About Davide Dellacasa

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Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.

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12 Anni Schiavo. Al cinema e in pre-ordine su iTunes

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E’ da seguire con attenzione e curiosità la disponibilità in pre-ordine su iTunes 12 Anni Schiavo che sarà al cinema a partire dal prossimo 20 febbraio.

Il film è promosso in testa alla pagina della sezione film, in una posizione di rilievo di solito riservata alle novità particolarmente importanti, ai titoli appena usciti e alle promozioni, e accompagnato da un lancio molto chiaro: “Ora nei cinema, ordinalo oggi in anteprima“.

Abbiamo contatto la BIM, chiedendo un commento su questa iniziativa in controtendenza rispetto alla prassi che vede la promozione dell’uscita in digitale sostanzialmente allineata a quella dell’homevideo, e ci è stato risposto con la dichiarazione che volentieri pubblichiamo qui di seguito.

“L’elemento di novità che ha spinto iTunes a pubblicare questa call to action (molto importante per noi in vista dell’uscita di giovedì) è la possibilità, per la prima volta, di ordinare il film in VOD già da prima dell’uscita cinema.

Riteniamo intelligente da parte di iTunes approfittare del lancio e della notorietà del film per fare booking.

Da parte nostra ci guadagniamo in visibilità.

Crediamo si tratti di un test di valutazione da parte di iTunes. Siamo contenti di essere stati i primi a sperimentarlo.”

Un’iniziativa di iTunes, quindi, che pur rispettando le window capitalizza il momento promozionale del film legato all’uscita in sala e fornirà di certo importanti spunti di riflessione sul miglior sfruttamento dei canali di comunicazione oggi disponibili per la promozione di un film.

Il tema della massimizzazione del ritorno degli investimenti promozionali, concentrati a ridosso dell’uscita cinematografica, anche a beneficio del successivo sfruttamento in home entertainment è uno degli argomenti cardine del confronto tra distributori ed esercenti sull’accorciamento delle finestre di sfruttamento dei film. Un esperimento di questo tipo è molto interessante perché, mentre il distributore continua come sempre a concentrare la sua comunicazione sull’uscita del film al cinema, il canale distributivo che normalmente subentra in un secondo momento affianca, in questo caso, una comunicazione specifica finalizzata alla vendita digitale, ma che contemporaneamente sollecita anche il consumo in sala.

Se è vero, come riteniamo in molti, che il pubblico che va al cinema è anche quello con maggiore propensione all’acquisto del prodotto home video, dovremmo trovarci di fronte ad un primo caso in cui grazie al clou di attenzione per il titolo, i diversi canali di sfruttamento si aiutano a massimizzare il risultato complessivo del film.

E il beccaccino dove lo mettiamo?

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Il direttore di Best Movie Sito Giorgio Viaro e il direttore editoriale di Best Movie Luca Maragno discutono via rispettivi blog di due metodi alternativi per la lotta alla pirateria che vedrebbero contrapposti tanto da farci un sondaggio tra favole e illusioni. I due metodi però non sono alternativi, ma ingredienti di una ricetta ben più complessa e potenzialmente esplosiva con cui l’industria evita di confrontarsi a muso duro perché significherebbe prendere decisioni dolorose e pericolose per la sopravvivenza dell’intero settore.

La disponibilità dei film pirata è un risultato cui si arriva grazie all’attività esplicitamente criminale di alcuni, ad un ragionamento comprensibile ma non sempre intellettualmente onesto dei sostenitori della libera circolazione delle “informazioni”, all’indifferenza complice dell’industria delle TLC, ma soprattutto grazie alla semplice “ignoranza” di una generazione cui non si può sollevare nemmeno una questione morale visto che sta crescendo dando per scontato che “sia giusto così” (a volte addirittura pagando, credendosi nel giusto, i siti pirata). Ma tutto questo sarebbe infinitamente meno rilevante se la disponibilità online dei contenuti audiovisivi seguisse, per canali legali, la realtà della rete.

Internet è un po’ come il Melange di Frank Herbert e annulla lo spazio ed il tempo, tanto che un contenuto (FILM) che viene reso pubblico in qualsiasi punto della rete in modo più o meno “sporco” (CAM o HD) si propaga moltiplicandosi (infinite copie) evolvendosi (pure sottotitolate) rendendo vana qualsiasi forma di lotta alla sua circolazione illegale che non sia il circolarlo legalmente e per giunta con le stesse capacità di online marketing dei “pirati” (cosa di cui l’industria non è minimamente capace).

Il problema non è il day & date, ma come ho scritto anche qui più volte il full day & date, ovvero l’abbattimento di qualsiasi protezione, compresa l’ultima window rimasta a difesa dell’uscita in sala, per un’uscita contestuale attraverso tutti i canali.

Il cinema al cinema rimarrebbe protetto solo dalla sua specificità di esperienza collettiva, altamente spettacolare e sociale in sala (forse un po’ poco, non lo so), ovvero ci sarebbe l’andare al cinema come esperienza ben diversa dal vedere un film, e per il resto il film (anche l’opera televisiva narrativa in generale) sarebbe disponibile dove si vuole, quando si vuole e come si vuole, in base ad offerte che verrebbero via via definite dagli operatori di questo nuovo mercato (che iniziano ad essere interessanti anche nel nostro paese).  

Cosa significherebbe questo? Probabilmente la chiusura del 30-40% dei cinema in 3-5 anni (questo è quello che penso io per il mercato italiano) con il serio rischio che i maggiori introiti derivanti dalle altre nuove forme di vendita del film non siano tali da compensare le perdite derivanti dal calo dell’incasso theatrical, almeno in paesi come il nostro, ovvero più arretrati nell’offerta (non parlo di banda larga, ma di capacità tecnologiche e di marketing online) e con minore rispetto della legalità.

Il dilemma non è quindi se, ma quando e, soprattutto, se fa più male all’industria tergiversare e vederlo accadere lentamente mentre la pirateria guadagna quote di mercato e crea generazioni sempre meno disponibili ad acquistare o abbracciare rapidamente questa soluzione, con tutti i rischi che comporta. Nel frattempo possiamo anche non parlarne, perché non è questione di struzzo o di talpa, ma di beccaccini.

L’ipocrisia dell’industria digitale

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Un ragazzo siciliano fa un’applicazione per scaricare video da YouTube che diventa di grande successo e per la quale vince anche un premio di 100.000 Euro dato da Samsung. Qualcuno racconta la sua storia. Il faro puntato sulla vicenda porta altri a mettere in evidenza che l’applicazione, oltre a non essere così geniale da meritare un premio, non è proprio legale, in quanto viola i Terms of Service di YouTube, che prevedono che i video possano essere visti in streaming, ma non scaricati. L’applicazione viene rimossa, se ne piange la scomparsa e oltre ad un vasto e ampio dibattito c’è anche una ineccepibile analisi legale della vicenda.

La cosa che fa sorridere, vista dal punto di vista di chi come me si occupa del confronto tra industria digitale e industria dell’entertainment sul tema dell’evoluzione dei sistemi di compenso del diritto d’autore (mi piace pensarla così, piuttosto che come confronto tra finti difensori della libertà e finti difensori della cultura) e quindi di pirateria e futuro dei contenuti nel mondo digitale, è che l’industria digitale non ci ha pensato due volte a rimuovere un qualcosa che “violava” un suo diritto, ma quando si tratta di proteggere un film o un brano musicale le cose sono molto più complicate e la difesa della libertà diventa un priorità imprescindibile.

E questo è un caso che ha alzato un polverone, ma non certo isolato. Per coerenza a questo punto andrebbero rimosse immediatamente tutte le applicazioni che permettono di vedere i video su YouTube, perché su YouTube continuano ad esserci contenuti pirata e quindi i gestori degli store delle app stanno a loro volta favorendo la pirateria… come mai sono stati così solerti a proteggere YouTube ma non si preoccupano dei contenuti? Paradossale, perché a quel punto forse qualcuno dovrebbe riaprire il problema di YouTube stesso: grazie a quali contenuti è nata e cresciuta YouTube e quanto, ancora oggi, il contenuto non proprio legale, ne alimenti la crescita?

Insomma, l’industria dell’intrattenimento sbaglia per il modo in cui da anni porta avanti le sue istanze e soprattutto la lotta alla pirateria mentre trascura colpevolmente e per interessi che non dovrebbero distrarla quello che sta diventando l’unico canale distributivo possibile per i suoi contenuti, ma di fronte a casi come questo non si può certo non darle ragione.

Se si difende la libertà il lavoro di un programmatore vale quanto quello di un regista. Azioni come questa rendono palese, se ce ne fosse ancora bisogno, il gioco dei big player dell’industria digitale e quanto siano adattabili le sue regole e i suoi ideali.

 

Difendiamo la libertà di fare cultura… e industria!

Perché c’è ancora bisogno di ripetere che internet è il fulcro della più grande rivoluzione culturale dai tempi della stampa?

Nemmeno la radio e la televisione hanno avuto una portata confrontabile, anche perché internet li sta assorbendo nella sua, di rivoluzione.

Vogliamo difendere davvero la libertà di fare cultura? Allora difendiamo, innanzitutto, internet! Uno strumento che permette di creare contenuti in modi mai visti prima e di diffonderli ad una frazione del costo precedente. Questa è libertà di fare cultura!

Sono anni che si continua a perpetrare strumentalmente il malinteso con cui si confonde il contenuto con l’industria destinata a monetizzarlo. La parola con la stampa, la musica con il cd, il film con la pellicola e il DVD. La cultura è una cosa, l’industria culturale un’altra.

La creatività non ha niente a che vedere con il prodotto attraverso cui il creativo viene, giustamente, pagato per il suo genio e il suo impegno. C’è la creatività, il “prodotto culturale” e i canali attraverso cui viene monetizzato: piantatela, per favore, di confonderli per tirare acqua al vostro vecchio mulino.

Il nuovo processo creativo-distributivo abbassa i margini della vecchia industria culturale mentre favorisce una nuova industria distributiva e, con essa, anche l’emergere di nuovi creativi, che sanno meglio interpretare il rapporto esistente tra idea e canale.

In questa nuova equazione culturale la pirateria danneggia sia la nuova che la vecchia industria, sottrae linfa sia ai vecchi che ai nuovi creativi. E’ un nemico comune che la nuova industria di distribuzione dei contenuti (che non sono solo Kultura) affronta in campo aperto, proponendo nuovi modelli distributivi e diverse modalità di ricompensa di tutti gli aventi causa.

La vecchia industria, invece, e i creativi che con essa hanno ormai un rapporto di simbiosi perversa, demonizza internet perché in fondo non la capisce, non la ha mai capita e la odia. Avrebbero voluto morire continuando a contare i soldi dei bollini SIAE, invece devono “discutere di come regolamentare la diffusione di contenuti su internet”, quando in realtà non c’è proprio niente da discutere.

Internet propone costantemente, con centinaia di start-up ognuna delle quali contiene più creatività di quanta se ne sia vista in secoli di storia, nuovi modelli di distribuzione e remunerazione dei contenuti. Alcuni funzionano, altri si estinguono, basta abbracciarli, provarli, testarli, offrirgli delle occasioni e alla fine i conti cominceranno a tornare.

Anche perché se da una parte i posti di lavoro si distruggono è vero che dall’altra internet ne crea centinaia di nuovi, ogni giorno. Solo che la vecchia industria continua a raccogliere più risorse rispetto alla nuova, a ridurre i costi tagliando posti di lavoro per mantenere i profitti, mentre gli investimenti si spostano lentamente verso la nuova industria rallentando una crescita che creerebbe molti più posti di lavoro di quelli che vanno distrutti.

Il problema non è la pirateria, ma come direbbero gli economisti la frizione, il rallentamento, la resistenza, con cui si sta passando dagli atomi ai bit. Chi guadagna producendo e distribuendo atomi continua a far valere le sue rendite di posizione, usa le risorse accumulate in decenni di attività per sfiancare la concorrenza emergente e portare avanti progetti come il SOPA e il PIPA che dietro al pretesto di combattere la pirateria nascondono l’intento di restaurare un potere che sta andando perduto.

L’industria dei bit non è certo composta da santi che fanno beneficenza. Non lo sono i colossi come Facebook che si deve quotare in borsa, non lo è la Apple che interpretando al meglio le potenzialità delle nuove tecnologie distributive ci rinchiude in gabbie dorate, non lo sono i Venture Capital che finanziano star-up nate più o meno con le migliori intenzioni, ma è innegabile che questo futuro è più bello del passato. Può essere più democratico, più giusto, più equo. Tremendamente più faticoso, è vero, perché la concorrenza sarà sempre più dura, ma un bambino che nasce oggi ha a disposizione molta più cultura e molte più possibilità di quelle che avevamo noi quando siamo nati e questo, in parte, anche grazie ad internet.

E’ incredibile come proprio chi scrive canzoni possa essere così poco in sintonia con il mondo la fuori ;)

ps: sul tema leggere anche BadTaste che sottoscrivo in pieno.

La guerra del copyright

Sui recenti fatti di cui abbiamo parlato anche qui su Cineguru, della questione SOPA/PIPA e della chiusura di Megaupload, e più in generale sulla nuova prospettiva che andrebbe data al copyright segnaliamo un bell’articolo su Il Fatto quotidiano da cui è tratta la citazione qui sotto.

Forse però è venuto il momento per tutti di migrare da posizioni cristallizzate (e ormai ventennali) e di muoversi nella direzione della conoscenza, del rispetto degli utenti, dei fruitori dei contenuti e della modernità.

In questi anni i detentori del copyright hanno confuso, in parte consapevolmente, la protezione delle opere audiovisive con la protezione ad oltranza dei relativi canali distributivi, non abbracciando senza remore le opportunità offerte da internet e continuando a imporre, contro la volontà dei propri stessi clienti, dei canali distributivi sempre più lontani dall’uso comune.

Non si può più continuare a confondere un film con il pezzo di plastica su cui si vuole che venga acquistato o una serie tv con Canale 5, ognuno ha diritto al rispetto dei diritti che ha acquisito, ma uno spettatore disposto a pagare ha tutto il diritto di scegliere la piattaforma a lui più congeniale tra quelle esistenti per guardarsi un film o una serie tv. Adeguare l’offerta alla domanda è l’unica soluzione percorribile.

Tassa sui trailer: tra diritto e buon senso, una questione di opportunità

Non so ancora dire fino a che punto SIAE abbia pieno titolo nel richiedere il pagamento di una licenza per pubblicare i trailer cinematografici sui siti internet. Nessuna delle argomentazioni pro o contro mi ha fino ad ora convinto a fondo e quindi continuerò a raccogliere informazioni e pareri e ad ascoltare i diversi punti di vista per cercare di farmi un’idea precisa, pur se considero il punto di diritto del tutto irrilevante ai fini del ragionamento che voglio fare in questa sede.

Vorrei infatti spostare la riflessione in un contesto più ampio per far notare a tutti quanto ogni vincolo o limite alla più libera circolazione dei materiali promozionali e pubblicitari online possa essere controproducente per l’economia nel suo complesso e quanto il danno portato da tali vincoli possa essere in proporzione più grave proprio per la filiera audiovisiva, di cui la SIAE fa parte in nome e per conto degli autori che rappresenta.

Sappiamo tutti quanto la circolazione dei materiali pubblicitari sui media tradizionali sia esclusivamente “a pagamento”. Sono più unici che rari i casi in cui anche solo il frammento di un trailer (o di uno spot) finisce in un telegiornale e la loro presenza al di fuori degli spazi pubblicitari è ridotta al minimo e comunque generalmente ottenuta grazie ad investimenti paralleli in pubblicità. Gli spot non fanno notizia o, meglio, nessuno sui media tradizionali vuole che sia così. Questo, però, non è mai stato vero per internet.

Su internet ogni materiale che “meriti” di circolare ed essere condiviso trova una sua naturale cassa di amplificazione e risonanza attraverso siti di informazione, blog, comunità e, oggi più che mai, i social network. Per la prima volta produttori di beni e servizi, le loro agenzie e i creativi hanno a disposizione un “media” in cui possono sia “pianificare” spazi pubblicitari, pagando per ottenere una visibilità limitata al numero di contatti acquistati, sia “guadagnare” visibilità gratuità, potenzialmente infinita, inventandosi un messaggio che “meriti” l’attenzione della rete.

Per chi lavora sulla rete questa distinzione tra “paid media” e “earned media” è diventata d’uso comune con l’evolversi del cosiddetto marketing virale, ma credo che ancora oggi, nonostante i responsabili marketing siano tutti pronti a vantarsi di averlo utilizzato, non ci sia reale consapevolezza della portata del fenomeno e di quanto la propagazione spontanea stia cambiando le regole stesse della comunicazione, in un processo che, oltre alla creatività, finirà per ridefinire la struttura dell’intero settore pubblicitario ed editoriale.

Senza spingerci oltre in un ragionamento che ci porterebbe troppo lontano vorrei tornare nel merito stretto della questione citando il caso del video pubblicitario che ho inserito a inizio di questo post. Si tratta dello spot Volkswagen della Passat 2012 pianificato durante il Super Bowl di quest’anno. Si è trattato del Super Bowl più seguito di sempre (111 milioni di spettatori medi secondo Nielsen) e a quanto mi risulta il costo per un break pubblicitario da 30″ durante l’evento è di 3 milioni di dollari.

Il filmato, come accade ormai per quasi tutti gli spot trasmessi durante questo evento, caricato su YouTube dalla stessa Volkswagen, già prima della trasmissione aveva totalizzato 14 milioni di visualizzazioni ed è diventato un oggetto dalla dirompente carica virale diffusosi, gratuitamente, in tutto il mondo. Solo le visualizzazioni ottenute sul canale ufficiale sono ad oggi oltre 44 milioni (lo stesso risultato sarebbe costato circa 1 milione di dollari se le valutiamo ai prezzi da Super Bowl). Ma il canale ufficiale è solo uno delle decine di sorgenti video (compreso, ad esempio, il canale italiano su cui ne ha totalizzate 57mila) su cui lo spot era stato caricato e da cui, poi, è stato embeddato e condiviso, attraverso blog, social network e così via.

Penso che si possa tranquillamente stimare che il video abbia raggiunto almeno un numero doppio di visualizzazioni rispetto a quelle ottenute attraverso il canale ufficiale e tutte questo grazie ad una diffusione spontanea che ha coinvolto, gratuitamente, i blog che ne hanno parlato, le comunità in cui è stato segnalato e i social network in cui tutto questo è stato condiviso. Un circolo virtoso dal quale i brand hanno solo e soltando da guadagnare, in grado di moltiplicare teoricamente all’infinito la penetrazione di un investimento d’avvio.

Certo, serve e servirà sempre anche l’investimento iniziale. Al minimo per produrre il messaggio ma anche per diffonderlo visto che non tutti i materiali promozionali hanno qualità tali da meritarsi visibilità, ma comunque sia internet funziona, ad oggi, da volano per la distribuzione di questi contenuti, moltiplicando il ritorno sull’investimento necessario a produrli e a dargli la diffusione d’avvio attraverso i media tradizionali.

Si tratta di un meccanismo di cui beneficia ormai ogni categoria di prodotto ma che ha la sua massima espressione proprio con i trailer cinematografici che sono virali per natura. Mentre la pubblicità di prodotti tradizionali deve fare spesso un grande sforzo per diventare coinvolgente (… Advertising is more about making memorable moments than exposing a product …), per trasformarsi da un messaggio che vende un prodotto a messaggio che coinvolge il pubblico raccontando una storia, il trailer cinematografico è già storia, è già emozione ed è quindi già intimamente in contatto con il suo pubblico di riferimento.

A questo punto, avendo a disposizione qualcosa che è in grado di moltiplicare X2 o X3 o X10 il ritorno di un investimento pubblicitario, con benefici per tutti perché il sistema dovrebbe inserire un qualsiasi vincolo che ne vada a limitare il fattore di moltiplicazione?

Rientrando nella questione dei trailer e della SIAE, anche se si arrivasse a richiedere la sottoscrizione di una licenza gratuita, penso che il danno maggiore deriverebbe dall’aver imposto una briglia ad un meccanismo di moltiplicazione che oggi ha un’equazione costituita solo da fattori d’amplificazione e, domani, potrebbe avere invece un limite imposto dalla quantità di “nodi” della rete che avendo una licenza possono, nella legalità, rilanciare un determinato contenuto.

Con questo ragionamento non voglio contestare il fatto che la SIAE abbia sollevato un pretesa, che tra l’altro scaturisce anche da un obbligo nei confronti dei suoi mandatari, ma invitare tutti a una riflessione sull’opportunità di inserire in un sistema di cui beneficia tutta la filiera audiovisiva (maggior ritorno sull’investimento vuol dire anche maggiore voglia di produrre materiali promozionali e quindi più lavoro per gli autori) un vincolo che giudichiamo anacronistico non per una qualche forma di idealismo, ma semplicemente perché dannoso.

Queste riflessioni hanno assunto per me un significato ancora maggiore alla luce delle recenti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, che pone l’accento sulla “necessità di sviluppare un sano e robusto contesto per la remunerazione dei creatori di opere dell’ingegno” (via PI) rispetto all’ossessione per la difesa al diritto d’autore.

Prendersela con i trailer non aiuterà in nessun modo la filiera audiovisiva, mentre è proprio dalla collaborazione con la rete e dalla chiara distinzione tra cosa serve a promuove un bene o servizio ed quindi bene che circoli al meglio e cosa merita una remunerazione per tutti gli aventi causa che si può pensare di ricreare quel contesto e, soprattutto, un modello economico e tecnico tale da compensare produttori e autori per lo sfruttamento delle loro opere.

La priorità deve essere ristrutturare il sistema d’offerta audiovisiva accettando una volta per tutte che internet è il media definitivo, con a valle televisori, dispositivi mobili, web e tutto il resto -da cui resta fuori solo l’inattaccabile specifico delle sale cinematografiche- e un’infinità di opportunità commerciale per lo sfruttamento delle opere ed è su questo su cui bisognerebbe concentrare risorse, intelligenza e creatività.

Lasciate liberi i trailer e potremmo goderci ancora cose come questa qui sotto, che portano tanta gente al cinema!

 

Little Thor è un filmato virale realizzato dalla Marvel due mesi dopo lo spot Passat che ha ottenuto oltre 2,5 milioni di visualizzazioni solo sul suo canale ufficiale.

Biancaneve e il cacciatore – Il lancio del trailer #swath

Snow White and the Huntsman Banner

Biancaneve e il cacciatore,

SnowWithe and the Huntsman il titolo originale, al suo annuncio era stato accolto con qualche scetticismo da parte di blogger e commentatori in rete. Scetticismo dovuto alla sua “contemporaneità” con un altro progetto annunciato ispirato alla stessa favola, e qualche dubbio sulla scelta della Stewart come protagonista.

Già i primi artwork e immagini dal film avevano cominciato a infrangere lo scetticismo, che si è letteralmente sbriciolato ieri con l’uscita del primo trailer del film.

Immediatamente caricato (e ricaricato, dato che veniva rimosso costantemente) su YouTube da centinaia di fan che tentavano di farlo sfuggire all’eslusiva di MSN, ammirato in tutto suo splendore nell’HD disponibile su Apple Trailer, il trailer è diventato immediatamente trending topic su Twitter.

Qui sotto una breve cronologia del lancio in uno Storify che ho realizzato apposta per raccogliere alcuni dei commenti che dimostrano l’accoglienza strepitosa ottenuta da questo trailer.


Il ritorno della SIAE – Lo Zombie che voleva tassare il web

In questi giorni su internet è facile imbattersi nel trailer di un brutto film, che si trascina dietro un pessimo passaparola. Da quel che si intende la trama della pellicola, è più o meno la seguente. La SIAE ha deciso di imporre ai siti internet una licenza che li obbligherebbe a pagare un minimo di 1.800 Euro l’anno per pubblicare sulle proprie pagine fino a 30 trailer al mese, anche nel caso in cui questi trailer siano “embeddati” (ovvero “incastonati”) a partire da un sito che a sua volta paga la licenza per lo stesso motivo.

La questione dal punto di vista giuridico è parecchio intricata, tanto che anche molti addetti ai lavori delle produzioni e distribuzioni e dei loro uffici stampa non hanno ben chiaro che diritti venga a rivendicare la SIAE sui loro messaggi pubblicitari e a quale titolo, e nemmeno che loro stessi pagano una licenza per poter mettere i video sui loro stessi siti istituzionali.

L’intrico nasce dal fatto che al contrario di quanto hanno scritto molti non c’è alcuna legge che imponga una tassa sui trailer su internet. C’è, invece, la precisa volontà della SIAE di proseguire lungo una strada che percorre da tempo, ovvero quella di tentare di risanare i suoi disastrosi bilanci invadendo ogni ambito in cui la presenza di musica offra il minimo appiglio per estendere la sua influenza e, soprattutto, le sue pretese economiche.

Questo ulteriore tentativo di estensione, che ci auguriamo venga stroncato sul nascere per decine di motivi che ne rendono molto labili le basi, apre però spazio ad uno scenario molto più inquietante, che culmina con l’imposizione di quella che finirebbe col diventare una tassa su tutti i siti internet.

Molti hanno puntato l’attenzione sui 450 Euro a trimestre (1.800 Euro l’anno) richiesti per pubblicare fino a 30 trailer, dimenticando di evidenziare che fino a 30 trailer vuol dire che basta pubblicarne uno per dover pagare il balzello. Inoltre i 1.800 Euro mensili sono un acconto su quanto sarà effettivamente dovuto a fine anno, e il conto finale sarà fatto in proporzione al fatturato pubblicitario del sito.

Prendiamo quindi il caso di un sito con milioni di pagine fitte di testo (che sappiamo bene essere l’unico e solo fattore in grado di portare davvero traffico ad un sito internet), che magari fatturi svariati fantastilioni di Euro grazie ai miliardi di impression che produce. Ecco se per caso si dovessero sbagliare e pubblicare un trailer, oppure se un trailer dovesse arrivare loro sotto forma di pubblicità o, chissà, se qualche utente potesse inserirne uno nei commenti o in un forum, ecco che quel sito dovrebbe pagare chissà quanti Euro per la licenza SIAE.

All’opposto un ragazzino con il suo blog personale, che magari non frequentano nemmeno i suoi amici e con cui lui non tira su nemmeno i soldi per una pizza grazie a Google AdSense, potrebbe, solo per aver pubblicato un trailer, magari uno di quelli con una paio di secondi di musica soltanto, scoprirsi in debito con la SIAE al minimo, appunto di 1.800 Euro.

Attenzione poi ad un’aspetto importante. Oggi l’attenzione è puntata sui trailer, cioè su prodotti pubblicitari derivati da un film che qualcuno con un notevole conflitto di interessi in proposito ha arbitrariamente deciso essere degni di tutela tanto quanto il film da cui derivano. Però in questi ultimi anni, grazie alla facilità di circolazione dei video su internet, abbiamo assistito ad un fiorire e moltiplicarsi di trailer di ogni tipo, dedicati ai videogiochi, alle serie tv, agli pneumatici, alla pasta e fino anche al prodotto meno cinematografico di sempre, il libro, con booktrailer che hanno fatto discutere in più di un occasione.

Gli effetti di quella che verrebbe ad essere una vera e propria tassa su internet tutta, ma solo per gli operatori professionali e non del settore in Italia, sarebbero ovviamente devastanti. Intanto perché si tratterebbe di un’invenzione tutta italiana, che creerebbe un ulteriore svantaggio competitivo per le nostre aziende del settore (che già hanno a che fare con uno dei paesi più arretrati in merito), ma anche perché finirebbe per avere ricadute su tutta una serie di settori correlati, come ad esempio quello della produzione di video stessi e alla fin fine, direttamente o indirettamente anche sugli autori stessi che SIAE teoricamente tutela. Bisogna considerare infatti che il cinema (e quindi la SIAE stessa che, non dimentichiamolo, su ogni biglietto venduto e ogni DVD acquistato) vedrebbe drasticamente ridimensionata una delle sue leve promozionali non solo più importanti, ma anche assolutamente gratuita.

In rete si sentono ogni genere di proteste e proposte, a cominciare da chi ha tolto i trailer a chi invece propone di pubblicarli muti, e l’occasione offre più di uno spunto per chi giustamente invita a riflettere sul ruolo della SIAE e sulle ragioni per cui pretende denari che poi redistribuisce (quando lo fa) con criteri incomprensibili alla gran parte degli autori stessi che dovrebbe rappresentare.

L’augurio, proprio per questo, è che la riflessione si allarghi ben oltre l’ambito dei trailer cinematografici su internet e offra l’occasione, in un momento di crisi globale, per spazzare via le zavorre che per tutelare gli interessi di alcuni morti viventi, tengono a terra i sogni e le aspirazioni di un’intera generazione che grazie ad internet e all’economia che ne deriva avrebbe l’occasione, come in altri paesi, di prendere finalmente il volo.

All’opposto il volo lo prenderemo tutti, ma per andare a lavorare altrove.

La crescita dei Social Media

L’infografico di oggi sintetizza in alcune chart la crescita dirompente dei social media, esplorandone non solo lo sviluppo, ma anche le modalità di impiego da parte degli utenti. Tra le cose più interessanti il fatto che l’accesso a Facebook via mobile è quasi quadruplicato tra il 2010 e il 2011 e che quasi il 50% degli utenti utilizza Twitter… senza mai accedere al sito, quindi via client e/o applicazioni sui telefonini.

Note interessanti sul rapporto tra i brand e i Social Media. Sono sempre più utilizzati per il recruitment (mi piacerebbe sapere davvero come), il 75% dei likes su Facebook è generato dall’advertising ed è ancora basso l’uso di YouTube in rapporto alla sua importanza.

Growthsocial

Un pessimo spot per Twitter

E’ vero, Twitter è sicuramente il mezzo di informazione più veloce ed efficace nella distribuzione di notizie più o meno felici, molto meno efficace, condivido, è il loro primo spot.