Archivio per la categoria ‘Marketing’

feb
03
2012
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Batman vs. Hobbit vs. Prometheus: chi vince la sifda del web?[Infographic]

Negli ultimi giorni si sta scatenando la mania dei trailer. Colpa del Super Bowl, l’evento sportivo più atteso degli Stati Uniti, che garantisce agli inserzionisti una visibilità unica. Da qui le prime indiscrezioni e poi la conferma sui film che avranno uno spot durante la messa in onda: fuori Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno, dentro G.I. Joe – La Vendetta, John Carter e, soprattutto gli Avengers. Il teaser trailer dei Vendicatori Marvel dura una manciata di secondi, ma in 24 ore ha realizzato un milione e mezzo di visualizzazioni, confermandosi uno dei film più attesi della prossima stagione. Non dimentichiamoci però che già a fine 2011, il trailer de l’ultimo capitolo di Batman aveva scalato le classifiche di iTunes e poi quasi monopolizzato il web con la questione “audio”. Per motivi stilistici, infatti, il regista Christopher Nolan non aveva migliorato la voce dell’antagonista dell’Uomo Pipistrello, Bane, che come da fumetto porta una maschera sulla bocca da cui inala la sostanza responsabile della sua fisicità così possente. Risultato: uno stuolo di commenti e parodie sulla difficoltà di comprendere il trailer, più ovviamente la corsa ai ripari di Warner Bros che infine ha imposto un miglioramento del parlato per renderlo meno confuso. Difficile dire se l’aneddoto gioverà o meno agli incassi del film: di sicuro ha giovato al buzz in Rete, partita che il Cavliere Oscuro, secondo  la società inglese specializzata nella rilevazione della web reputation Way to Blue, si disputata non tanto (o non solo) con i Vendicatori ma con due altri concorrenti di rilevo quali il prossimo film di Peter Jackson e quello di Ridley Scott.

 

 

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dic
15
2011
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Tassa sui trailer: tra diritto e buon senso, una questione di opportunità

Non so ancora dire fino a che punto SIAE abbia pieno titolo nel richiedere il pagamento di una licenza per pubblicare i trailer cinematografici sui siti internet. Nessuna delle argomentazioni pro o contro mi ha fino ad ora convinto a fondo e quindi continuerò a raccogliere informazioni e pareri e ad ascoltare i diversi punti di vista per cercare di farmi un’idea precisa, pur se considero il punto di diritto del tutto irrilevante ai fini del ragionamento che voglio fare in questa sede.

Vorrei infatti spostare la riflessione in un contesto più ampio per far notare a tutti quanto ogni vincolo o limite alla più libera circolazione dei materiali promozionali e pubblicitari online possa essere controproducente per l’economia nel suo complesso e quanto il danno portato da tali vincoli possa essere in proporzione più grave proprio per la filiera audiovisiva, di cui la SIAE fa parte in nome e per conto degli autori che rappresenta.

Sappiamo tutti quanto la circolazione dei materiali pubblicitari sui media tradizionali sia esclusivamente “a pagamento”. Sono più unici che rari i casi in cui anche solo il frammento di un trailer (o di uno spot) finisce in un telegiornale e la loro presenza al di fuori degli spazi pubblicitari è ridotta al minimo e comunque generalmente ottenuta grazie ad investimenti paralleli in pubblicità. Gli spot non fanno notizia o, meglio, nessuno sui media tradizionali vuole che sia così. Questo, però, non è mai stato vero per internet.

Su internet ogni materiale che “meriti” di circolare ed essere condiviso trova una sua naturale cassa di amplificazione e risonanza attraverso siti di informazione, blog, comunità e, oggi più che mai, i social network. Per la prima volta produttori di beni e servizi, le loro agenzie e i creativi hanno a disposizione un “media” in cui possono sia “pianificare” spazi pubblicitari, pagando per ottenere una visibilità limitata al numero di contatti acquistati, sia “guadagnare” visibilità gratuità, potenzialmente infinita, inventandosi un messaggio che “meriti” l’attenzione della rete.

Per chi lavora sulla rete questa distinzione tra “paid media” e “earned media” è diventata d’uso comune con l’evolversi del cosiddetto marketing virale, ma credo che ancora oggi, nonostante i responsabili marketing siano tutti pronti a vantarsi di averlo utilizzato, non ci sia reale consapevolezza della portata del fenomeno e di quanto la propagazione spontanea stia cambiando le regole stesse della comunicazione, in un processo che, oltre alla creatività, finirà per ridefinire la struttura dell’intero settore pubblicitario ed editoriale.

Senza spingerci oltre in un ragionamento che ci porterebbe troppo lontano vorrei tornare nel merito stretto della questione citando il caso del video pubblicitario che ho inserito a inizio di questo post. Si tratta dello spot Volkswagen della Passat 2012 pianificato durante il Super Bowl di quest’anno. Si è trattato del Super Bowl più seguito di sempre (111 milioni di spettatori medi secondo Nielsen) e a quanto mi risulta il costo per un break pubblicitario da 30″ durante l’evento è di 3 milioni di dollari.

Il filmato, come accade ormai per quasi tutti gli spot trasmessi durante questo evento, caricato su YouTube dalla stessa Volkswagen, già prima della trasmissione aveva totalizzato 14 milioni di visualizzazioni ed è diventato un oggetto dalla dirompente carica virale diffusosi, gratuitamente, in tutto il mondo. Solo le visualizzazioni ottenute sul canale ufficiale sono ad oggi oltre 44 milioni (lo stesso risultato sarebbe costato circa 1 milione di dollari se le valutiamo ai prezzi da Super Bowl). Ma il canale ufficiale è solo uno delle decine di sorgenti video (compreso, ad esempio, il canale italiano su cui ne ha totalizzate 57mila) su cui lo spot era stato caricato e da cui, poi, è stato embeddato e condiviso, attraverso blog, social network e così via.

Penso che si possa tranquillamente stimare che il video abbia raggiunto almeno un numero doppio di visualizzazioni rispetto a quelle ottenute attraverso il canale ufficiale e tutte questo grazie ad una diffusione spontanea che ha coinvolto, gratuitamente, i blog che ne hanno parlato, le comunità in cui è stato segnalato e i social network in cui tutto questo è stato condiviso. Un circolo virtoso dal quale i brand hanno solo e soltando da guadagnare, in grado di moltiplicare teoricamente all’infinito la penetrazione di un investimento d’avvio.

Certo, serve e servirà sempre anche l’investimento iniziale. Al minimo per produrre il messaggio ma anche per diffonderlo visto che non tutti i materiali promozionali hanno qualità tali da meritarsi visibilità, ma comunque sia internet funziona, ad oggi, da volano per la distribuzione di questi contenuti, moltiplicando il ritorno sull’investimento necessario a produrli e a dargli la diffusione d’avvio attraverso i media tradizionali.

Si tratta di un meccanismo di cui beneficia ormai ogni categoria di prodotto ma che ha la sua massima espressione proprio con i trailer cinematografici che sono virali per natura. Mentre la pubblicità di prodotti tradizionali deve fare spesso un grande sforzo per diventare coinvolgente (… Advertising is more about making memorable moments than exposing a product …), per trasformarsi da un messaggio che vende un prodotto a messaggio che coinvolge il pubblico raccontando una storia, il trailer cinematografico è già storia, è già emozione ed è quindi già intimamente in contatto con il suo pubblico di riferimento.

A questo punto, avendo a disposizione qualcosa che è in grado di moltiplicare X2 o X3 o X10 il ritorno di un investimento pubblicitario, con benefici per tutti perché il sistema dovrebbe inserire un qualsiasi vincolo che ne vada a limitare il fattore di moltiplicazione?

Rientrando nella questione dei trailer e della SIAE, anche se si arrivasse a richiedere la sottoscrizione di una licenza gratuita, penso che il danno maggiore deriverebbe dall’aver imposto una briglia ad un meccanismo di moltiplicazione che oggi ha un’equazione costituita solo da fattori d’amplificazione e, domani, potrebbe avere invece un limite imposto dalla quantità di “nodi” della rete che avendo una licenza possono, nella legalità, rilanciare un determinato contenuto.

Con questo ragionamento non voglio contestare il fatto che la SIAE abbia sollevato un pretesa, che tra l’altro scaturisce anche da un obbligo nei confronti dei suoi mandatari, ma invitare tutti a una riflessione sull’opportunità di inserire in un sistema di cui beneficia tutta la filiera audiovisiva (maggior ritorno sull’investimento vuol dire anche maggiore voglia di produrre materiali promozionali e quindi più lavoro per gli autori) un vincolo che giudichiamo anacronistico non per una qualche forma di idealismo, ma semplicemente perché dannoso.

Queste riflessioni hanno assunto per me un significato ancora maggiore alla luce delle recenti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, che pone l’accento sulla “necessità di sviluppare un sano e robusto contesto per la remunerazione dei creatori di opere dell’ingegno” (via PI) rispetto all’ossessione per la difesa al diritto d’autore.

Prendersela con i trailer non aiuterà in nessun modo la filiera audiovisiva, mentre è proprio dalla collaborazione con la rete e dalla chiara distinzione tra cosa serve a promuove un bene o servizio ed quindi bene che circoli al meglio e cosa merita una remunerazione per tutti gli aventi causa che si può pensare di ricreare quel contesto e, soprattutto, un modello economico e tecnico tale da compensare produttori e autori per lo sfruttamento delle loro opere.

La priorità deve essere ristrutturare il sistema d’offerta audiovisiva accettando una volta per tutte che internet è il media definitivo, con a valle televisori, dispositivi mobili, web e tutto il resto -da cui resta fuori solo l’inattaccabile specifico delle sale cinematografiche- e un’infinità di opportunità commerciale per lo sfruttamento delle opere ed è su questo su cui bisognerebbe concentrare risorse, intelligenza e creatività.

Lasciate liberi i trailer e potremmo goderci ancora cose come questa qui sotto, che portano tanta gente al cinema!

 

Little Thor è un filmato virale realizzato dalla Marvel due mesi dopo lo spot Passat che ha ottenuto oltre 2,5 milioni di visualizzazioni solo sul suo canale ufficiale.

nov
16
2011
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I film direttamente… dal bus al consumatore. Parte in GB la nuova strategia Fox per le vendite home video.

Il prossimo Natale, i DVD e Blu-ray da regalare ad amici e parenti si compreranno alla fermata dell’autobus. Questa è l’ultima iniziativa di marketing della 20th Century Fox, che ha lanciato questo negozio virtuale accessibile dalle pensiline del trasporto pubblico (ma solo inglese) in partnership con la catena di negozi HMV, specializzata nel settore dell’entertainment, e la sua speciale app per la telefonia mobile.

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nov
15
2011
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Caso Kutcher: Twitter, opportunità o boomerang per le star?

Il fattaccio risale alla settimana scorsa, quando il pioniere dei tweet tra le star di Hollywood, Ashton Kutcher, si è cacciato nei guai esprimendo pubblicamente sul web il proprio supporto a Joe Paterno,  coach  della squadra di football della Pennsylvania State University. “Come si può licenziare Jo Pa? Lo trovo di pessimo gusto” ha sostanzialmente scritto l’attore americano in quello spazio di massimo 140 caratteri che fin’ora ha utilizzato più alacremente e con maggior efficacia rispetto a molti colleghi ben più noti di lui. Peccato che Paterno sia stato estromesso dal suo ruolo non per motivi tecnici ma a causa dello scandalo in cui è stato coinvolto un suo ex-collaboratore accusato di abusi sessuale su minorenni.

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ott
28
2011
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“La comunicazione per il cinema. Quali scenari”? Ferpi al Festival di Roma

Basta bottigliette d’acqua con la marca in primissimo piano e protagonisti che fumano in continuazione sul grande schermo: il cinema può offrire al marketing molto di più. Può offrire un rapporto più articolato che si nutre sì di product placement, ma anche del rapporto sempre più stretto con i nuovi media. A sostenerlo è Massimo Proietti, Direttore Marketing di Universal Pictures Italy, tra i relatori dell’incontro organizzato nell’ambito del VI Festival Internazionale del Film di Roma da Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche) per discutere del nuovo ruolo che può assumere la comunicazione in rapporto all’industria della settima arte.

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ott
06
2011
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Addio a Steve Jobs: il futuro di Pixar, iCloud e AppleTV

In una giornata come questa, tutto il mondo dell’informazione non può che essere concentrato sulla scomparsa, a soli 56 anni, del creatore di Apple Steve Jobs. Hollywood Reporter gli ha voluto rendere omaggio con un approfondimento riguardo all’influenza e all’eredità che il guru dell’informatica e della tecnologia lascerà all’industria del cinema, partendo dalla sua esperienza con la Pixar e con la Disney fino ad arrivare ad Apple TV.

Come noto, nell’86 Jobs comprò dalla Lucasfilm il Graphics Group, destinato a diventare di lì a poco la casa di produzione che sdoganò l’uso della CGI e del 3D nei film d’animazione. Dopo che la Pixar venne acquistata nel  2006 dalla Disney, Jobs riuscì a ottenere una partecipazione del 7,3% nella grande multinazionale cinematografica, e nonostante le difficoltà e le assenze causate dalla sua malattia continuò a sedere nel CDA fino alla sua dipartita. Questo è il motivo per cui fonti vicine alla major citate da Hollywood Reporter non credono che la sua uscita di scena porterà a “un vero cambiamento in ciò che la Disney fa quotidianamente“. La differenza potrebbe invece essere maggiormente accusata dalla Pixar di John Lasseter, per cui Jobs costituiva un sicuro alleato nei rapporti con la compagnia, soprattutto in un momento in cui grandi uscite come Cars 2 non danno i risultati sperati. “Ai burocrati non piacciono le cifre che la Pixar spende per realizzare i suoi film, ma nessuno oserà toccarla finché c’è Jobs”, riporta il magazine riferendosi a dichiarazioni rilasciate da una fonte vicina a Disney prima della tragica notizia.

Un altro campo in cui il colosso dell’animazione potrebbe rivedere le proprie posizioni è UltraViolet, il nuovo sistema cloud per lo storage dei cataloghi home video personali, che sta per partire con il sostegno di ben 70 compagnie, tra cui Microsoft, Netflix, Comcast, Sony e molti altri Studios. Tranne, per l’appunto, Disney e ovviamente Apple, impegnata a sviluppare la propria piattaforma iCloud. Un servizio che tra l’altro per ora prevede di gestire musica e altri tipi di contenuti, ma non film e show televisivi, fronte su cui Jobs pare si stesse muovendo con trattative di cui però, spiega sempre Hollywood Reporter, non sono noti i dettagli. Con la sua scomparsa, appare dunque lecito chiedersi se Disney continuerà a tenersi fuori da UltraViolet, oltre che a puntare sulla sua catena di negozi sparsi in tutto il mondo, riacquistata proprio sotto spinta di Jobs e sempre più vicina al modello Apple Store.

E parlando della compagnia legata più di tutte al nome di Jobs, qualche incertezza potrebbe aprirsi anche sul futuro di Apple TV, un sistema ancora poco diffuso per trasportare sul “piccolo schermo” i contenuti scaricati da iTunes, ma anche quelli provenienti da altri canali come Youtube o Netflix. Un apparecchio che potrebbe avere tutte le caratteristiche per affermarsi sul mercato più o meno al pari di altri prodotti Apple, ma che come tutte le altre attività dello storico marchio non potrà più avvalersi del genio tecnologico, ma anche promozionale, di Jobs.

Fonte: Hollywood Reporter

set
02
2011
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La crescita dei Social Media

L’infografico di oggi sintetizza in alcune chart la crescita dirompente dei social media, esplorandone non solo lo sviluppo, ma anche le modalità di impiego da parte degli utenti. Tra le cose più interessanti il fatto che l’accesso a Facebook via mobile è quasi quadruplicato tra il 2010 e il 2011 e che quasi il 50% degli utenti utilizza Twitter… senza mai accedere al sito, quindi via client e/o applicazioni sui telefonini.

Note interessanti sul rapporto tra i brand e i Social Media. Sono sempre più utilizzati per il recruitment (mi piacerebbe sapere davvero come), il 75% dei likes su Facebook è generato dall’advertising ed è ancora basso l’uso di YouTube in rapporto alla sua importanza.

Growthsocial

set
01
2011
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VOD: Hulu vola in Giappone, Dreamworks Animation in Cina

Negli scorsi mesi quando abbiamo riportato una notizia riguardante i servizi, e le polemiche, sul web Video On Demand nella quasi totalità dei casi ci siamo riferiti al mercato americano. All’estero infatti, per non parlare dell’Italia, una valida proposta come quella offerta da Hulu o Comcast scarseggia se non è in molti casi totalmente assente.

Sembra che gradualmente i più importanti provider stiano allargando il proprio campo d’azione. Dopo Netflix, pronto a sfondare in questi mesi in America Latina, ecco pronto anche Hulu a seguire la stessa strada.

Infatti a sorpresa il gigante del settore ha dato annuncio di ben due importanti notizie.

La prima è che Hulu ha scelto il Giappone come paese in cui compiere la prima grande espansione internazionale della società. Il nuovo servizio offrirà gli abbonati un illimitato accesso a film e show televisivi su televisori, console di gioco e di intrattenimento, lettori Blu-ray, smartphone, tablet e PC, ovviamente senza pubblicità  e per 1480 ¥ al mese (13.50 euro).

La seconda, non meno sorprendente, è che la società fornirà al paese del Sol Levante gli show del canale CBS, come le serie di CSI, Numb3rs, Star Trek e TwinPeaks. I diritti sono stati forniti con un contratto di non-esclusività multianno. Fino al momento attuale l’offerta di Hulu si era limitata solo a contenuti di NBC Universal, News Corporation e della Walt Disney Company ma era già da tempo che erano giunte voci di trattative tra le due società. Per ora gli show CBS saranno disponibili solo in Giappone, ma probabilmente nei prossimi mesi anche i consumatori americani potranno beneficiarne.

Non solo i provider si interessano al mercato asiatico. Anche gli studios cinematografici più importanti entrano in campo direttamente e dopo la Warner Bros anche la Dreamworks Animation distribuirà in streaming alcune sue pellicola per la prima volta in Cina.

Si tratta della serie di Kung fu Panda e lo studio ha stretto un un accordo di distribuzione via internet con il servizio di video online cinese Youku. L’intesa prevede che i film della serie  siano disponibili attraverso la piattaforma online di Youku Premium in modalità on demand e successivamente, una volta terminata la finestra del vod a pagamento, debutteranno sull’Hollywood Movie Channel del sito cinese.

Nei prossimi mesi notizie di questo tipo probabilmente saranno sempre più frequenti e le più importanti società sembrano sempre più capire la necessità e l’importanza di offrire una valida alternativa legale alla pirateria nei vari mercati del mondo.

Fonte: Deadline

lug
21
2011
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Chi riuscirà a comprare Hulu tra Google, Yahoo ed Amazon? [UPDATE]

Prosegue ormai da diverso tempo e con grandi colpi di scena il tentativo di vendere Hulu, il noto servizio di video on-demand tra i più conosciuti ed utilizzati negli Stati Uniti.

La quota delle proprietà è divisa in alcune parti tra Disney/ABC (27%), Comcast/NBC (32%) e News Corp./FOX (31%) spalleggiati dal fondo di venture capital Providence Equity Partners (che ha il 10% delle quote). Gli aspiranti acquirenti sono diversi ed in testa troviamo Google e Yahoo.

La cessione di Hulu al miglior offerente sta appassionando non poco i media specializzati e gli interessati del settore. Ecco alcune tra le ultime novità che sono state svelate sulla trattativa.
Bloomberg ha svelato ad esempio alcuni dettagli sulla tavolo del negoziati: chi acquisterà Hulu avrà garantito per 5 anni l’accesso agli show delle library Disney, Comcast e News Corp.. Di questi 5 anni di licenza assicurata, i primi due anni saranno addirittura in esclusiva sebbene NBC, ABC e FOX manterranno la facoltà di riproporre i propri spettacoli sui loro siti ufficiali. Sarebbe presente inoltre un’ulteriore clausola accessoria che da la possibilità alle major di continuare a vendere i diritti di streaming anche ai servizi TV Everywhere, vale a dire i VOD su qualsiasi dispositivo collegato a Internet in qualsiasi località, normalmente riservati agli abbonati delle pay TV via cavo e via satellite.
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lug
17
2011
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Netflix raddoppia le tariffe negli Stati Uniti, è polemica tra gli abbonati

Uno dei punti di forza di Netflix, il provider di Video on Demand più importante degli Stati Uniti e tra i più rilevanti al mondo, è sempre stato il prezzo molto vantaggioso per i suoi abbonati.

A sorpresa la società negli scorsi giorni ha fatto una revisione della policy delle tariffe, che sono quasi raddoppiate causando l’ira di non pochi abbonati (quasi 23 milioni a marzo 2011 negli USA).

Se prima i servizi di VOD e di noleggio Dvd via posta era accorpati, e bastava pagare una tariffa unica di 9.99 dollari per ottenerli entrambi, da ora i consumatori americani dovranno spendere 15.98 dollari (o più) per continuare ad usufruirne.

Infatti il prezzo per il solo streaming illimitato è diventato di 7,99 dollari mentre per noleggiare i dvd serviranno altri 7,99 dollari (per un solo Dvd alla volta), che diventano 11,99 dollari per il noleggio di due film contemporaneamente. Il nuovo tariffario entrerà in vigore fin da subito per i nuovi abbonati, mentre per i clienti già esistenti di Netflix i rincari scatteranno dal 1 settembre.

Andy Rendich di Netflix ha dichiarato:

“Per meglio riflettere i costi sottostanti, soprattutto per quanto riguarda il servizio via posta, e offrire ai nostri prezzi sempre più bassi per un numero illimitato di DVD, speriamo di continuare ad offrire un grande valore ai nostri attuali e futuri clienti del servizio DVD-by-mail”

I consumatori americani si sono arrabbiati non poco con la società. Nei giorni dell’annuncio su Twitter tra i trend topic era costantemente presente la voce “Dear Netflix“, un hash-tag utilizzato dagli utenti per esprimere frasi sarcastiche nei confronti della società.

Ma l’aumento di prezzi ha una spiegazione ufficiosa ben più convincente: gli studios nel momento della nascita di Netflix avevano concesso in licenza le loro pellicola ad un prezzo vantaggioso perché avevano enormemente sottovalutato il potenziale del servizio.

Ora che Netflix è diventato uno dei più grandi successi di sempre e i contratti di licenza hanno iniziato gradualmente a scadere, gli studios non hanno intenzione di ripetere lo stesso errore due volte. Inoltre molte major stanno per lanciare o hanno già reso disponibile un proprio servizio di VOD e ovviamente Netflix è il concorrente più temibile.

La società a questo punto, dopo aver conquistato completamente la fiducia dei suoi consumatori, deve a tutti i costi mantenere la propria libreria di pellicole disponibili di qualità molto elevata e inevitabilmente il prezzo per mantenere tale livello è aumentato non poco in pochi mesi. L’aumento dei prezzi dei propri abbonamenti, che in ogni caso continuano ad essere largamente accessibile ed estremamente competitivi, è semplicemente fisiologico e se i consumatori fossero realmente a conoscenza di tali dettagli forse pagherebbero più volentieri per il servizio.

Ricordo che Netflix è pronto a sbarcare anche in America Latina entro la fine del 2011, come vi abbiamo anticipato in questo articolo.

Fonte: deadline