looking for something to watch”) e soprattutto è funzionante e accessibile su una pluralità di schermi, non solo telefoni, tablet e computer con il marchio della mela, ma anche di terzi.

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La nuova app aggrega non solo l’accesso a tutti i film presenti nel catalogo Apple, ma anche l’accesso a una serie di PayTV e Internet/Network TV. E qui sta un punto chiave della presentazione, quando si fa riferimento ai cosiddetti “big bundle” che aggregano però più di quello di cui abbiamo bisogno, con i costi che ne derivano. La nuova “tv experience” prevede che l’utente possa pagare solo per i (canali)/contenuti che desidera, tutto all’interno della stessa applicazione, on demand e senza pubblicità, con la possibilità di visualizzare i contenuti anche offline e con la qualità che contraddistingue i servizi Apple, oltre al family sharing, spesso dimenticato ma altrettanto conveniente rispetto alla possibilità di condividere gli abbonamenti di altri operatori.

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Ovviamente i dubbi scaturiscono dal fatto che non è stata data alcuna informazione su quale sia il costo del servizio o, meglio, dei singoli servizi. I film possono essere “noleggiati o comprati”, tanto quanto nell’iTunes store, mentre per i canali ci si può abbonare con un click, ma bisogna davvero capire quanto costeranno i singoli servizi, la durata degli abbonamenti, eventuali limiti e vincoli e via dicendo. Ad esempio posso abbonarmi a HBO solo per vedere Game of Thrones? L’applicazione sarà disponibile su tutti i device Apple, anche sul Mac da questo autunno, ma soprattutto anche sulle principali Smart TV e su Roku e FireTV, ampliando in questo modo in misura davvero consistente la capillarità dell’offerta Apple, che dovrebbe estendersi dagli attuali 10 mercati a più di 100 paesi.

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Visto che le grandi storie possono cambiare il mondo Apple ha poi presentato il nuovo servizio Apple TV+, dando il via, dopo un emozionante reel, alla carrellata di talenti “visionari” che hanno occupato gli ultimi 40 minuti di keynote senza però rivelarci niente che non sapessimo già sugli show prossimi venturi.

Apple TV+ sarà presente anche nel nostro paese -insieme ad Apple Arcade è l’unico altro tra i servizi presentati per cui il sito italiano di Apple ha una pagina nella nostra lingua- dal prossimo autunno, ma nulla è stato detto sui costi del nuovo servizio, sul suo rapporto con Apple Tv Channels, e meno che mai confermato, come si rumoreggiava da tempo, se sarà o meno gratuito per i possessori di device Apple.

Vista la preview dei programmi vorrei tornare sul perché ho dedicato così tanto tempo ad Apple News+ e alla questione dei bundle e degli abbonamenti. Subscription fatigue e bundle sono due delle parole chiave delle cronache dello streaming di queste settimane e penso che l’offerta Apple nell’ambito delle News possa essere un precursore di quanto potrebbe accadere nel tempo con servizi come Apple TV Channels (e Amazon Channels). Il problema dell’industria oggi è trovare il modo di ricostruire quella segmentazione dell’offerta audiovisiva tradizionale che permette di ottenere il massimo ritorno possibile dallo sfruttamento dei contenuti prodotti. Vincerà questa sfida chi, pur preservando il valore dei propri contenuti e brand, riuscirà ad adattare la propria modalità di offerta ad una domanda che vorrebbe poter scegliere tra tutto il contenuto possibile, accessibile nel modo migliore possibile, pagando (ma non certo spendendo più di quanto spendeva prima) solo per quello che desidera e non trovandosi costretta, appunto, a pagare anche per contenuti cui non è interessata. Affinché questa ricerca abbia successo ogni window che esisteva prima, con la relativa redditività, deve trovare la sua corrispondenza nella nuova filiera della distribuzione audiovisiva e in queste riflessioni la considerazione di Tim Richards sulla riflessione da fare sul “valore” della finestra cinematografica gioca un ruolo importante. Da notare che in tutto questo, nonostante sul palco dello Steve Jobs Theater sia salito primo tra gli altri Steven Spielberg, la Apple ha sempre e solo parlato di TV e di Show, restando i film qualcosa che si può “noleggiare o comprare” e continuando ad attribuirgli un ruolo, e quindi un valore, diverso da chi li include da subito in offerte a valore marginale nullo.

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Nei giorni immediatamente successivi all’evento The Information ha pubblicato un interessante articolo sul vero problema di tutti i servizi subscription, siano essi di news che video, ovvero il tasso di cancellazione degli utenti che arriva in alcuni casi quasi fino al 25% mensile, con una mediana di poco al di sopra dell’8%, ed è più basso per i siti verticali e di nicchia e per le news. In sintesi, sottolinea l’articolo, è come se le piattaforme dovessero rimpiazzare la totalità della loro base utenti una volta ogni 11 mesi e continuare a crescere, con questi tassi di abbandono, significa partire ogni mese con un handicap che in alcuni casi può essere già a doppia cifra. Torno banalmente alla battuta che facevo prima: posso essere abbonato a HBO solo per vedere Game of Thrones? E all’opposto, è così assurdo tornare al punto in cui pago solo per lo show che voglio vedere? O per le singole puntate, che se dovessimo pagare per ogni puntata che vediamo stai sicuro che ci sarebbe molto meno binge watching e vedremmo molte meno seconde stagioni di quelle che stiamo vedendo adesso. Tutti in corsa con i propri servizi, quindi, ma con il problema di una fluidità delle abitudini di consumo rispetto alle quali chi riuscirà ad offrire bundle flessibili al punto giusto o un mix di modalità di offerta equilibrato tra premium e freemium, ovvero VOD, SVOD e AVOD, vincerà. Anche qui un gran lavoro per l’analisi dei big data.

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Anche se secondo la maggior parte degli osservatori per avere successo Apple dovrà soprattutto produrre contenuti che meritano l’attenzione del pubblico la realtà è che Apple ha quasi un miliardo e mezzo di device connessi (e l’ecosistema Google/Android non ne ha certo pochi) e più riesce a rendere il suo modello di offerta compatibile con le esigenze della domanda, mediando rispetto alle esigenze dei produttori di contenuto, più tutto starà in piedi. Tutto questo potere in mano nei produttori di device mette paura e corre il rischio di tenere in scacco intere industrie? Assolutamente si e come dimostrano le recenti accuse di Spotify ad Apple non sarà facile, ma una cosa è certa, mentre dopo decenni le Major sono tutte pronte a fare entrare nell’arena con i loro servizi, dal punto di vista dei consumatori Apple, Google e Amazon sono già un passo a avanti, Apple un pochetto più degli altri.

La riforma del diritto d’autore

Questa settimana volevo dedicare spazio alla riforma del diritto d’autore e all’incomprensibile entusiasmo che ho visto manifestare per un qualcosa che corre il rischio di danneggiare più che di migliorare la situazione di editori e creativi, ma questo matinée è venuto già lungo abbastanza, ne parlerò quindi la settimana prossima a cominciare da questo post di Fabio Chiusi su come si è svolto il dibattito relativo.

Auguro a tutti una buona domenica lasciandovi, se non lo avete visto, con il video con cui Apple ha introdotto il suo evento di lunedì. Se siete un fan di vecchia data della casa della mela non potete non adorarlo.

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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