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	<title>CineGuru &#187; Produzione</title>
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	<description>Cinema 2.0, innovazione e business</description>
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		<title>Continua il trend dei sequel e dei franchise: gli Studios dovrebbero osare di più?</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 18:29:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Box Office]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione]]></category>
		<category><![CDATA[box office USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 2011 molti sono i progetti, anche con un solido background, che sono rimasti sul campo di battaglia dello scontro tra innovazione e redditività. Nel 2012 sono ancora in arrivo una decina tra sequel e rivisitazioni. Che Hollywood abbia rinunciato all'originalità?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una delle <strong>tendenze</strong> più evidenti del <strong>2011</strong> è stata la ricerca di <strong>sicuri rientri</strong> da parte delle major. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare parlando dei risultati complessivi del <strong>box office USA</strong>, i <strong>primi 10 titoli</strong> dell&#8217;anno sono <strong>sequel, prequel e instalment</strong> di lunghe saghe cinematografiche, o comunque riconducibili a un concetto più ampio di serialità come i <em>superhero movies</em> legati ai personaggi storici dei fumetti <strong>Marvel</strong>. Come ha specificato il <a href="http://www.nytimes.com/2011/12/29/movies/sequels-ruled-hollywood-in-2011.html?_r=2&amp;adxnnl=1&amp;adxnnlx=1325161595-htKdDZWR8O8uWebmZHsFSQ"><em>New York Times</em></a>, la produzione hollywoodiana del 2011 sembra perciò il risultato di un <strong>salto verso una &#8220;sicurezza finanziaria&#8221;</strong>, che gli Studios avrebbero costruito nel corso di almeno un decennio.</p>
<p><span id="more-3150"></span></p>
<p>E anche per il 2012, l&#8217;intenzione sembra quella di riempire gli schermi con almeno una decina di sequel e reboot, da<strong> Spider-Man</strong> a <strong>Superman</strong> e <strong>Batman</strong>, passando per la saga spionistica di <strong>Bourne</strong>, per il ritorno di <strong>Peter Jackson</strong> a <strong>Tolkien</strong> e quello di <strong>Ridley Scott</strong> alla fantascienza, probabilmente con più di un punto di contatto con <em><strong>Alien</strong></em>. Non dimentichiamo poi <em><strong>Titanic</strong></em> in versione 3D, mentre tra le nuove proposte individuate come più promettenti compare <em><strong>Abraham Lincoln: Vampire Hunter</strong></em>. Ma giudicare creativa una storia con vampiri in piena epoca Twilight risulta quantomeno ardito.</p>
<p><em><img class="aligncenter size-full wp-image-3151" title="prometheus_movie" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2012/01/prometheus_movie.jpg" alt="" width="502" height="288" /></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8220;Dobbiamo reinventare il business, così come ha fatto la televisione negli anni &#8217;80. Non ci stiamo prendendo abbastanza rischi&#8221;</em> ha dichiarato al <em>New York Times</em> il produttore <strong>John Davis,</strong> che vanta nel suo curriculum film come <em><strong>Io, Robot</strong></em> e <em><strong>Predator</strong></em>. La colpa viene attribuita anche agli <strong>spettatori</strong>, che nel 2011 sembrano aver <strong>premiato il già noto</strong> a scapito della sperimentazione e di titoli, più o meno riconosciuti validi, come <strong><em>Super 8</em></strong>, <strong><em>Cowboys &amp; Aliens</em></strong>, <em><strong>Crazy, Stupid, Love</strong></em>, <em><strong>Moneyball</strong></em>, <em><strong>Real Steel</strong></em> e <em><strong>Contagion</strong></em>. Secondo il magazine, staremmo perciò assistendo a una vera <strong>inversione di tendenza</strong> rispetto al 2010, in cui il nuovo riuscì a farsi spazio nelle classifiche grazie a <em><strong>Inception</strong></em>, <strong><em>Rapunzel</em></strong> e <em><strong>Cattivissimo Me</strong></em>.</p>
<p>Una divertente analisi del <a href="http://latimesblogs.latimes.com/movies/2011/12/why-so-many-hollywood-relationship-movies-are-box-office-duds.html"><em>Los Angeles Times</em></a>, fa invece notare come gli unici <strong>rischi</strong>, e spesso molti flop, vengano affrontati dalle major <strong>per non danneggiare la propria &#8220;storia d&#8217;amore&#8221; con registi e talents</strong>. Sarebbe questo il caso di <em><strong>J. Edgar</strong></em> di <strong>Clint Eastwood</strong>, che ha visto <strong>Warner Bros</strong> spendere un budget di 35 milioni per un biopic su un ex-capo dell&#8217;FBI scomparso da tempo. O di <em><strong>Anonymous</strong></em>, che sostenendo l&#8217;ipotesi di una diversa paternità della maggiore opera shakespeariana, dei sui 30 milioni di budget ne ha restituiti a <strong>Sony</strong> meno di quattro e mezzo (nei soli Stati Uniti), ma è servito a prolungare la relazione con <strong>Roland Emmerich</strong>, per ora più proficuo come regista di <em>disaster movie</em>. Altro esempio, <em><strong>The Big Year</strong></em> (che in Italia uscirà a fine giugno con più di sei mesi di ritardo rispetto agli USA), commedia basata sul tema molto particolare del <em>bird watching</em>, che nonostante un cast di tutto rilievo, con Owen Wilson, Jack Black, Steve Martin e Anjelica Huston, ha guadagnato poco più di 7 milioni a fronte di una spesa di 40. Ma stavolta dietro la macchina da presa c&#8217;era <strong>David Frankel</strong>, ormai &#8220;abbonato&#8221; a <strong>Fox</strong> grazie ai successi di <em><strong>Io &amp; Marley</strong></em> e <em><strong>Il diavolo veste Prada</strong></em>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3153" title="La-torre-nera" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2012/01/La-torre-nera.jpg" alt="" width="500" height="281" /></p>
<p>Ci sono però anche <strong>progetti</strong> con un solido background che per ora sono <strong>rimasti sul campo di battaglia</strong> dello scontro tra innovazione e redditività. Un riassunto si può trovare su <em><a href="http://blogs.indiewire.com/theplaylist/2011-the-year-the-studios-discovered-a-little-fiscal-responsibility#">IndieWire</a></em>, dove spicca in particolare:  lo stop imposti da <strong>Universal</strong> all&#8217;adattamento del romanzo di Lovecraft <em><strong>Le montagne della follia</strong></em>, nonostante la regia di un esperto dell&#8217;horror come <strong>Guillermo Del Toro</strong>, la disponibilità di <strong>Tom Cruise</strong> nel ruolo principale e la partecipazione del &#8220;Re Mida&#8221; <strong>James Cameron</strong> alla produzione; la rinuncia, sempre da parte della stessa major al film tratto dalla saga letteraria di Stephen King <em><strong>La Torre Nera</strong></em>, che secondo le ultime indiscrezioni potrebbe invece diventare una serie tv con un&#8217;altra produzione; la rinuncia di <strong>Fox</strong> a far dirigere <em><strong>Wolverine</strong></em> al visionario <strong>Darren Aronofsky</strong>, che tuttavia si potrà rifare altrove con il suo film su Noé; il completo ripensamento di <em><strong>Akira</strong></em> da parte di <strong>Warner Bros</strong> e la &#8220;dismissione&#8221; di <em><strong>Arthur &amp; Lancelot</strong></em>; infine, la pausa forzosa per problemi di sceneggiatura di <em><strong>Men In Black 3</strong></em>, nonostante si tratti di un sequel su cui ricadono molte aspettative.</p>
<p>Ne deriva, secondo <em>IndieWire</em>, che al momento ci siano <strong>pochi margini per i progetti originali</strong> o comunque rischiosi dal budget intorno ai 200 milioni di dollari, e che per ora Hollywood non sembri proprio in vena di osare. Rimane perciò aperta la questione: basteranno <strong>sequel e rivisitazioni</strong> di vario tipo a <strong>recuperare il pubblico perso nel 2011</strong>? Oppure è proprio la ritrosia degli Studios ad aver allontanato una buona fetta di spettatori?</p>
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		<title>Cinema irrinunciabile per gli over 45. Hollywood alla riscoperta dei pensionati?</title>
		<link>http://cineguru.screenweek.it/2011/12/cinema-irrinunciabile-per-gli-over-45-hollywood-alla-riscoperta-dei-pensionati-3132</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:59:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Distribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Da uno studio del settore assicurativo, emerge come i pensionati americani non siano disposti, se non in minima parte, a rinunciare ai film per rientrare nel proprio budget mensile. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quante volte abbiamo sentito ripetere negli ultimi mesi che il <strong>cinema italiano</strong> ha bisogno di ricostruire un rapporto con la fascia di pubblico intorno ai <strong>50 anni o più</strong>? Una fetta di spettatori che tra i blockbuster pensati per le masse adolescenziali, in particolare americane e dei Paesi emergenti, e la sparizione di molte piccole sale di città, e dei loro film d’autore, spesso non sa nemmeno su qualche muro, anzi schermo, sbattere la testa nel caso volesse recarsi al cinema. Bene, ora anche le major statunitensi potrebbero accorgersi del problema, come mette in evidenza uno studio riportato da <a href="http://www.variety.com/article/VR1118047983?refCatId=13"><em>Variety</em></a>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3133" title="benjamin-button" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/benjamin-button.jpg" alt="" width="500" height="290" /></p>
<p><span id="more-3132"></span></p>
<p>La ricerca, in realtà, è stata condotta da una società del settore assicurativo, la H<strong>artford Financial Services</strong>, e riguarda lo<strong> stile di vita dei pensionati e dei lavoratori in età da prepensionamento</strong>. Dalle circa 2 mila interviste telefoniche condotte, è emerso come anche in tempi duri come quelli attuali, andare il <strong>cinema</strong> è <strong>uno degli ultimi piaceri a cui sarebbero disposti a rinunciare gli over 45</strong>. Solo il<strong> 7%</strong> di chi è già in pensione <strong>potrebbe farne a meno</strong> per rientrare nel proprio budget mensile, mentre i prepensionati mettono film, teatro e concerti allo stesso livello di cene al ristorante  e altre attività ricreative particolarmente gettonate negli USA, come il tennis.</p>
<p>Il 19% dei pensionati sostiene addirittura che preferirebbe  rinunciare alle vacanze piuttosto che al buio della sala, e il 17% allo shopping.</p>
<p>Qualcuno dovrebbe quindi cominciare a porre, e magari rispondere, alla domanda: ma per vedere cosa?</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3134" title="chart_planning_retirement" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/chart_planning_retirement.jpg" alt="" width="502" height="380" /></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Francia, 212 milioni di ingressi. Ma è crisi nel settore della post produzione.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 13:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Box Office]]></category>
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		<category><![CDATA[Esercizio]]></category>
		<category><![CDATA[Produzione]]></category>
		<category><![CDATA[cinema francese]]></category>
		<category><![CDATA[CNC]]></category>
		<category><![CDATA[Quinta Industries]]></category>

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		<description><![CDATA[ "Prima al cinema andavano soprattutto i giovani - dichiara il direttore delle ricerche del CNC, Benoît Danard - Adesso c'è anche un pubblico senior e adulti con bambini, mentre i ragazzi che pure avevano cominciato a  disertare le sale vi ritornano attirati dai progressi tecnologici, in particolare dal 3D".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>cinema francese</strong> sprizza salute da tutti i pori. O meglio, non proprio tutti: se per quanto riguarda incassi e presenze il Paese d&#8217;Oltralpe è già intento a celebrare un&#8217;ottima annata, non si può dire altrettanto per i <strong>comparti tecnici</strong> della settima arte, messi in crisi dall&#8217;avanzata del digitale che ha <a href="http://cineguru.screenweek.it/?p=2829">già costretto in ginocchio le <strong>Quinta Industries</strong></a><strong>,</strong><strong> </strong>società specializzate in <strong>post produzione</strong> e <strong>vfx </strong>e controllate dal magnate <strong>Tarak Ben Ammar</strong>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3088" title="niente-da-dichiarare-locandina" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/niente-da-dichiarare-locandina-trailer.jpg" alt="" width="588" height="339" /><span id="more-3087"></span></p>
<p>A fornire un primo resoconto dei dati del 2011 è la <a href="http://www.latribune.fr/journal/edition-du-2312/l-evenement/1234298/les-francais-n-etaient-plus-alles-aussi-souvent-au-cinema-depuis-1966.html"><em>Tribune</em></a>, che annuncia un<strong> nuovo record</strong> di circa<strong> 212 milioni di ingressi</strong>, cifra vicina a quella toccata nel lontano <strong>1966</strong> quando i biglietti staccati furono più di 230 milioni. Secondo il quotidiano, né gli schermi giganti dell&#8217;home theatre  né la pirateria sono riusciti ad affossare il tradizionale rapporto dei francesi con la sala cinematografica, tra l&#8217;altro con una buona proporzione tra <strong>cinema d&#8217;essai, schermi di qualità e multiplex</strong>. Merito di un<strong> ampliamento del target</strong> dei film francesi e non, che sono riusciti a intercettare fasce di pubblico prima considerate residuali: lo spiega alla <em>Tribune</em> lo stesso direttore delle ricerche del <strong>CNC</strong>, <strong>Benoît Danard</strong>, confermando ciò che ormai ripetono da diverso tempo anche le associazioni di categoria in Italia.</p>
<p><em>&#8220;Prima al cinema andavano soprattutto i giovani</em> &#8211; dichiara infatti <strong>Danard</strong> &#8211; <em>Adesso c&#8217;è anche un pubblico senior e adulti con bambini, mentre i ragazzi che pure avevano cominciato a  disertare le sale vi ritornano attirati dai progressi tecnologici, in particolare dal 3D&#8221;</em>. Risultato,<strong> un terzo della popolazione francese</strong> si reca oggi regolarmente al cinema, con un evidente vantaggio per i <strong>film nazionali</strong> che continuano ad <strong>aumentare la loro quota di mercato</strong> già ben attestata intorno al 40%. <strong>20</strong> sono i <strong>titoli francesi che hanno superato il milione di presenze</strong> e due sono al top del box office, <em>Intouchables</em> e <em>Niente da dichiarare?</em> Si tratta di  un film drammatico a sfondo sociale e di una commedia sull&#8217;Europa unita, che hanno guadagnato rispettivamente 9,5 e 22 milioni di euro, piazzandosi al di sopra di blockbuster come <em>Tintin</em> o <em>Harry Potter</em>.</p>
<p>Certo, la posizione in classifica e gli incassi ormai non fanno più invidia al cinema italiano, mentre le presenze rimangono un traguardo a cui quasi nemmeno le associazioni di categoria osano puntare. C&#8217;è però una parte dell&#8217;industria cinematografica francese che lotta per la sopravvivenza e che probabilmente anticipa un problema a cui andranno sempre più incontro i Paesi europei e non , cioè la <strong>crisi della post produzione</strong>. Il crollo di Quinta Industries ha già fatto scalpore in patria  per il coinvolgimento di aziende storiche del settore, come <strong>LTC, Scanlab e Duran Duboi</strong>. Ma la notizia è esplosa ancora di più negli ultimi giorni, quando lo stop imposto a questi studi ha portato al blocco della lavorazione di film importanti come il terzo capitolo della saga cominciata con <em>La verità sull&#8217;amore</em> e l&#8217;ultimo <em>Asterix</em>. A inizio novembre è stata avviata la procedura fallimentare del gruppo, ora in liquidazione dopo il rigetto del piano di rientro presentato da Tarak Ben Ammar. La ragione addotta dal finanziere franco-tunisino è sempre la <strong>digitalizzazione delle sale</strong>, in cui la Francia è leader in Europa tanto da prevedere il completo switch-off tra non più di un anno.</p>
<p>Il <strong>CNC</strong> ha già annunciato un piano di <strong>salvataggio per i 36 film</strong> che rischiano di rimanere incompiuti a causa della chiusura di Quinta Industries, ma Ben Ammar accusa lo Stato di aver &#8220;<em>accelerato brutalmente la morte dei laboratori&#8221;</em> sostenendo la conversione delle sale, e i laboratori di essersi tirati la palla sui piedi con una concorrenza a ribasso che finirà per favorire una situazione di quasi-monopolio dei pochi operatori sopravvissuti.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>The Black List: quando il blockbuster nasce dagli scarti</title>
		<link>http://cineguru.screenweek.it/2011/12/the-black-list-quando-il-blockbuster-nasce-dagli-scarti-3040</link>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 12:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Universal]]></category>

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		<description><![CDATA[E' la sceneggiatura di Graham Moore per The Imitation Game il miglior progetto non ancora realizzato dagli Studios hollywoodiani. A rivelarlo è la Black List, il sondaggio che dal 2004 interroga i manager delle major sugli script scartati o messi in stand-by.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un <strong>geniale matematico inglese</strong> impiegato durante il secondo conflitto mondiale per decriptare i messaggi in codice dell&#8217;esercito tedesco ma perseguitato per la sua omosessualità, un <strong>ex-prigioniero di guerra americano</strong> destinato a diventare un &#8220;big&#8221; della Yakuza e le Guerre Stellari viste da dietro il pelo di <strong>Chewbecca</strong>. Non è il frutto di un&#8217;allucinazione cinematografica postmoderna ma un breve estratto dalla top ten delle migliori sceneggiature scritte ma non ancora prodotte, finite in quella <strong>&#8220;lista nera&#8221; degli Studios</strong> da cui, negli ultimi anni, sono usciti film poi apprezzatissimi da critica e pubblico.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-3043" title="the balck list" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/the-balck-list.jpg" alt="" width="538" height="757" /></p>
<p><span id="more-3040"></span>La <strong>Black List di Hollywood</strong> arriva da <a href="http://www.tracking-board.com"><strong>Trackingboard.com</strong></a>, e a compilarla annualmente dal 2004 è<strong> Franklin Leonard</strong>, ex-manager di <strong>Universal</strong> che ora lavora per la <strong>Overbrook Entertainment</strong> di <strong>Will Smith</strong>. Negli ultimi 7 anni, Leonard si è preso la briga di raccogliere<strong> i voti degli insider</strong> delle principali major cinematografiche per compilare la classifica dei <strong>migliori progetti che circolano nei corridoi </strong>degli Studios ma mai realizzati, o almeno non fino al momento del voto. Secondo i dati riportati da <a href="http://www.thewrap.com/movies/article/imitation-game-tops-2011-black-list-33521"><em>The Wrap</em></a>, i <strong>titoli usciti dal 2005</strong> dopo essere stati premiati dalla lista nera sono<strong> più di 120</strong>, hanno guadagnato più di <strong>11 miliardi di dollari</strong> al botteghino, raccolto più di <strong>80 nomination</strong> e vinto <strong>una ventina di Oscar</strong>.</p>
<p>Nel novero dei film inizialmente scartati o riposti dalle major compaiono infatti enormi successi quali <strong><em>The Millionaire, Il Discorso del Re, Juno</em></strong> e<strong><em> The Social Network</em></strong>. Anche quest&#8217;anno, non a caso, la sceneggiatura che si è guadagnata il top è quella di <strong>Graham Moore</strong> per <em><strong>The Imitation Game</strong></em>, <strong>biopic</strong> dedicato al matematico<strong> Alan Turing</strong>, che oltre ad aver notevolmente contribuito alla nascita del computer, durante la Seconda Guerra Mondiale ebbe un ruolo fondamentale nell&#8217;interpretazione dei codici segreti tedeschi, salvo essere portato in tribunale per la sua omosessualità e morire suicida per avvelenamento. Un soggetto che secondo indiscrezioni sarebbe ancora<strong> in fase di sviluppo sotto l&#8217;egida di Warner Bros</strong> e che potrebbe vedere addirittura <strong>Leonardo Di Caprio</strong> nel <em>leading role</em> di Turing.</p>
<p>Il &#8220;<strong>ripescaggio</strong>&#8221; dei migliori film in stand-by, d&#8217;altra parte, <strong>sembra</strong> <strong>interessare non poco gli stessi board delle case cinematografiche</strong> hollywoodiane. Quest&#8217;anno, a farsi coinvolgere nella classifica  sono stati in <strong>300</strong>, e dalle 10 preferenze espresse da ciascun partecipante sono emerse <strong>ben 73 sceneggiature</strong> con almeno 6 voti al loro attivo. E a dimostrazione della validità di tale sorta di <strong>sondaggio</strong>, per questa ultima edizione della <strong>Black List</strong> è stato lanciato un <strong>servizio premium</strong> al costo di 20 dollari al mese, che permette ai votanti di ricevere anche dei &#8220;consigli di lettura&#8221; riguardo ad altre sceneggiature potenzialmente di loro interesse. Un po&#8217;  lo stesso meccanismo che usano <strong>Amazon, Netflix e altri store online</strong>, solo che in questo caso non si tratta di libri o DVD ma di <strong>possibili futuri premi Oscar</strong>.</p>
<p>L&#8217;elenco completo dei 73 script è scaricabile direttamente dal <a href="http://blcklst.com/lists/2011_black_list.pdf">sito della Black List</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Twilight al top dell&#8217;elenco Forbes degli attori più redditizi per le major.</title>
		<link>http://cineguru.screenweek.it/2011/12/twilight-al-top-dellelenco-forbes-degli-attori-piu-redditizi-per-le-major-3020</link>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 10:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<category><![CDATA[The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 1]]></category>
		<category><![CDATA[Twilight]]></category>

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		<description><![CDATA[Kristen Stewart agli Studios fa intascare quasi 60 volte quello che riceve, Robert Pattinson 40. Sono i giovani protagonisti dei franchise gli attori con il miglior rapporto prezzo/rendimento secondo la classifica Forbes degli "Hollywood's Best Actors for the Buck".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Direste mai che <strong>Kristen Stewart e Robert Pattinson</strong> sono sfruttati o sottopagati rispetto al valore del lavoro che svolgono? Quasi blasfemo da sostenersi in questo frangente economico, eppure è quanto emerge dalla <strong>classifica <a href="http://www.forbes.com/sites/dorothypomerantz/2011/12/06/hollywoods-best-actors-for-the-buck/">Forbes</a> degli attori più “convenienti” per la major</strong> cinematografiche. <em>“</em><strong><em>Hollywood ha bisogno di rinnovare lo star system</em></strong><em>”</em>, ha detto qualche tempo fa il presidente dell’<strong>Anica</strong>, <strong>Riccardo Tozzi</strong>, spiegando il perché della sottoperformance dei titoli americani al botteghino italiano. E sembra proprio che, nel farlo, l’industria statunitense stia guardando non solo ai grandi numeri dei Paesi emergenti in Medio ed Estremo Oriente, ma anche a trarre il massimo profitto dal minimo sforzo.</p>
<p><a href="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/twilight_breaking_dawn.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3023" title="twilight_breaking_dawn" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/12/twilight_breaking_dawn.jpg" alt="" width="595" height="595" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-3020"></span></p>
<p>Da questo punto di vista le<strong> giovani stelle</strong>, lanciate nel firmamento di Hollywood da mega-saghe pluriennali di enorme successo, sono una <strong>garanzia assoluta</strong>: pur essendo tendenzialmente più a buon mercato di interpreti con decenni di carriera alle spalle e magari più capricciosi, i <strong>volti nuovi dello showbiz cinematografico</strong> riescono comunque a smuovere quelle ondate di spettatori che hanno fatto a guadagnare a <em><strong>The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 1</strong></em>,<strong><em></em></strong> quasi 140 milioni di dollari nei primissimi giorni di uscita negli USA, o reso <em><strong>Transformers 3</strong></em> uno dei film di maggior successo della storia. In molti casi, come quello dei protagonisti di <strong>Twilight</strong>, si tratta inoltre di interpreti molto giovani e semi-sconosciuti, se non del tutto acerbi come il trio vincente di <em><strong>Harry Potter</strong></em>, per cui è facile sfruttarne il nome senza cifre da capogiro non sempre ripagate dal box office.</p>
<p>Ecco così che al top assoluto della classifica degli <em><strong>&#8220;Hollywood&#8217;s Best Actors for the Buck&#8221;</strong></em>, cioè degli attori migliori per far cassa (stilata sui 40 nomi più pagati e sulle somme guadagnate dai loro ultimi 3 film usciti negli scorsi 5 anni in almeno 500 sale), c’è proprio la cerea<strong> Kristen Stewart</strong>, che <strong>agli Studios fa intascare quasi 60 volte quello che riceve</strong>. Così come <strong>Robert Pattinson</strong>, al terzo posto nella chart, per ogni dollaro che viene pagato dai suoi datori di lavoro ne rende quasi 40. In mezzo alla coppia vampiresca c’è <strong>Anne Hathaway</strong>, sarà perciò felice la <strong>Warner Bros</strong> che l’ha scelta per il ruolo di <em>Catwoman</em> dell’ultimo Batman di <strong>Christopher Nolan</strong>, anche se secondo <strong>Forbes</strong> gran parte del risultato dell’attrice si deve alla mega-produzione Diseny <em><strong>Alice in Wonderland</strong></em>, che ha compensato performance economiche meno brillanti come quella di <em><strong>Amore e altri rimedi</strong></em>. Segue “magicamente” <strong>Daniel Radcliffe</strong>, che con il suo<em><strong> Harry Potter</strong></em> per ogni dollaro speso nel suo stipendio, sempre dalla Warner, ne ha fruttati circa 34. Ma per lui la vera prova del nove arriverà quando non vestirà più i panni del personaggio di<strong> J. K. Rowling</strong> bensì quelli di un detective tormentato dal fantasma di <em><strong>The Woman in Black</strong></em>.</p>
<p>Dopo di Radcliffe, nell’elenco <strong>Forbes</strong> arriva un altro ex-giovanissimo, <strong>Shia Laboeuf</strong>, che ovviamente deve la sua media di 29 dollari e mezzo alla fortunatissima saga di <em><strong>Transformers</strong></em>. Nonostante Paramount abbia in cantiere un numero 4 e probabilmente un numero 5 per il franchise, Shia sembra proprio non volerne sapere di tornare a lottare con gli alieni robotici, dunque non è certo che riesca a mantenere il suo piazzamento. Al sesto posto si trova invece un interprete di vecchia data, ma rinato dopo un lungo periodo di stallo e comunque molto amato dal target dei teenager grazie al ruolo del supereroe Marvel <strong><em>Iron Man</em></strong>. Parliamo naturalmente di <strong>Robert Downey Jr.</strong>, che per ogni dollaro guadagnato ne rende 18,74, mentre a seguire si collocano nomi ben noti da anni alle major quali <strong>Matt Damon</strong>, <strong>Cate Blanchett</strong>, <strong>Meryl Streep</strong> e, a chiudere la classifica, <strong>Johnny Depp</strong>, il cui rapporto in termini di dollari spesi e incassati è di circa<strong> 1 a 12</strong>. <strong>Depp</strong>, secondo <strong>Forbes</strong>, rimane comunque <strong>uno degli attori più pagati di Hollywood</strong>, ma rientra nella top 10 proprio perché i suoi film di solito riescono a ripagare ampiamente l’investimento nel cachet dell’interprete, amato da un pubblico molto eterogeneo e sempre apprezzato anche dal punto di vista artistico. La sua media, inoltre, sembra comunque spettabile in confronto ai <strong>40 centesimi</strong> che porta <strong>Drew Barrymore</strong>, o i <strong>2 dollari e 70</strong> di <strong>Eddie Murphy</strong>, che non a caso guidano la <strong>classifica Forbes degli attori “overpaid”</strong>.</p>
<p>La vera questione è però se gli <strong>Studios riusciranno davvero a rinnovare lo star system</strong> con i nuovi attori nati da franchise di successo e la cui fama sembra ritagliata su misura per quei ruoli. <strong>Shia Laboeuf</strong>, ad esempio, ha perso il primo posto guadagnato l’anno scorso a causa del film di <strong>Oliver Stone</strong><em><strong> Wall Street: Money Never Sleeps</strong></em>, che non è stato esattamente un flop, avendo guadagnato circa 135 milioni di dollari su un budget di 70. Ma nulla di comparabile a <em><strong>Transformers</strong></em>, così come lo<strong> scarto di due posizioni tra Kristen Stewart e Robert Pattinson</strong> è dovuto al tentativo dell’attore di sganciarsi dalla saga di Twilight con due film che però si sono rivelati di scarso successo, sia di critica che di pubblico, quali <em><strong>Remember me</strong></em> e <em><strong>Come l’acqua per gli elefanti</strong></em>. Perciò la domanda che emerge senza dubbio da questa classifica è: riusciranno le piccole stelle di Hollywood a brillare al di fuori del loro firmamento? Oppure dobbiamo aspettarci una nuova infinita serie di franchise pluriennali con nuovi &#8220;animali da botteghino&#8221;?</p>
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		<title>In sala negli USA il primo lungometraggio girato interamente tramite smartphone.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 10:44:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si chiama Olive, è stato ideato e diretto da Hooman Khalili e realizzato con un Nokia N8. Uscirà in un cinema della città degli anglei per una settimana, ma, avverte il regista, portarlo sul grande schermo non è stato affatto un gioco da ragazzi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai con i film girati tramite telefonino si fanno rassegne, festival e pubblicità, mentre girare video è sicuramente una delle funzionalità più sfruttate da ogni utente dei cellulari di ultima generazione. Ma solo a partire dal <strong>16 dicembre</strong> uscirà in sala quello che i suoi autoi presentano come<strong> il primo lungometraggio girato interamente con smartphone</strong>. Si chiama <strong><em>Olive</em></strong>, è stato ideato e diretto da <strong>Hooman Khalili</strong> e realizzato con un <strong>Nokia N8</strong>. Uscirà in un cinema della città degli angeli per una settimana, ma, avverte il regista, portarlo sul grande schermo non è stato affatto un gioco da ragazzi. Per cui<em> don&#8217;t try this at home</em>!</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/fKkJrPa7Vm4" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p><span id="more-2997"></span></p>
<p>In un&#8217;intervista al <a href="http://latimesblogs.latimes.com/technology/2011/12/olive-smartphone-movie.html"><em>Los Angeles Times</em></a>, <strong>Hooman Khalili</strong> ha spiegato tutte le difficoltà tecniche della creazione di quella che in molti potrebbero considerare un&#8217;operazione facilmente replicabile. Invece, per cominciare a girare, i realizzatori si sono prima di tutto dovuti trasformare in <strong>hacker e costruttori</strong> per <strong>modificare il telefonin</strong>o e, in particolare, <strong>disabilitare le funzioni auto focus e auto zoom</strong>. Chiunque operi professionalmente come videomaker, o anche solo come fotografo, può capire come non sia facile andare d&#8217;accordo con un apparecchio che pensa di sapere meglio dell&#8217;operatore come mettere a fuoco una scena e a che distanza. Né è stato possibile trovare un solo costruttore disposto a creare un obiettivo 35 mm da applicare al telefonino.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/VV97uzlUQjA" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
<p>I filmmaker non erano però disposti a rinunciare alla profondità di campo, e così ha preso forma un&#8217;anomala soluzione. <strong>Khalili</strong> e la sua squadra hanno finito con lo<strong> smontare una cinepresa degli anni &#8217;40</strong> per studiarne il meccanismo e, una volta capito quali ottiche servissero al loro scopo, le hanno dovute <strong>attaccare al Nokia con lo scotch biadesivo</strong>. E se il marchingegno non bastasse di per sé a far impallidire Michel Gondry, questi novelli bricoleur del cinema hanno girato l&#8217;unica sequenza area presente nel film attaccando il telefonino a un elicotterino telecomandato&#8230; e incrociando le dita. Nonostante le attrezzature un po&#8217; artigianali, <em><strong>Olive</strong></em> è stato proposto al festival <strong>Sundance</strong> e<strong> Khalili spera di portarlo anche agli Oscar</strong>, tanto da essersi affrettato a cercare una sala, nello specifico una appartenente al circuito indie locale Laemmle, per assicurarsi un&#8217;uscita <em>theatrical</em> entro l&#8217;anno.</p>
<p>Il regista assicura infatti di aver <strong>prodotto il film in maniera assolutamente ortodossa</strong>, con tanto di truccatori e location scout professionisti, nonché con la collaborazione dell&#8217;attrice <strong>Gena Rowlands</strong>. L&#8217;idea di girare un lungometraggio con lo smartphone è nata nel gennaio 2010, la preproduzione è però cominciata solo lo scorso aprile e le riprese sono durate 5 settimane, per un <strong>costo complessivo di 500 mila dollari</strong>.  A finanziarlo, almeno in parte, non è stata però la Nokia, che non ha manifestato interesse a riguardo, ma <strong>Chris Kelly</strong>, già responsabile della privacy di <strong>Facebook</strong>.</p>
<p><em><strong>Olive</strong></em> viene definito dai suoi realizzatori come<em> &#8220;la storia di una ragazzina che riesce a cambiare la vita di tre persone senza dire una parola&#8221;</em>, e in attesa di vederlo &#8211; forse &#8211; agli Oscar, <strong>Khalili</strong> ne ha resi disponibili i <strong>primi 5 minuti online</strong>, sul <a href="http://www.olivethemovie.com/">sito del film</a>.</p>
<p>Fonte: <a href="http://latimesblogs.latimes.com/technology/2011/12/olive-smartphone-movie.html"><em>Los Angeles Times</em></a></p>
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		<title>Anica sulle orme di iTunes. Migliaia di titoli del cinema italiano a breve disponibili in VOD.</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 06:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La "massa critica" di titoli cinematografici necessaria a realizzare unv erio servizio VOD in arrivo grazie allos forzo di Anica. L'Associazioen lavora su un portale dedicato, con milgiaia di titoli e ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;affermazione anche in Italia del <strong>video on demand</strong>  non è utopia: presto vedrà la luce un <strong>portale interamente dedicato al cinema italiano</strong> e sviluppato da <strong>Anica</strong>, che sarebbe al lavoro sul progetto da mesi. A rivelarcelo, durante la presentazione delle <strong>Giornate Professionali di Cinema di Sorrento</strong>, è stato lo stesso <strong>Lamberto Mancini</strong>, Segretario Generale dell&#8217;Associazione che riunisce le varie categorie dell&#8217;industria cinematografica:</p>
<p><em>&#8220;Siamo impegnati da tempo nella creazione di un portale che possa consentire la<strong> distribuzione in modalità VOD del cinema italiano</strong>. Abbiamo avuto diverse adesioni e ne stiamo raccogliendo altre, abbiamo già la tecnologia e stiamo affinando il modello di business. Immaginatelo come un negozio, un grande negozio italiano&#8221;.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2939" title="anica_logo" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/anica_logo.jpg" alt="" width="514" height="358" /></p>
<p><span id="more-2938"></span></p>
<p>L&#8217;esempio a  cui guardare è però quello già affermato a livello internazionale, vale a dire <strong>iTunes</strong>: <em>&#8220;Il meccanismo è esattamente lo stesso, avremo sia<strong> film current</strong> che di <strong>library</strong>, con<strong> prezzi differenziati</strong> caso per caso&#8221;</em>, ma comunque, assicura <strong>Mancini</strong>, assolutamente analoghi a quelli <em>&#8220;già stabiliti dal mercato&#8221;</em>. L&#8217;idea è di prestare <em>&#8220;attenzione ai pubblici&#8221;</em>, cui <strong>Anica</strong> guarderà sia per la determinazione delle tariffe che per le strategie di marketing e di contatto con i possibili utenti online.</p>
<p>Come ci conferma il Segretario Generale, il riferimento ai <strong>prezzi già fissati dal mercato</strong> sgombera anche il campo da dubbi riguardo a eventuali <strong>offerte di tipo premium</strong>, come quelle che stanno sperimentando le major negli USA e che hanno portato a duri scontri con gli esercenti sulla questione delle <strong>window</strong>. Nonostante l&#8217;idea di far uscire in contemporanea i film sul grande schermo e online, al prezzo maggiorato di circa 30 euro, fosse stata <a href="http://cineguru.screenweek.it/?p=2731">rilanciata poco tempo fa</a> dal patron di <strong>Filmauro</strong>, <strong>Aurelio De Laurentiis</strong>, per ora è probabile che le finestre di programmazione vengano rispettate e che soprattutto sia garantito l&#8217;accordo tra tutti gli anelli della filiera cinematografica.</p>
<p>Un accordo che sarà fondamentale anche per la questione dei diritti:</p>
<p><em> &#8221;Si dice sempre che non c&#8217;è cinema italiano in VOD, ma non è vero. Basta fare un giro su <strong>iTunes</strong> o sui siti che vendono prodotti di elettronica. C&#8217;è poi il <strong>canale cinema di Telecom</strong> e varie altre opportunità. Ma <strong>nessuno ha la massa critica</strong> che noi riteniamo di poter avere in quanto Anica. Questa è la nostra differenza, l&#8217;Associazione <strong>rappresenta sia i produttori che i distributori</strong>, e questo non è irrilevante quando il diritto VOD non sempre è in mano a una categoria o all&#8217;altra. Bisogna controllare la contrattualistica film per film, ma Anica, avendo al suo interno sia produttori che distributori, riteniamo possa pervenire a una buona composizione&#8221;</em>.</p>
<p>I <strong>film</strong> saranno disponibili <strong>sia in noleggio che in vendita</strong>, e perciò saranno perseguite allo stesso modo la via dello <strong>streaming</strong> e del <strong>download</strong>, ovviamente legale, dei titoli in catalogo. Sono ancora<strong> top secret</strong> le <strong>tempistiche</strong> e <strong>la rosa</strong> <strong>di film</strong> con cui verrà inizialmente lanciata l&#8217;offerta, ma l&#8217;ordine, rivela <strong>Mancini</strong>, è sicuramente quello delle <strong>migliaia</strong>. <em>&#8220;È chiaro che sul cinema italiano le library pesano molto di più delle nuove uscite</em> &#8211; aggiunge inoltre il Segretario Generale dell&#8217;Anica &#8211; <em>abbiamo una storia cinematografica per cui, se dovessero aderire certi player, potremmo  trovarci ad offrire centinaia e centinaia di film di library&#8221;</em>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Giornate professionali di Sorrento: presentati i dati sul cinema italiano nel 2011</title>
		<link>http://cineguru.screenweek.it/2011/11/giornate-professionali-di-sorrento-presentati-i-dati-sul-cinema-italiano-nel-2011-2925</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 11:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
				<category><![CDATA[Box Office]]></category>
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		<category><![CDATA[botteghino]]></category>

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		<description><![CDATA[La quota di mercato italiano schizza al 38% ma si accompagna al parallello calo di presenze ai film made in USA. Ne risulta una perdita di pubblico che il presidente dell'Anica suggerisce di combattere con nuovi multisala urbani e un nuovo modello di business. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>quota di mercato del cinema italiano</strong> continua a regalare ottime performance:  da inizio anno a oggi, i film e le coproduzioni del nostro Paese hanno fatto registrare incassi per quasi 203 milioni e mezzo di incasso e più di 33 milioni di presenze, pari al 38% del totale. Questi i dati salienti dell’andamento del <strong>botteghino nel 2011</strong>, resi noti alla presentazione della <strong>34° edizione delle Giornate Professionali di Cinema di Sorrento</strong>, in programma dal 28 novembre al primo dicembre, con una coda lunga di eventi che animeranno la città anche dopo il termine ufficiale della kermesse.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2926" title="quote di mercato 2011" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/quote-di-mercato-2011.jpg" alt="" width="594" height="351" /></p>
<p><span id="more-2925"></span>L&#8217;evento sarà come sempre fondamentale occasione di incontro per le varie categorie della filiera cinematografica,  con  <strong>10 convention</strong> e diversi incontri  in cui le distribuzioni avranno modo di <strong>presentare i listini</strong> del prossimo anno e alcuni dei loro titoli di punta. Nove sono le <strong>anteprime</strong> previste:  <strong>Il Gatto con gli stivali 3D</strong>, a metà dicembre nelle sale con Universal, <strong>Le Idi di Marzo </strong>(01 Distribution),<strong> </strong>interpretato e diretto da George Clooney, <strong>The Best Exotic Marigold Hotel</strong> (20th Century Fox ), <strong>A Few Best Man &#8211; Tre uomini e una pecora</strong> (Lucky Red), <strong>Killer Joe</strong> (Bolero Film), <strong>Henry </strong>(Iris Film), <strong>Hysteria</strong> (Bim), <strong>Arthur e la guerra dei due mondi</strong> (Moviemax), <strong>La chiave di Sarah</strong> (Lucky Red).</p>
<p>Come sempre, le <strong>Giornate di Sorrento</strong> sono però anche la sede per confrontarsi rispetto alle <strong>criticità</strong> che emergono dai dati sul mercato del cinema. L&#8217;ultimo anno sembra marcare un traguardo importante per<strong> i film del nostro Paese</strong>, che in termini di presenze sono <strong>cresciuti di quasi 10 punti percentuali</strong> rispetto al 2010. Un <strong>aumento</strong> a cui però ha corrisposto il <strong>pari decremento della quota di mercato del cinema USA</strong>,  scesa dal 68,68 al 48,3% dei biglietti staccati. Emerge perciò uno scarto da cui non deriva un&#8217;espansione del pubblico ma un semplice spostamento, che non è l&#8217;obiettivo a cui punta l&#8217;industria. <em>&#8220;I dati confermano in modo clamoroso che continua la crescita del cinema italiano. Abbiamo la possibilità di raggiungere quel fatidico 40%, con un risultato straordinario, meglio di quello francese e unico al mondo&#8221;</em> &#8211; ha dichiarato a proposito il <strong>presidente dell&#8217;Anica</strong>, <strong>Riccardo Tozzi</strong> &#8211; <em>&#8220;ma si continua a registrare una flessione nelle presenze ai film americani, diminuite di circa 16 milioni, con un saldo negativo di 10 milioni non compensato  dalla fetta italiana. Il che ci pone un problema di sistema. Il nostro rapido passaggio dal 10 al 40% del mercato significa che è arrivato un tipo di pubblico nuovo, che conosciamo meno e che non riusciamo a intercettare&#8221;</em>.</p>
<p>Colpa, secondo <strong>Tozzi</strong>, non tanto di scelte sbagliate dal punto di vista produttivo ma dello <strong>squilibrio</strong> che si è venuto a creare nel <strong>settore dell&#8217;esercizio</strong>, orfano di molte piccole strutture di città:<em> &#8220;La gran parte degli spettatori è nei centri urbani, dove invece ci sono sempre meno schermi&#8221;</em>. I <strong>multisala all&#8217;interno del tessuto cittadino</strong> sono perciò il fronte su cui il presidente dell&#8217;Anica ritiene fondamentale avviare un processo di espansione e ammodernamento, in modo da riconquistare pubblico e superare la soglia dei 100 milioni di biglietti intorno a cui continua a navigare il botteghino nonostante le ottime performance dei film italiani:</p>
<p><em>&#8220;Occorre un modello nuovo di sala. Non si possono ripopolare i centri urbani con le strutture tradizionali, ci vogliono cinema  un po’ più clamorosi. Deve cambiare il modello di business, tenendo in considerazione che gli introiti delle sale sono fatti sì di biglietto ma anche di concession, e se le sale urbane lavorano solo sul biglietto non possono che fallire. Il compito spetta alle strutture, ma anche a Comuni e Regioni che devono dare impulso alla trasformazione&#8221;</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2927" title="incassi 2011" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/incassi-2011.jpg" alt="" width="599" height="349" /></p>
<p>E se Tozzi continua a proporre il <strong>&#8220;modello Londra&#8221;</strong>, con le nuove accessoriate sale di Leicester Square, il rappresentante dei<strong> distributori dell&#8217;Anica</strong>, <strong>Filippo Roviglioni</strong>, ha ribadito la necessità di <strong>eliminare quel gap estivo</strong> che riduce la stagione cinematografica a 8 mesi, possibilmente con la programmazione di grandi titoli italiani da aggiungere allo sforzo in questo senso già compiuto dalle major americane. Il presidente dell&#8217;<strong>Agis</strong>, <strong>Paolo Protti</strong>, da parte sua ha fatto riferimento al quadro politico e citato la <a href="http://www.google.it/search?q=Lionello+Cerri&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a">lettera di Andrea Carandini al <em>Corriere della Sera</em></a> sulla necessità di <em>&#8220;integrare i beni e la produzione culturale nella strategia del Paese&#8221;</em>, nonché a quelle <strong>riforme a costo zero</strong> che l&#8217;Associazione dello spettacolo aveva già <a href="http://cineguru.screenweek.it/?p=2751">presentato al precedente Governo</a>. <strong>Angelo Barbagallo</strong>, rappresentante dei produttori dell&#8217;<strong>Anica</strong>, ha invece messo in evidenza quello che definisce <strong>&#8220;il problema delle risorse&#8221;</strong>:</p>
<p><em>&#8220;Nonostante crescano i proventi sala, mancano le risorse per produrre, soprattutto per avere un&#8217;offerta ampia, diversificata al suo interno. Il successo del cinema italiano è concentrato su una rosa piccola di titoli, tutte commedie. L’altro cinema ha sofferto molto, con risultati al di sotto delle aspettative. Questo per la trasformazione antropologica del pubblico e la progressiva scomparsa delle sale nei centri storici&#8221;, </em>oltre che alla tendenza<em> &#8220;di tutti gli altri player del settore a pagare meno del prezzo giusto. C&#8217;è anche  chi non paga per niente, cioè la pirateria, mentre sull&#8217;offerta legale online il Paese sconta un grave ritardo&#8221;</em>.</p>
<p>Il riferimento è evidentemente alla questione del <strong>prelievo di filiera</strong>, ma anche a quell&#8217;<strong>omologazione del gusto</strong> che sembra evidenziarsi a latere della vetta del botteghino conquistata dai titoli italiani. Un problema a cui non si è mostrato indifferente nemmeno il <strong>nuovo presidente dell&#8217;Anec</strong>, <strong>Lionello Cerri</strong>:</p>
<p><em>&#8220;Come si modifica il tessuto urbano, così cambia il gusto del pubblico. Noi abbiamo potuto farci un gusto cinematografico diverso, le nuove generazioni vengono da un gusto formato dalla tv e apprezzano un certo modello visivo. L&#8217; educazione all&#8217;immagine è perciò fondamentale. Stanno cambiando le strutture, ma anche i pubblici nelle nostre città, divisi tra un cinema commerciale, di azione, di effetti speciali, e uno di sentimento, di parola, d’autore. Queste due audience non si scontrano, anzi  sono diverse e probabilmente richiedono servizi diversi. Sta a noi collegarle e far trovare strutture adeguate a ogni tipo di pubblico per farlo crescere&#8221;</em>.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2928" title="top 20 incassi 2011" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/top-20-incassi-2011.jpg" alt="" width="598" height="269" /></p>
<p>Forse per la prima volta in un&#8217;occasione ufficiale, è stato perciò riconosciuto <strong>quanto il successo del cinema italiano al botteghino dipenda dalla tv</strong>, ma, afferma <strong>Barbagallo</strong>, <em>&#8220;questo non è un difetto assoluto, lo diventerebbe se si finisse per produrre solo quel tipo di film&#8221;</em>. Secondo <strong>Tozzi</strong>, inoltre, ormai <strong>tutta la produzione culturale</strong>, perfino quella letteraria, <strong>passa per la televisione</strong>:</p>
<p><em>&#8220;Anche in <strong>Francia</strong>, se andiamo nei multisala del centro, <strong>su 10 film 8 sono commedie</strong>. L&#8217;Italia da questo punto di vista si sta normalizzando. Certo se ci fermassimo solo a quello, non si potrebbe più parlare di normalizzazione. Ma ora, probabilmente, stiamo assistendo a uno <strong>smottamento del pubblico della fiction</strong> che non vuole prodotti di ricerca ma di riconoscimento, vuole cioè ritrovare i casi della sua vita, trattati in modo semplice, gratificante e divertente. Questo è <strong>un pezzo di cinema decisivo ovunque</strong> e non c&#8217;è motivo che non lo sia anche qui da noi. La questione non è né morale né culturale, ma solo materiale, cioè<strong> fare i multisala nei centri urbani</strong>&#8220;.</em></p>
<p>Per quanto riguarda invece la questione <a href="http://cineguru.screenweek.it/?p=2846"><strong>Siae-trailer sui siti internet</strong></a>, <strong>Roviglioni</strong> rimanda a <strong>Sorrento</strong>, dove probabilmente verrà presentato<em> &#8220;un <strong>tentativo di conciliazione</strong>, elaborato da<strong> Anica e Società degli autori ed editori</strong>,  che possa rispettare il diritto d’autore  e un corrispettivo congruo senza bloccare il meccanismo promozionale dei trailer&#8221;</em>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quinta Ind: il digitale affossa la controllata di Ben Ammar</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 12:14:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Francia il settore della post produzione cinematografica cede ogni anno il 30%.  Molte le società in crisi, tra cui Quinta Industries, che nonostante la "parentela" con la potente Quinta Communications di Tarak Ben Ammar ha cominciato il proprio iter fallimentare. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La società specializzata in <strong>post produzione</strong> e vfx <strong>Quinta Industries</strong> fallisce a causa dello snellimento del business provocato dall&#8217;<strong>avanzata del digitale</strong>. Il produttore <strong>Tarak Ben Ammar</strong> ha portato i libri in tribunale, facendo cadere il sipario su un&#8217;azienda considerata <strong>leader del settore in Francia</strong>, nata nei primi anni 2000 e cresciuta grazie alla progressiva incorporazione di alcuni player storici come <strong>LTC, Scanlab e Duran Duboi</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="size-full wp-image-2830 aligncenter" title="quinta" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/quinta.jpg" alt="" width="501" height="370" /></p>
<p><span id="more-2829"></span></p>
<p>Posseduta dal <strong>gruppo Quinta Communications</strong>, nato nel 1990 dall&#8217;incontro tra il finanziere franco-tunisino e la Fininvest di Silvio Berlusconi, la costola più propriamente tecnica della holding dell&#8217;audiovisivo è da giovedì in<em> &#8220;redressement judiciare&#8221;</em>, sorta di <strong>procedura fallimentare</strong> in cui il magnate del cinema  si è comunque impegnato a presentare un piano per la<strong> salvaguardia dei circa 200 lavoratori</strong> dell&#8217;azienda, oppressa da un <strong>debito di più di 15 milioni</strong> di euro a fronte di un <strong>giro d&#8217;affari di circa 52 milioni</strong>, <strong>in calo del 20%</strong> rispetto ai valori registrati prima del 2010. A ricordarlo è <a href="http://www.latribune.fr/journal/edition-du-0811/technos-medias/1219502/clap-de-fin-pour-le-producteur-tarak-ben-ammar.html"><em>La Tribune</em></a>, secondo cui la situazione si era fatta critica già l&#8217;anno scorso, quando  <strong>Quinta Industries</strong> è stata costretta a <strong>chiudere lo stabilimento di Joinville</strong>, specializzato nelle postproduzione sonora, e a domandare <strong>allo Staro una moratoria</strong> sul pagamento di più di 5 milioni di debiti fiscali.</p>
<p>Ad aver scatenato la crisi, secondo <strong>Ben Ammar</strong> sono stati però <strong>i laboratori di sviluppo e stampa LTC</strong>, messi ko <em>&#8220;dall&#8217;avanzata della digitalizzazione delle sale, al pari dei concorrenti GTC, già in liquidazione, ed Eclair, pure sotto amministrazione controllata&#8221;</em>. Secondo il produttore franco tunisino, gli <strong>introiti di LTC</strong> si sono <strong>dimezzati nel giro di 5 anni</strong>, e non è l&#8217;unico a evidenziare quanto l&#8217;abbandono dell&#8217;analogico stia influenzando l&#8217;industria cinematografica francese. Parlando sempre del fallimento di <strong>Quinta Industries</strong>, <a href="http://www.variety.com/article/VR1118045587?refCatId=19"><em>Variety</em></a> ha riportato le cifre della <strong>Ficam</strong>, associazione d&#8217;Oltralpe delle<strong> imprese del cinema e dell&#8217;audiovisivo</strong>, secondo cui <strong>ogni anno dal 2008</strong> <strong>la richiesta di copie in pellicola</strong> <strong>si riduce del 30%</strong>, portando al declino di sempre più aziende.<em> &#8220;Quando il CNC ha varato il suo piano per la digitalizzazione si è scordato il settore della postproduzione&#8221;</em> ha denuncia il<strong> presidente di Ficam</strong>, <strong>Thierry de Segonzac</strong>, al magazine americano, che ricorda come anche l&#8217;altro <strong>azionista di Quinta Industries</strong>,  <strong>Technicolor</strong> (detentore di una quota di minoranza di circa il 17%), stia vivendo una congiuntura finanziaria non esattamente rosea.</p>
<p>Fonti: <a href="http://www.latribune.fr/journal/edition-du-0811/technos-medias/1219502/clap-de-fin-pour-le-producteur-tarak-ben-ammar.html"><em>La Tribune</em></a><em>, </em><a href="http://www.variety.com/article/VR1118045587?refCatId=19"><em>Variety</em></a></p>
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		<title>MEDIA Salles: la digitalizzazione rallenta in Italia, mentre in Europa si avvicina il &#8220;tipping point&#8221;</title>
		<link>http://cineguru.screenweek.it/2011/11/media-salles-la-digitalizzazione-rallenta-in-italia-mentre-in-europa-si-avvicina-il-tipping-point-2806</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 09:27:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'esercizio cinematografico ancora nell'occhio del cicolone alla Tavola Rotonda "D-Cinema: viaggio nel digitale", organizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo al VI Festival Internazionale del Film di Roma. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tornato a parlare di esercizio ieri all’incontro organizzato dalla <strong>Fondazione Ente dello Spettacolo</strong> nell’ambito del <strong>VI Festival Internazionale del Film di Roma</strong> e intitolato <em>D-Cinema: viaggio nel digitale</em>.  Come ha spiegato il presidente della FEdS, <strong>Dario Edoardo Viganò</strong>, la nuova tecnologia rinnova infatti “le modalità, i luoghi e i tempi” della fruizione del prodotto cinema, con conseguenze che investono in primo luogo le sale, per poi influenzare, a cascata, l’intera filiera della settima arte.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2807" title="sala2" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/sala2.jpg" alt="" width="468" height="334" /></p>
<p><span id="more-2806"></span>Lo conferma <strong>Nicola Maccanico</strong>, direttore generale di <strong>Warner Bros</strong>, la cui impressione è che l’industria <em>“sia troppo concentrata sul prossimo film piuttosto che sul sistema”</em>, ora incentrato sulla rincorsa di un certo cinema commerciale e giovanile che però non soddisfa tutta la domanda, specie quella <em>“degli adulti che vanno a cercare una sala e, al suo posto, ci trovano un negozio di vestiti”</em>. Ben venga quindi il sostegno alla produzione,<em> “ma solo se si inserisce in un contesto più ampio”</em>, dove l’esercizio assume la parte del leone.  Secondo <strong>Maccanico</strong>, ci vuole “<em>un approccio più laico</em>”, la consapevolezza <em>“che non tutti i film devono uscire per forza in sala, che l’affollamento di troppi film va a beneficio solo dei grandi titoli, e che bisogna aumentare l’offerta legale su internet”</em>. Senza tuttavia dimenticare la lotta alla pirateria e la necessità di aumentare la banda.</p>
<p>Il <strong>digitale</strong> rientra in questo processo in primo luogo per la <strong>riconversione imposta a tutte le strutture</strong> operanti nell’esercizio. Secondo i dati del programma <strong>MEDIA Salles</strong>, su <strong>34 Paesi europei e 36mila schermi monitorati</strong>, 10.341 (cioè <strong>circa il 30%</strong>) sono ormai <strong>passati al digitale</strong>, per un totale di 4 mila cinema. Solo nel <strong>2011</strong>, la digitalizzazione ha raggiunto quota <strong>+121%</strong>. Nei 6 mercati trainanti a dominare è la <strong>Francia</strong>, che ha già <strong>riconvertito 1/5 dei suoi schermi</strong> nonostante non sia stata tra i pionieri della trasformazione; seguono Germania, Regno Unito, Russia, <strong>Italia</strong> e Spagna. Il nostro Paese, in particolare, solo nel <strong>2011</strong> ha <strong>superato la soglia delle mille sale digitali</strong>, facendo registrare un incremento di circa il 18% che appare nettamente inferiore rispetto alle percentuali dei suoi 5 competitor europei, tutte comprese in una fascia tra il 20 e il 40%.</p>
<p>Il dato era stato già oggetto di discussione nei giorni scorsi al Festival: il presidente dell’<strong>Anec</strong>, <strong>Paolo Protti</strong>, aveva puntato il dito contro la <strong>mancanza di uno standard condiviso</strong> per il digitale,  tecnologia in continua evoluzione e quindi ad alto rischio obsolescenza, con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di investimenti. In secondo luogo aveva citato il <strong>calo di appeal del 3D</strong> (finora così determinante che nei Paesi di più recente digitalizzazione, come la Russia, è arrivato a coincidere con il 100% degli schermi attrezzati) e il mancato accordo con i distributori su quella <strong>flessibilità della programmazione</strong> che potrebbe costituire il vero motore del cambiamento per le piccole sale. A latere,  i <strong>ritardi del Mibac</strong> nell’<strong>adeguare il tax credit</strong>, che per ora crea in capo agli esercenti un credito non esigibile a causa della bassa pressione fiscale sugli introiti, altrettanto bassi se non proprio inesistenti. Per fare in modo che lo sgravio fiscale abbia effetto, lo Stato deve quindi modificare la normativa esistente, che non prevede la cedibilità di questo credito a terzi e in particolare le banche.  In merito agli stessi dati, tanto <strong>Luigi Grispello, </strong>vice presidente MEDIA Salles e vice presidente vicario Anec, quanto <strong>Carlo Bernaschi, </strong>presidente Anem, avevano invece concentrato la loro attenzione sul<strong> </strong><em><strong>virtual print fee </strong></em>e<strong> </strong>la necessità di rivedere questo modello poco praticabile dalle piccole strutture, in quanto richiede investimenti iniziali non sostenibili da parte di molte sale.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-2808" title="Empire_at_Leicester_Square_London" src="http://cineguru.screenweek.it/files/2011/11/Empire_at_Leicester_Square_London.jpg" alt="" width="468" height="325" /></p>
<p>Oggi, secondo<strong> MEDIA Salles</strong>, il <strong>tipping point</strong>, cioè il momento in cui <strong>più del 50% delle sale europee saranno digitalizzate</strong>, si avvicina velocemente e potrebbe essere raggiunto già nel 2012. Nel vecchio continente però,  esistono moltissimi piccoli esercizi che rischieranno di rimanere esclusi nel momento in cui la massa critica di schermi attrezzati convincerà le distribuzioni ad abbandonare in via definitiva la pellicola. Basti pensare alle <strong>circa 7mila monosale</strong>, che rappresentano il <strong>20% degli schermi totali ma solo il 7% di quelli già digitalizzati</strong>. Questo perché la conversione aiuta le economie di scala e abbatte i costi del personale, ma entrambi i vantaggi appaiono molto ridimensionati per le piccole strutture. E a farne le spese, secondo MEDIA Salles, è già il<strong> prodotto europeo</strong>, la cui <strong>quota di mercato risulta in flessione</strong> rispetto a quella statunitense.</p>
<p>Secondo <strong>Valter Casini</strong>, AD di <strong>Circuito Cinema</strong>, è però inutile ricordare agli esercenti l&#8217;urgenza di passare al nuovo sistema: <em>&#8220;La digitalizzazione è ineluttabile, le tecnologie sono l’unico driver di mercato. <strong>L&#8217;unica vera variabile in questo processo è il tempo</strong>, e quello dipende dalle capacità di investimento degli esercenti e dal sostengo da parte della filiera. Ma ad oggi le banche non finanziano, lo Stato non eroga contributi, i distributori hanno previsto il VPF, che però per sua natura è contributo ex post e non ex ante. Allora, se si vuole agire in fretta sul fattore tempo, c&#8217;è bisogno di usare la leva finanziaria&#8221;</em>. Oltre che di dialogare con i <strong>Comuni</strong> su balzelli come <strong>TARSU</strong> (uguale a quella di supermercati e ristoranti) e <strong>Ici</strong>, mentre con le <strong>Regioni</strong> delle norme sul <strong>sostegno alla modernizzazione </strong>delle sale, non sempre previsto e spesso non cumulabile con gli aiuti provenienti dallo Stato centrale.</p>
<p>L&#8217;AD di <strong>Cinecittà Luce</strong>,<strong> Luciano Sovena</strong>, dal canto suo vorrebbe che<strong> il digitale</strong> diventasse un modo per <strong>evitare il passaggio in sala</strong> di molte opere autoreferenziali, autofinanziate e destinate al tracollo al box office.  I <strong>100 Autori</strong>, invece, per bocca di <strong>Maurizio Sciarra</strong>, sono tornati a protestare per la <strong>strozzatura presente sul mercato della distruzione</strong>, individuata come principale colpevole del rallentamento del digitale.  <strong>Riccardo Tozzi</strong>, <strong>presidente Anica  e produttore Cattleya</strong>,  è tornato infine a ribadire quanto sia importante per chi sta a monte della  filiera, preoccuparsi di dove saranno fruiti i suoi film, altrimenti: <em>&#8220;Finiremo ancora nel guazzabuglio distributivo in cui siamo adesso, un momento in cui i film si divorano l’un l’altro perché non sappiamo più dove metterli. E non è che non sappiamo dove far uscire l&#8217;opera prima o il film difficile, ma la commedia da 6 milioni di euro&#8221;</em>. Secondo Tozzi, la cura sarebbe <strong>riproporre il multiplex ma in città</strong>, come già successo nelle grandi metropoli come <strong>Londra</strong>, visto che le tante strutture nate ai margini dei centri urbani rispetto agli anni &#8217;90 hanno raddoppiato il numero degli schermi ma non dei biglietti, rimasti sempre intorno ai soliti 100 milioni. Il che fa ritenere al presidente dell&#8217;Anica che <strong>il pubblico si sia semplicemente &#8220;spostato&#8221;</strong>, sia di luogo che di fascia d&#8217;età, escludendo i prodotti meno commerciali e di solito più appetibili per adulti e anziani. Il discorso è sempre lo stesso:  aumentata <strong>la quota del cinema italiano</strong> (che Tozzi dà per scontato supererà il <strong>40%</strong> a fine 2011), l&#8217;unico modo per crescere ancora è far ingrandire la torta degli incassi agendo sull&#8217;esercizio. E oltre alla creazione di<strong> &#8220;multiplex di città&#8221;</strong>, suggerisce la costituzione di un circuito di sale comunali su modello francese, che consta di 1500 schermi e secondo il presidente Anica fa gran parte della differenza tra il Paese d&#8217;Oltralpe e l&#8217;Italia.</p>
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