Nonostante l’incedere della crisi, l’industria audiovisiva italiana produce valore nell’ordine di 12 miliardi di euro, pari a circa l’1% del PIL, impiegando 50mila lavoratori in una realtà composta da 12mila imprese coinvolte nella filiera. In maniera più generale, l’audiovisivo produce un volume d’affari di 25 miliardi, che  raggiungono i 230 se si prende in considerazione il settore dell’industria della creatività nel suo complesso, cioè anche moda e turismo. Ma quanto toglie la pirateria a questa industria così centrale nel panorama economico italiano? Risponde Italia: a Media Creative Nation, la ricerca presentata oggi da IsiCult  (Istituto italiano per l’industria culturale) nell’ambito del convegno Italia Audiovisiva: diritto d’autore e creatività, ospitato presso la Biblioteca Casanatense del MiBac. Secondo lo studio presentato dall’ente, che tra i suoi soci vede anche Rai e Mediaset, il danno causato dalla circolazione di contenuti illegali in rete, per il solo anno 2010, è quantificabile in 496 milioni di euro, di cui la maggior parte sottratti all’home video (26,6% dal noleggio e il 31% dalla vendita) seguito a ruota dalle sale cinematografiche, la cui perdita si quantifica in più di 100 milioni, e poi a scendere il VOD,  la Tv on Demand e pay per view, i canali satellitari.

“Un lavoro interessante che va a coprire un vulnus conoscitivo”, ha commentato a proposito il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, ovviamente tra gli ospiti di onore di un dibattito tutto incentrato sulla funzione del copyright quale risorsa irrinunciabile per la sopravvivenza e la produttività dell’industria creativa. Dibattito che ha visto tra gli altri ospiti anche il Ministro della Cultura Giancarlo Galan, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, il vice direttore generale Rai Giancarlo Leone, Maurizio Costanzo nel ruolo di moderatore, il  critico televisivo e docente universitario Aldo Grasso,  il giornalista economico Oscar Giannino e il  presidente Anica Riccardo Tozzi.

“Non vogliamo diventare gli sceriffi della rete come insinuato da alcuni organi stampa”, ha chiarito in particolare Calabrò con riferimento alla nuova regolamentazione elaborata dall’Authority su mandato della UE: “È l’Europa che ci impone di intervenire come pionieri in un campo così delicato. Noi abbiamo deciso di farlo nella maniera che ci sembrava giuridicamente più corretta e compatibile con i dettami costituzionali”. Finora, secondo il presidente Agcom, l’unico vero Paese che è riuscito a imporre il suo controllo su Internet è la Cina, ma la conquista sa di autoritario: “Noi non spingiamo i provider a censurare i siti e non ci riserviamo un potere di oscuramento. Se un contenuto viola il copyright,  l’Autorità può solo chiederne la rimozione al proprietario del sito da cui può essere fruito”.

Una normativa che Calabrò giudica estremamente liberale, basata su un sistema di pesi e contrappesi con al centro l’unico obiettivo di far collimare la libertà di chi naviga in rete con quella degli autori dei contenuti. Il Ministro Galan, pur invitando a un maggior coraggio in materia, plaude a un quadro regolamentale addirittura più avanzato di quello della Francia, dove “si punisce il ragazzino che scarica un qualcosa che gli viene offerto dalla Rete, mentre noi puntiamo a responsabilizzare i provider di tali contenuti”.

C’è anche chi vorrebbe vedere sposata la linea dura, come Fedele Confalonieri, secondo cui perfino la tolleranza diffusa verso la pirateria rientrerebbe in un preciso “clima culturale e ideologico” avverso a Mediaset. Per Tozzi, invece, si tratta di distinguere bene tra Internet quale mezzo di comunicazione, e in quanto tale libero da ogni tipo di condizionamento, e Internet come mercato. Anche perché, spiega, la logica della gratuità è miope: “Il ragazzo che vuole avere la musica subito e a costo zero, e se ne frega di un calo del mercato di oltre il 70%, non si rende conto che sta ascoltando sempre più library e sempre meno musica nuova”. Tozzi parla di  “clima totalitario” che vede gli editori come “parassiti e sfruttatori”, ma che non si accorge di come sostanzialmente i grandi portali come Google e simili non svolgano un ruolo poi così diverso da quello di tv e  altri media, cioè “vendere teste alla pubblicità”.