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Presentato Disney+ ma Netflix non perde certo colpi in Cineguru Matinée #15

E' un'edizione di Cineguru Matineé sovrappeso quella di questa domenica, in omaggio al risultato di Endgame, di uno dei suoi protagonisti e del lungo periodo festivo. Le notizie che spaziano da Disney+ alla nostra estate al cinema, passando per gli immancabili Netflix e Amazon Prime, ma con qualche novità anche da parte di AT&T e Comcast.

Buongiorno, buona domenica e bentrovati da questo Matineé di Cineguru numero 15. Un appuntamento con il mio navigare tra le notizie di cinema e di streaming che corre il rischio di impegnare più di qualche minuto del vostro tempo visto che ho accumulato link, spunti e commenti per più di tre settimane, tra la partecipazione alla Star Wars Celebration e i vari ponti festivi, prima di trovare il tempo per mettere un po’ di ordine. Probabilmente verrò fuori una lettura un po’ più lunga del solito e proprio per questo anticipo un po’ di argomenti, come fanno quelli bravi che vogliono essere seguiti fino in fondo. Questa volta ho materiale sufficiente per rispettare la scaletta che mi ero dato quando ho avviato questo esperimento, ovvero parlare un po’ dell’Italia, un po’ del mercato cinematografico USA, dedicare poi spazio e riflessioni alle guerre dello streaming e infine dare spazio a notizie interessanti del momento del digitale in generale e del digital marketing in particolare. Comincerò quindi con l’Italia e in particolare segnalando un paio (alla sarda) di post Facebook, di Nicola Giuliano, Alberto Pasquale e Robert Bernocchi, cui è seguita qualche discussione che vale la pena leggere o che vorrei approfondire. Per quanto riguarda il mercato americano invece le notizie virano tutte subito verso le guerre dello streaming, con un fermento che travalica i confini USA e riguarda tutto il mondo noi compresi, che è stato notevolmente incrementato lo scorso 11 aprile con la presentazione di Disney+ e tutta una serie di notizie significative che ne sono seguite riguardanti ovviamente Netflix, Amazon Prime, ma anche At&T e Comcast. Tra le notizie digital un’occhiata ai movimenti di alcuni tra i nomi più noti del settore, Snap in testa, tra i risultati del trimestre e qualche IPO tra cui quello di uno tra i più trascurati Social Network del decennio: Pinterest.

Avengers: Endgame, criceti sulla ruota e l’Estate al Cinema 2019

Prima di cominciare però penso valga la pena di celebrare il risultato di Avengers: Endgame, ripetendo l’augurio che ho fatto ieri su Facebook condividendo il nostro post sul Box Office e quindi, mi cito da solo: Endgame spacca il Box Office e speriamo che questo risultato, in questo periodo dell’anno, generi una positiva onda lunga per tutta l’estate. Ovvero quanto bisognerebbe augurare a questa estate al cinema al di là di ogni polemica.

Proprio generato da Avengers è il primo post su Facebook che voglio segnalare. A poche ore dalla strepitosa prima giornata di Endgame, Robert postava una riflessione che cito per comodità

Comunque è buffo. Anni di convegni in cui ci viene detto che bisogna educare i ragazzi nelle scuole, così potranno ‘capire’ il valore della visione in sala e quanto sia un’esperienza collettiva senza eguali, così da farli diventare frequentatori assidui.
Poi arriva la Marvel, il problema non se lo pone e con 3/4 di tutti gli attori hollywoodiani (come per “A casa tutti bene”, si fa prima a dire chi non c’era) l’esperienza collettiva suprema la crea senza bisogno di scuole e di formazione.
Che dire? Sarà forse che gli spettatori vanno conquistati e non educati?

E che è stato seguito da un nutrito gruppo di commenti, a tratti anche accesi, che secondo me vale la pena di leggere anche se azzardando una sintesi mi sento di poter dire che come sempre invece di analizzare le cose staticamente bisognerebbe pensare che fenomeni come questo sono occasioni per innescare dei circoli virtuosi, quando forse da troppo tempo ne abbiamo solo di viziosi e che educare al bello è possibile solo quando c’è del “bello” in giro. Tra l’altro proprio sulla definizione di bello Avengers: Endgame sta suscitando qualcosa di più dei soliti dibattiti tra i sostenitori di fenomeni (i blockbuster americani) che per impatto sul Box Office potremmo definire gli Zalone Globali (e l’opportunità è che sia anche locale in questo caso) e quelli che ci ricordano ogni volta che il cinema è un’altra cosa. Per approfondire penso la cosa migliore sia questo post di Luca Liguori, mentre Alberto Pasquale ha postato una serie di dati utili per rifletterci, tra cui la tabella seguente.

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Il secondo post su Facebook che voglio segnalare e che ha dato seguito a una interessante discussione è questa riflessione di Nicola Giuliano, che forse non ho capito del tutto perché potenzialmente intrisa di messaggi tra le righe, che però mi sembrava innanzitutto sollevare la questione dell’attribuzione del valore dei film e del circolo vizioso che comporta il doverli lanciare in sala con ingenti investimenti quando poi è già tanto se il cinema ripaga i costi di marketing mentre il ritorno vero arriva dalla tv, che però parametrizza la sua valutazione al risultato in sala. Pur capendo il punto vedo come unica alternativa a questo tipo di parametrizzazione -su cui si potrebbe intervenire ovviamente migliorando efficacia ed efficienza dei lanci, ma se è così scontato perché non si fa?- un passaggio a un sistema che finirebbe per l’essere basato più sul potere contrattuale delle parti, in un momento in cui la produzione potrebbe trarre vantaggio dalle guerre dello streaming, che però prima o poi qualcuno vincerà. Insomma non so se è il momento più adatto per cambiare metodo di valutazione ora che le metriche con cui si misura il successo di un contenuto sui servizi di streaming non sono chiare e ben definite (ad esempio esiste una enorme differenza tra come misura le view una piattaforma come YouTube e come lo fa Facebook), però è sicuramente corretto iniziare a porsi il problema, perché sarà fondamentale per il futuro a fronte della perdita di importanza della televisione e del predominio degli OTT. Per fare il punto sulla situazione del cinema italiano segnalo anche l’ultimo aggiornamento, con i dati del primo trimestre 2019, dell’analisi che gli dedichiamo su Cineguru.

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Il “terzo” post cui è seguita una interessante discussione è la segnalazione da parte di Alberto Pasquale della grande esclusiva di Odeon Weekly (immagine qui sopra ho cercato la fonte originale per mettere il link ma non la ho trovata) che svela a tutti quelli che se lo stavano domandando quante siano le risorse dedicate a questa estate al Cinema 2019. I commenti al post sono stati anche l’occasione con cui sono arrivato agli articoli di Key4Biz dedicati all’iniziativa, tra cui quello di sintesi del 19 aprile. Avendo partecipato e essendo tra quelli che hanno perso la gara per la comunicazione dell’estate 2019 al cinema mi ero ripromesso, per evidenti ragioni, di non trattare l’argomento, però per un familiare e storico affetto per “l’allungamento della stagione” due parole penso che vadano spese. Se da una parte è corretta la richiesta di trasparenza su come vengono spesi i soldi pubblici dall’altra mi pare di capire che i soldi pubblici siano arrivati solo con la nomina di un nuovo Direttore Generale del MIBAC e nel frattempo l’estate stava comunque arrivando. Una gara c’è stata. Infine, la cosa forse più importante, leggo proprio su Key4Biz quanto gran parte dei fondi stanziati finirebbero non per essere a vantaggio del cinema italiano ma di quello americano e in questo mi sembra di vedere un errore di prospettiva. Aiutando la distribuzione dei film in estate, riducendo quindi il rischio per chi ha preso l’impegno di farli uscire in un periodo che potrebbe oggettivamente danneggiarne il risultato, si aiutano i cinema che, fino a prova contraria, sono da sempre la parte che soffre, appunto, l’estate cinematografica. Una volta che è stato condiviso l’obiettivo di aiutare il Cinema, inteso come filiera nel suo insieme che comprende anche le sale cinematografiche, il ruolo che hanno nell’economia generale del settore anche come volano che porta redditività a tutta l’industria e che con un minor affollamento autunnale/primaverile potrebbe retroagire positivamente sullo stesso cinema italiano, aiutando chiunque esca d’estate si aiuta il settore tutto. Poi che questa estate escano quasi solo film americani è un merito, non certo una cosa da criticare. Certo è che adesso che ci sono i fondi non dovrebbe più essere necessario chiedere ai siti di cinema di mettere a disposizione i loro spazi pubblicitari gratuitamente per il bene del settore.

Disney+ innanzitutto in borsa, le produzioni originali, The Mandalorian, i tempi di lancio del servizio e il prezzo

Chiusa la parentesi italiana passiamo agli USA, al resto del mondo e soprattutto alla grande novità del mese di aprile nelle guerre dello streaming: Disney+.

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Il servizio di streaming su abbonamento (SVOD) della Disney è stato presentato agli investitori e al mondo lo scorso 11 aprile con quello stile Steve/Apple Keynote (video) che caratterizza ormai il lancio di tutte le novità importanti in ambito tecnologico e non solo.

La presentazione del servizio (ottimamente riassunta in questo post di Alberto Pasquale inserito qui sotto) e dell’offerta di contenuti non ha riservato particolari sorprese. Non stupiscono l’interfaccia, la presenza di un motore di raccomandazioni e di personalizzazione e la promessa di disponibilità su tutti gli schermi e servizi di terzi, si tratta dell’esperienza utente che deve saper offrire chiunque si candidi ad occupare una posizione di primo piano in questa competizione e su questo fronte Disney non si presenta per nulla impreparata.

Non è certo impreparata poi sul fronte della ricchezza del catalogo che non solo beneficerà della appena conclusa acquisizione di Fox, ma soprattutto del “ritorno a casa” di tutti i diritti che Disney sta richiamando a sé in questo periodo. Come scrivevo negli scorsi Matineé il raddoppio della pipeline di titoli in uscita al cinema nel 2019 e anche le finestre concesse ad altre piattaforme su quelli del 2018 puntano solo ad un obiettivo, avere tutto di nuovo in casa per il 12 novembre, quando il servizio partirà negli USA e in Nord America. Il ritorno a casa dei diritti, anche se ci saranno inevitabilmente delle esigenze tecniche, sembra essere anche la motivazione all’origine del rilascio progressivo negli altri mercati, dall’Asia all’Europa, che cominciando a fine 2019 dovrebbe comunque raggiungere gran parte degli altri mercati nella primavera del 2020. Grande spazio nella presentazione è stata dedicata, come dicevamo ai contenuti. Disney ha dichiarato che spenderà 1 miliardo di dollari per contenuti specifici (qui l’elenco di tutte le produzioni Disney+ all’interno della nostra guida alle produzioni delle principali piattaforme di streaming) di Disney+ nel 2020, che dovrebbero diventare 2,5 nel 2024, e se i numeri possono apparire piccoli rispetto a quelli di Netflix o di Amazon Prime bisogna non dimenticarsi che Disney ha una library che prima quelle stesse piattaforme pagavano con quello stesso mastodontico budget e che produce ogni anno titoli per il cinema che finiranno poi in esclusiva su quel servizio e che produzioni come Avengers: Endgame non si estraggono dal cilindro ma sono il punto di arrivo di percorsi che non sono solo hanno una storia cinematografica ormai decennale, ma originano da fenomeni della cultura pop che hanno abbondantemente superato i 50 anni di storia, quando non si avviano proprio a festeggiare il 60mo compleanno.

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Tra le produzioni originali spicca, e me lo ha confermato l’aver assistito alla presentazione ufficiale della serie alla Star Wars Celebration, The Mandalorian, la serie live actions spin-off della galassia lontana lontana in cui è ambientato Star Wars. Le immagini mostrate hanno colpito tutta la platea presente e mi sono trovato pienamente d’accordo con il commento che ha pubblicato subito dopo la presentazione su Facebook Andrea Bedeschi, che incollo qui di seguito per comodità.

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La sensazione provata di fronte al footage mostrato, che non è tutto visibile online ufficialmente perché sono stati fatti spegnere cellulari e telecamere, è davvero che mentre sta finendo Game of Thrones abbiamo avuto la fortuna di trovarci davanti alla prossima serie che alzerà l’asticella dei valori produttivi investiti in prodotti non pensati per il primo utilizzo al cinema. Speriamo, innanzitutto come fan, che queste prime sensazioni siano confermate.

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Però al di là dei tempi di lancio del servizio la vera, grande sorpresa della presentazione è stata il costo dell’abbonamento. A 6,99$ al mese (poco più della metà dell’abbonamento base di Netflix negli USA) Disney+ promette l’accesso alla sua preziosissima library (che comprende tutti i brand di cui sopra), arricchita da contenuto originale e costantemente alimentata dai suoi titoli theatrical rispetto ai quali non si può non pensare che potrà, in futuro, adottare le strategie che riterrà più idonee al ritorno sugli investimenti produttivi e di marketing. Il prezzo è interessante non solo dal punto di vista del consumatore, ma ci dice anche che è il premium price per le produzioni di punta, i titoli cinematografici in sostanza, viene pagato altrove. Inoltre si tratta di un prezzo sufficientemente basso per essere del tutto complementare alla possibilità di creare dei bundle estremamente competitivi con gli altri servizi Disney tra cui ESPN+ e Hulu. Proprio con riferimento a Hulu, tra l’altro, sono passati pochi giorni e Disney ha annunciato di aver acquistato il 10% della società ancora in mano ad AT&T mentre è di queste ore l’indiscrezione, prevedibile ma non scontata nell’esito, che sarebbe in trattativa per l’acquisto della quota del 30%, oggi però di grande valore, in mano a Comcast che gli mancherebbe per avere la totalità della società.

A seguito della presentazione di Disney+ hanno cominciato ad uscire numerosi articoli che stimano il numero di abbonati che riuscirà ad ottenere, ricerche su quanti ne perderà Netflix pur essendo il più popolare e via dicendo, ma per quanto interessanti credo sia prematuro parlarne prima di vedere se funzionerà alla perfezione (è incredibile quanto poco ancora venga considerato quanto un servizio funzioni) anche dal punto di vista tecnico e della user experience. Ricordo ancora l’entusiasmo con cui ho accolto l’arrivo di Netflix in Italia e la frustrazione per ogni altro genere di servizio realizzato dalle major negli anni, comprese le mie difficoltà con la complessità che deve gestire, ad esempio, Sky che si riflettono sulla sua interfaccia attuale.

A survey of 8,400 streaming video subscribers—most of whom pay for Netflix—by software firm ProfitWell found that they were willing to pay up to $15 for Disney+ on average but only about $11 for Netflix. Netflix’s plans range from $8.99 to $15.99.

Molto più interessante è vedere invece come abbiano reagito gli investitori all’annuncio di Disney+ con il titolo Disney (vedi grafico qui sotto) che ha fatto un balzo di oltre il 10% (oggi ancora di più probabilmente sull’onda dell’acquisizione del 10% di Hulu e del successo di Endgame) e un piccolo contraccolpo per Netflix (in realtà recuperato nei giorni successivi a seguito degli ottimi risultati).

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In realtà come suggerisce The Information la cosa interessante del salto di livello del titolo Disney è che gli investitori sembrano finalmente disposti a riconoscere a una entertainment company come Disney il credito di un trattamento analogo a quello riservato alle startup tecnologiche, cosa che Netflix non è più da tempo, e ad accettare quindi delle perdite nel breve termine a fronte della crescita nel lungo periodo. Un cambio di metro di valutazione che Bob Iger auspicava da tempo e che è stato ancora più chiaro quando ha detto chiaramente che non si aspetta che i servizi siano profittevoli fino al 2023-2024.

Netflix, Amazon Prime e gli altri protagonisti delle guerre dello streaming

Come dicevo Netflix ha avuto un piccolo contraccolpo il giorno dell’annuncio di Disney+ e di nuovo nei giorni seguenti a seguito dei numeri dichiarati nella trimestrale. In particolare la società di Hastings ha comunicato una crescita record di quasi 10 milioni di nuovi abbonati (di cui quasi 8 provenienti da altri paesi) nel primo trimestre del 2019, un numero che spinge il totale dei suoi abbonati paganti oltre i 150 milioni (di cui 89 internazionali). E’ interessante che questo aumento di abbonati sia avvenuto contestualmente all’aumento dei prezzi che ha caratterizzato molti mercati in cui Netflix è presente, confermando quanto ci sia margine non solo per l’aumento della base di abbonati ma anche per la loro redditività.

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Tutto bene quindi? In realtà Netflix continua a bruciare più cassa di quanto promesso e non ha tantissima credibilità sul promettere un miglioramento a partire dal 2020.

Un’analisi interessante la ha comunque aggiunta The Information nel pubblicare un grafico basato sui dati del colosso dello streaming su quanto si stia progressivamente rendendo indipendente (anche se al momento il 50% della sua library dipende ancora da terzi) dalle library di terzi, col crescere del peso dei suoi show originali. Un valore che ovviamente consolida la posizione della società.

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Altre interessanti novità annunciate da Netflix sono che comincerà con maggiore costanza, dovrebbe diventare quindi una abitudine, a rilasciare informazioni sull’andamento delle sue produzioni. Tra i dati rilasciati i 45 milioni di visioni di Umbrella Academy nelle prime quattro settimane di programmazione e 40 milioni in un mese per il film con Kevin Costner e Woody Harrelson, The Highwaymen, e ben 52 milioni per il film di Ben Affleck, Triple Frontier, diventato così il titolo di maggior successo della piattaforma, un dato quest’ultimo che qualcuno ha provato a paragonare ad un Box Office cinematografico stimando un incasso di 473 milioni al prezzo medio del biglietto del 2018 di 9 dollari e 11.

“Over the next several months we’re going to be rolling out more specific, granular reporting, first to our producers and then to our members and of course to the press over time,” Ted Sarandos.

Tra le altre cose Netflix ha annunciato di voler espandere i suoi uffici di New York, mentre continuano a girare voci di interesse nei confronti dei cinema.

Infine un’altra notizia che fa sicuramente piacere alla volpe rossa dello streaming, la Academy non cambierà le regole di accesso ai premi Oscar. Una conclusione importante per Netflix come per gli altri operatori OTT che non vorranno passare in modo tradizionale dalle sale cinematografiche ma non per questo vedere i loro film esclusi da una competizione che dovrebbe premiare i film. Tutto questo con buona pace di Spielberg che proprio in questi giorni è tornato sull’argomento.

Desidero che ognuno trovi l’intrattenimento che più lo aggrada, nella forma e nella maniera che preferisce. Che sia grande o piccolo schermo… quello che più mi importa è che sia una grande storia e tutti dovrebbero avere accesso alle grandi storie.

Ma per quanto mi riguarda le persone devono avere l’opportunità di lasciare la sicurezza e la familiarità delle loro vite per andare in un posto dove possono sedersi e vivere un’esperienza collettiva in compagnia di altre persone. Piangere insieme, ridere insieme, spaventarsi insieme, sentendosi alla fine più uniti. Voglio che i cinema continuino a sopravvivere. Voglio che l’esperienza cinematografica sia ancora importante nella nostra cultura. (Steven Spielberg)

A questo punto se non è venuta a quelli che mi hanno pazientemente letto fino a qui la nausea di Netflix è venuta a me e lascio proprio agli irriducibili due link dove trovare una interessante riflessione sul se Netflix avrà ossigeno finanziario per farci dimenticare tutti gli altri e una più articolata analisi fatta dall’Economist.

Chiudo il capitolo guerre dello streaming con la Cenerentola del settore, Amazon Prime, che in questi giorni ha intanto stretto un interessante accordo produttivo con i Nolan, ma soprattutto annunciato di aver investito 1,7 miliardi di dollari in musica e contenuti originali nel primo trimestre del 2019, una cifra che fa stimare gli investimenti totali dell’anno in 7 miliardi. Anche se non si sa quanto sia in musica è chiaro che la quota di produzione originali è importante, varia, e pur se più contenuta, seconda solo a quella di Netflix.

Il “pezzotto”, il servizio AVOD di ABC, YouTube e Snapchat

Le notizie dal mondo del digital in generale sono in parte collegate comunque alla produzione di contenuti audiovisivi e al mondo dello streaming. Tra queste segnalo una notizia di Calcio Finanza attraverso la quale ho fatto la conoscenza del “pezzotto”, ovvero la versione nostrana del device pirate-to-consumer di cui avevo parlato nel Matineé #7. Un fenomeno, quello degli aggregatori pirata, con cui dovranno confrontarsi tutte le piattaforme OTT. Sul fronte dell’evoluzione dei canali di news sono interessanti i risultati che sta da tempo ottenendo ABC con il suo “taglio social” via web, che raggiunge ormai 5 milioni di utenti mensili puntando orgogliosamente a un target under ’40 con un servizio AVOD. Il segmento è interessantissimo e anche Amazon sta guardando in quella direzione con un suo servizio pensato per la Fire TV. Notizia vecchia ma non per questo non degna di nota, a fine marzo YouTube aveva annunciato la sua uscita dall’arena della produzione di contenuto originale. Per quanto Cobra Kay possa essere stata un successo penso che YouTube faccia bene ad uscire da un contesto così altamente competitivo e concentrarsi invece sul conservare e sviluppare al meglio la piattaforma, anche e soprattutto con seri modelli di compensazione dei creators che sicuramente guardano a Twitch con crescente interesse, anche se si occupano di qualcosa di diverso rispetto ai giochi. Tra le tech companies che stanno cercando di puntare sui contenuti per dare un senso ad un modello di business che si è sbriciolato sotto il copycat di Instagram e Facebook da segnalare l’iniziativa di Snap(chat) che puntare per il suo futuro su brevi show da “trasmettere” attraverso la propria applicazione e giochi. Per un social network che per qualche tempo è stato sulla bocca di tutti e ora sembra avviato sul viale del tramonto (secondo me difficilmente si riprenderà) eccone un altro nato appena un anno prima (Pinterest è del 2010, Snapchat del 2011) che non è mai stato altrettanto cool e non ha avuto la stessa vertiginosa crescita, ma sembra aver costruito il suo successo di bacheca di immagini, con un layout che tra l’altro ha influenzato il web design in modo determinate, e si è appena quotato con delle solide basi alle spalle anche se con gli inevitabili aggiustamenti post IPO.

Chiudo con due note negative sui social media. La prima riguarda un intervento fatto da Bob Iger che si è unito al coro di chi, giustamente secondo me, mette in guardia contro la polarizzazione verso gli estremismi generata dai social network e dai loro algoritmi fatti per incentivare i click. Il secondo è un Ted Talk di Carole Cadwalladr che spiega davvero molto bene quanto un utilizzo fraudolento di Facebook e soprattutto delle potenzialità di targetizzazione del suo advertising siano davvero una (ulteriore) concreta minaccia per la democrazia. Non stiamo arrivando al futuro disegnato in The Circle, è molto peggio e molto più subdolo. Consiglio di trovare il tempo di guardare il video embeddato qui sotto o dis seguirlo con la trascrizione sul sito o di leggere questo articolo dell’AGI che lo ha trascritto per intero.

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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