Come già noto, il 2011 ha visto l’ottima performance del prodotto cinematografico italiano, nonostante gli incassi e le presenze abbiano fatto registrare nel complesso cali rispettivamente intorno al 10 e all’8%. Per una fotografia più precisa della situazione, ieri sono stati presentati i dati elaborati dall’Anica, l’Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali, sul mercato italiano del cinema del 2011 e sui primi mesi del 2012, che come già si evinceva dalle classifiche Cinetel, si sono aperti registrando una flessione tale da non creare allarme ma nemmeno da lasciare spazio a troppi ottimismi.
Il 2012 sembra proprio confermarsi come l’anno dell’esplosione del video on demand in Europa. L’arrivo di Netflix nel Regno Unito, a gennaio, ha scosso gli equilibri del mercato inglese a tal punto che l’Authority locale per la concorrenza ha deciso di ampliare anche allo streaming online la sua indagine sulla possibile posizione dominante di BSkyB nella pay-tv. E ora i servizi di VOD ad abbonamento sembrano destinati a conquistare anche il continente a partire dalla Germania, dove potrebbero sbancare tramite il colosso francese Vivendi SA.
La pirateria è spesso definita come un furto causato da una combinazione di scarsa consapevolezza degli utenti più siti “canaglia” che traggono profitto dalla violazione del copyright. Noi invece abbiamo sottolineato più volte come la pirateria evidenzi anche un gap tra la domanda e l’offerta dei contenuti in Rete, il primo fronte su cui agire per indirizzare i pubblici verso la fruizione legale online di film, musica e quant’altro. Il sito Complex, partendo dall’esempio dei videogame, riassume in 10 punti le criticità che possono spingere semplici web surfer a trasformarsi in “pirati”.
Perché c’è ancora bisogno di ripetere che internet è il fulcro della più grande rivoluzione culturale dai tempi della stampa?
Nemmeno la radio e la televisione hanno avuto una portata confrontabile, anche perché internet li sta assorbendo nella sua, di rivoluzione.
Vogliamo difendere davvero la libertà di fare cultura? Allora difendiamo, innanzitutto, internet! Uno strumento che permette di creare contenuti in modi mai visti prima e di diffonderli ad una frazione del costo precedente. Questa è libertà di fare cultura!
Sono anni che si continua a perpetrare strumentalmente il malinteso con cui si confonde il contenuto con l’industria destinata a monetizzarlo. La parola con la stampa, la musica con il cd, il film con la pellicola e il DVD. La cultura è una cosa, l’industria culturale un’altra.
La creatività non ha niente a che vedere con il prodotto attraverso cui il creativo viene, giustamente, pagato per il suo genio e il suo impegno. C’è la creatività, il “prodotto culturale” e i canali attraverso cui viene monetizzato: piantatela, per favore, di confonderli per tirare acqua al vostro vecchio mulino.
Il nuovo processo creativo-distributivo abbassa i margini della vecchia industria culturale mentre favorisce una nuova industria distributiva e, con essa, anche l’emergere di nuovi creativi, che sanno meglio interpretare il rapporto esistente tra idea e canale.
In questa nuova equazione culturale la pirateria danneggia sia la nuova che la vecchia industria, sottrae linfa sia ai vecchi che ai nuovi creativi. E’ un nemico comune che la nuova industria di distribuzione dei contenuti (che non sono solo Kultura) affronta in campo aperto, proponendo nuovi modelli distributivi e diverse modalità di ricompensa di tutti gli aventi causa.
La vecchia industria, invece, e i creativi che con essa hanno ormai un rapporto di simbiosi perversa, demonizza internet perché in fondo non la capisce, non la ha mai capita e la odia. Avrebbero voluto morire continuando a contare i soldi dei bollini SIAE, invece devono “discutere di come regolamentare la diffusione di contenuti su internet”, quando in realtà non c’è proprio niente da discutere.
Internet propone costantemente, con centinaia di start-up ognuna delle quali contiene più creatività di quanta se ne sia vista in secoli di storia, nuovi modelli di distribuzione e remunerazione dei contenuti. Alcuni funzionano, altri si estinguono, basta abbracciarli, provarli, testarli, offrirgli delle occasioni e alla fine i conti cominceranno a tornare.
Anche perché se da una parte i posti di lavoro si distruggono è vero che dall’altra internet ne crea centinaia di nuovi, ogni giorno. Solo che la vecchia industria continua a raccogliere più risorse rispetto alla nuova, a ridurre i costi tagliando posti di lavoro per mantenere i profitti, mentre gli investimenti si spostano lentamente verso la nuova industria rallentando una crescita che creerebbe molti più posti di lavoro di quelli che vanno distrutti.
Il problema non è la pirateria, ma come direbbero gli economisti la frizione, il rallentamento, la resistenza, con cui si sta passando dagli atomi ai bit. Chi guadagna producendo e distribuendo atomi continua a far valere le sue rendite di posizione, usa le risorse accumulate in decenni di attività per sfiancare la concorrenza emergente e portare avanti progetti come il SOPA e il PIPA che dietro al pretesto di combattere la pirateria nascondono l’intento di restaurare un potere che sta andando perduto.
L’industria dei bit non è certo composta da santi che fanno beneficenza. Non lo sono i colossi come Facebook che si deve quotare in borsa, non lo è la Apple che interpretando al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie distributive ci rinchiude in gabbie dorate, non lo sono i Venture Capital che finanziano star-up nate più o meno con le migliori intenzioni, ma è innegabile che questo futuro è più bello del passato. Può essere più democratico, più giusto, più equo. Tremendamente più faticoso, è vero, perché la concorrenza sarà sempre più dura, ma un bambino che nasce oggi ha a disposizione molta più cultura e molte più possibilità di quelle che avevamo noi quando siamo nati e questo, in parte, anche grazie ad internet.
E’ incredibile come proprio chi scrive canzoni possa essere così poco in sintonia con il mondo la fuori
Ancora in perdita il cinema italiano: stando ai risultati rilevati da Cinetel su un campione rappresentativo del 90% del mercato, anche a marzo sono scese presenze e incassi, per un totale di 7 milioni 866 mila biglietti staccati (-5,02% rispetto allo stesso periodo del 2011) e di 50 milioni 311 mila euro (-1,47%). La flessione, tuttavia, appare di sicuro meno significativa di quella registrata nei mesi precedenti: a gennaio gli ingressi avevano perso circa 31 punti percentuali, e a febbraio poco più di 19, segnando l’inizio di un trend che sembrerebbe quantomeno ridimensionato.
Se in Italia l’Anica auspica un rapido sblocco dell’impasse creata dal vulnus legislativo che secondo l’Agcom le impedirebbe di regolamentare la tutela della proprietà intellettuale online (vedi la nostra intervista di ieri al presidente Riccardo Tozzi) e se negli USA, dopo la chiusura si Megaupload, la MPAA – Motion Picture Association of America è tornata a incalzare i cyberlocker definiti “canaglia” (rogue, il termine originale), in Francia si cominciano a fare i conti sull’Hadopi, acronimo di Haute Autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur l’Internet, a un anno e mezzo dall’avvio delle sue attività.
In un momento come questo, in cui dopo anni di dibattiti sul tema l’Autorità garante delle Comunicazioni ha fatto sapere di non poter adottare alcun provvedimento in materia di tutela della proprietà intellettuale perché priva dell’attribuzione di competenza, deve essere a dir poco straniante, per un produttore, trovarsi per caso faccia a faccia con un ragazzotto che guarda un suo film ancora prima dell’uscita nelle sale. Eppure è proprio ciò che è successo a Riccardo Tozzi, in un aneddoto ormai destinato a rimanere negli annali: come ha raccontato di recente alla stampa, il produttore di Cattleya ha infatti incrociato su treno per Bari un giovane passeggero dal pittoresco aspetto romano, intento a guardarsi sul computer Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana dedicato a Piazza Fontana e ai tragici eventi che inaugurarono gli anni di piombo.
Come previsto, non si è fermato negli Usa l’enorme successo di The Hunger Games, il film Lionsgate tratto dalla saga letteraria di Suzanne Collins, e dunque primo capitolo di quello che smebra ormai confemato quale nuovo franchise cinematografico plurimilionario. Proprio come nelle previsioni, nel corso del weekend il titolo ha incassato altri 61 milioni di dollari, che lo hanno portato a un totale di 251 milioni, ben al di sopra degli esordi del weekend.
Con un “brillante” gioco di parole si potrebbe parlare di uno scontro cinematografico tra Titani. Con 152 milioni e mezzo guadagnati nel primo weekend, e superata già la soglia dei 180, sarà però difficile trovare qualcuno pronto a scommettere su una qualsiasi delle nuove uscite nella battaglia al botteghino USA contro il “fenomeno” The Hunger Games. Niente da fare dunque per l’epico La Furia dei Titani, secondo capitolo del franchise targato Warner Bros, che secondo i pronostici dovrebbe piazzarsi massimo in seconda posizione in un range tra i 35 e i 40 milioni, contro i 60 attesi per il film di Gary Ross.
Come avevamo intuito alla vigilia del suo esordio nelle sale (l’articolo QUI), il film fantasy tratto dall’omonima saga letteraria “young adult” di Suzanne Collins ha letteralmente sbancato il botteghino, e superato ogni aspettativa di incasso: si parlava di 120-130 milioni di dollari nel primo weekend, e invece sono stati 152 e mezzo, realizzati in 4137 cinema con un’incredibile media per sala e un totale record per un titolo che non è un sequel di una saga di successo, e soprattutto viene distribuito in questo periodo dell’anno, lontano da qualsiasi festività.