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Matinée della domenica di Cineguru

Riflessioni sulla situazione del settore cinematografico, nel mondo in generale e in Italia, in particolare le guerre dello streaming.

Buongiorno e buona domenica. Non so se riuscirò a trasformare questo post domenicale in una abitudine e in una newsletter apposita che vorrei fare a partire da qui ispirato da esperienze analoghe di cui sono affezionato lettore. Dipenderà soprattutto dalla mia capacità di trovare la concentrazione e costanza necessarie a realizzare quello che ho in mente e, ovviamente, dal gradimento che questo esperimento incontrerà. Intanto, comunque, sono qui a scrivere questo numero zero che rientra a pieno titolo in quei buoni propositi che si fanno con l’approssimarsi del nuovo anno.

L’idea di scrivere questo tipo di post con una certa costanza mi gironzola in mente da alcuni mesi. Mesi in cui il dibattito su ciò che mi appassiona si è fatto sempre più interessante sia per il cambiamento in atto nel settore cinematografico in senso stretto, la filiera produzione-distribuzione-esercizio, sia per l’intensificarsi di quelle che ho chiamato senza troppa originalità guerre dello streaming in qualche sporadico post che ho dedicato all’argomento. Ecco, se questi due avvenimenti epocali per l’industria cinematografica e più in generale del settore audiovisivo (potrebbero rappresentare la morte del cinema e della televisione come li conosciamo) rendono particolarmente interessanti i tempi in cui viviamo e, soprattutto qui tra i lettori di Cineguru, lavoriamo, quello che mi è mancato durante il loro intensificarsi è un posto in cui riflettere con maggiore concentrazione su avvenimenti che finisco troppo spesso per condividere solo sui social, disperdendo il pensiero piuttosto che cercando di metterlo in ordine.

Si perché anche se viviamo nell’epoca di quelle che Baricco ha definito verità-veloci nel suo libro The Game io sono uno nato nel ‘900 e cresciuto nel game, e vivo questa contraddizione non rassegnandomi alla dittatura della velocità, che rischia di abituarci a verità che troviamo non solo online in sonore-cazzate. Sento quindi il bisogno di ragionare intorno ai tanti spunti e discussioni che vedo capitare in questo periodo, piuttosto che condividere e basta, disperdendo così un pensiero che finisce così col diventare troppo evanescente. Vediamo se trovo qualcuno che ha voglia di seguirmi.

La verità-veloce è una verità che per salire alla superficie del mondo – cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente – si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità. (A. Baricco – The Game)

Situazione del settore cinematografico, nel mondo in generale e in Italia in particolare le guerre dello streaming dunque. Penso che non ci sia miglior modo di cominciare a parlare di due argomenti tra loro così strettamente collegati (anche se a volte pretestuosamente) che sfruttando la notizia più hot del momento. Il giro di boa del rapporto tra cinema e streaming, ovvero il caso del film che la settimana scorsa era al cinema e da questo venerdì è su Netflix: il vincitore del Leone d’oro Roma di Alfonso Cuarón.

La disccussione e il confronto tra pro e contro l’approccio Netflix era ovviamente cominciata già con l’ammissione a Venezia del film (insieme ad altri titoli) in contrapposizione con quanto fatto dal Festival di Cannes.  Esplosa poi con la vittoria del Leone d’Oro, meritatissimo a detta di quasi tutti quelli che lo hanno visto (per la cronaca i soliti noti, in un cinema, ma su questo torneremo), è diventata particolarmente interessante in questi giorni in cui l’uscita del film in pochi cinema (con risultati tenuti segreti, ma molto positivi ad ascoltare i rumors) ha preceduto l’arrivo, lo scorso venerdì, sulla piattaforma di streaming. Sono usciti proprio negli ultimi giorni alcuni tra gli articoli che reputo più interessanti sull’argomento, lontani dalle reazioni d’impulso all’ammissione a un festival “del Cinema”.

Tra i primi mi viene da segnalare l’articolo di Mereghetti del 4 dicembre. Nonostante il critico sia indubbiamente un uomo che Baricco collocherebbe più nel ‘900 che nel game per il suo modo di vedere il cinema come risultato del connubio indissolubile tra sala e film quando ricorda che “Soprattutto un film come Roma che solo al cinema può essere apprezzato in tutta la sua bellezza, quella che gli ha fatto vincere il Festival di Venezia. Girato in 65 mm (per aumentare la definizione dell’immagine: al Lido, il regista ha preteso che fosse proiettato su pellicola, non col supporto digitale), fotografato in un bianco e nero luminoso e ricercatissimo, solo su grande schermo può mettere in mostra tutte le sue qualità, i suoi sontuosi movimenti di macchina, la straordinaria profondità di campo, la ricchezza della sua ricostruzione storica (il film è ambientato nel Messico degli anni Settanta). Se c’è un film che al cinema trova la sua collocazione ideale quello è proprio Roma e ” evidenzia poi però la necessità di far tornare i conti anche se con un tono un po’ troppo da difesa del grande cineasta costretto ad accettare il compromesso con il “male” per vedere arrivare il suo film al cinema “se Cuarón ha accettato di produrlo con Netflix è perché nessun altro era disposta a investire così tanto e per così lungo tempo (solo le riprese sono durate cento giorni) per un film così poco commerciale.” e chiude con la più valida delle considerazioni sull’attuale confronto tra cinema e streaming: “Opporsi alla programmazione in sala per questioni di principio (quando il pessimo andamento del cinema in Italia dimostra che certi «principi» valgono solo a giorni alterni, e forse nemmeno quelli) rischia di essere un autogol senza senso, di quelli che si fanno i mariti per punire certe mogli. Anche perché non sarà certo così che si potrà contrastare l’invasione delle piattaforme digitali (il cui esempio sta per essere seguito da Disney, Fox e probabilmente Warner). Non sarebbe meglio dimostrare che solo al cinema certi film possono davvero essere gustati e apprezzati?“.

Una settimana dopo Angelo Mastrandrea torna sull’argomento dalle pagine di Internazionale e se per Mereghetti mettersi contro Netflix non aiuta il nostro cinema il titolo del suo articolo mette in relazione in modo più evidente crisi dei cinema e avvento del colosso dello streaming sintetizzando nel titolo, La crisi del cinema in Italia va in onda su Netflix, una più vasta analisi del momento storico, dal pessimo andamento della stagione 2018 al decreto Bonisoli, e offrendo forse la migliore sintesi della situazione attuale che mi sia capitato di leggere in questi giorni, anche nel sintetizzare le paure del settore: “Dietro alla protesta di esercenti e distributori si nasconde il timore che lo sbarco in Italia del gigante americano, simboleggiato dalla sponsorizzazione da 376mila euro dell’albero di Natale in piazza Venezia a Roma, con la sua potenza economica e la capacità di imporre un modello di visione casalingo e a basso costo, possa assestare il colpo di grazia alle sale cinematografiche italiane, che già tra il 2016 e il 2017 avevano visto crollare presenze e incassi, con una perdita complessiva di quasi 80 milioni di euro, secondo l’annuale rapporto dell’Anec, l’associazione degli esercenti.” anche se si ferma ai dati del 2017 nel raccontare la crisi del settore che come sappiamo ha toccato quest’anno il punto più alto.

Poche ore dopo trovo però condiviso su Facebook da un’amica e collega un post che alla fine sembra tirare le fila di tanti discorsi offrendo un altro punto di vista da cui mettere in prospettiva le cose perché “Certi film sono belli e basta“.

Matteo Cazzaniga in un bel post su Rivista Studio attribuisce a Roma il merito di essere un film che “sposta il confine del cinema” e la semplicità dell’affermazione che certi film sono belli e basta dovrebbe fare scopa sul fatto che indipendentemente da tutto un film lo spettatore dovrebbe poterlo vedere dove preferisce e dove capita e che certe battaglie di settore sono incomprensibili per il pubblico e finiscono per dare ragione a Ted Sarandos quando dice che difendendo le window gli esercenti allontano le persone dal cinema.

«Crediamo fortemente nella funzione della sala e nel suo valore di condivisione sociale. In questo momento più che mai la vogliamo difendere: in rispetto del pubblico, delle opere artistiche e anche del nostro lavoro. Non vogliamo che la sala sia “usata” come segmento irrilevante nel sistema distributivo essendo – al contrario – elemento identitario essenziale dell’esperienza di fruizione. Abbiamo scelto di rinunciare, a malincuore, a un film dal grande tenore artistico, a un film che è cinema nella sua forma più pura, anche procurandoci un danno economico. Lo facciamo in nome di una battaglia più grande, volta a valorizzare la centralità della sala cinematografica e alla difesa del suo pubblico».

Persone che quando leggono la nota segnalata da Cazzaniga sul sito dell’Anteo, probabilmente non capiscono di cosa stiamo parlando ma si rendono invece benissimo conto del “salto pressoché definitivo dalla poltrona (della sala) al divano (di casa), dal biglietto di carta ai dieci-e-qualcosa euri scalati automaticamente dalla carta di credito, che quasi non ci sembra più di pagare per vedere i film.

Ecco quando arriviamo a questo punto, il non dover quasi pagare per vedere i film, arriva per me, un uomo con i piedi radicati nel ‘900 e che ho vissuto il cambiamento portato da internet negli ultimi 20 anni in altri settori, il nocciolo del problema da risolvere: la percezione del valore che il pubblico attribuisce al prodotto audiovisivo, che è un fatto molto più concreto del valore di condivisione sociale, di cui si parla un po’ troppo, e che mi preoccupa in quanto non vorrei che per vincere le guerre dello streaming, che sono battaglie per avere quanti più abbonati/consumatori possibili sui canali di distribuzione che stanno prendendo (hanno già preso) il posto della televisione, si sacrifichi sull’altare il contenuto, non solo il film, ma anche quelle serie tv che negli ultimi anni avevano cominciato a prendere qualità cinematografica e quindi in definitiva quel modo di raccontare storie sullo schermo che il pubblico ama e tiene in piedi la parte più nobile del settore audiovisivo, quello scripted content che deve vendere qualcosa e quindi ha bisogno di un valore aggiunto per lo spettatore (anche se magari solo percepito) maggiore di un contenuto che riempie gratuitamente o quasi la noia.

Il problema è che con l’avvento dello streaming con la formula ad abbonamento a così buon mercato come con Netflix si mettono fuori gioco contemporaneamente non solo i cinema, ma anche definitivamente l’home video e le altre formule come lo SVOD e l’electronic sell through (che forse non è mai decollato perché non c’è un modo decente di chiamarlo) ovvero tutte le formule che vincolano in modo evidente la fruizione di un contenuto ad una transazione. E non c’è niente che porti l’uomo ad attribuire un valore a qualcosa come il pagamento di un prezzo, come ben dimostra la scarsa attenzione che abbiamo per l’aria, l’acqua e l’affetto del prossimo, almeno fino a quando non ce lo levano.

Ora intendiamoci, tutto va bene per adesso, ma se in anni recenti si è parlato di bolla speculativa di internet e la mia preoccupazione è che finita la bolla speculativa dello streaming, l’euforia da conquista della nuova frontiera dell’intrattenimento, non solo le risorse per finanziare grandi e piccoli film si riducano drasticamente, ma che si sia anche rotto il giocattolo per cui oggi uno spettatore attribuisce un grande valore alla visione di un film o di una serie tv, tanto da pagare il prezzo di un biglietto, di un dvd o da acquistare il suo equivalente, ma un domani, abituato al quasi gratis, siamo sicuri che ci saranno ancora le risorse per produrre qualcosa di meglio di un talent show?

Il mio dubbio in sintesi non è sul danno che potrebbe derivare dalla perdita del valore di aggregazione sociale della sala o altre delle motivazioni che leggo in giro che se our vere non pongono secondo me la giusta attenzione sulla csa complicata da spiegare e cioè che non c’è nulla che ci assicuri che lo SVOD di Netflix & Co., in un futuro che mi auguro distopico in cui ha causato la chiusura delle sale, sia un modello economico in grado di finanziare la produzione di cinema e serialità come la conosciamo.

E poco importa avere fiducia nel fatto che nel lungo periodo il sistema si asseterà, comunque nel frattempo si sarà perso qualcosa. Così come l’assenza di offerta legale competitiva di contenuti accessibili in digitale durante la prima era di internet ha creato un paio di generazioni di persone abituate alla pirateria, facendo così un danno cui paradossalmente proprio Netflix sta ponendo rimedio, così un troppo brusco passaggio dal modello attuale al nuovo equilibrio del futuro rischia di fare danni irreparabili al gusto e alla capacità creativa dell’industria audiovisiva.

Che economicamente la distribuzione in sala non sia il modo più efficiente di raggiungere il pubblico potenziale di un film, tutto il pubblico potenziale di un film, è un dato di fatto ed è quindi chiaro che, anche e proprio al fine di massimizzare il ritorno dello sforzo produttivo, un equilibrio tra distribuzione al cinema e in digitale sia la soluzione auspicabile, ma tutto questo non avrebbe dovuto accadere con lo SVOD, un modello economico di compensazione del costo di produzione talmente irrisorio dall’essere tranquillamente confrontabile con la free tv che tanto terrorizzò il cinema negli anni ’70. Tanto che sono convinto che a tendere, una volta che Netflix avrà giocato la sua partita per il dominio del mondo, il modello cui il mercato troverà il suo equilibrio sia un modello cinema+premium price+svod, come è naturale che sia e cui potrebbe arrivare per prima Disney, piuttosto che uno SVOD puto, anche sulla novità, che ad oggi sembra solo un modo per accaparrare utenti facilmente.

E’ per questo e per altri motivi su cui torneremo che non credo che il governo faccia così male a intervenire insieme ad altre forze pro o contro a seconda dei casi nella questione delle window, soprattutto a fronte di un investimento pubblico e che dopo anni di “militanza” a favore dell’innovazione e aver accolto con grande gioia l’arrivo sul nostro mercato di un operatore streaming degno di questo nome, Netflix appunto, mi ritrovo in questo dibattito sullo streaming su posizione più conservative di quelle che abbia mai avuto negli ultimi 20 anni. Ah è finita anche l’ubriacatura sul fatto che internet sia solo un bene, ma quella è un’altra storia.

 

Alla fine la premessa “Roma” sugli argomenti che volevo trattare ha monopolizzato tutto il mio e vostro tempo (almeno di chi mi ha seguito fino a qui) quindi faccio giusto qualche accenno agli altri argomenti che volevo trattare riservandomi di approfondire la settimana prossima. Parlando della situazione del settore cinematografico sappiamo bene quanto preoccupante sia stato il risultato di Box Office del nostro 2018 mentre negli Stati Uniti si sono già superati gli 11 miliardi di risultato sull’anno e si guarda fiduciosi al superamento dei 12 miliardi per quest’anno.  Netflix c’è anche da loro così come c’è in tanti altri mercati non in crisi quindi è chiaro che l’attribuire al loro streaming i mali del nostro cinema stiamo solo dando aerodinamicità a una mezza verità, anzi stiamo solo guardando una parte, forse nemmeno la più significativa del problema. A Sorrento se ne è parlato soprattutto in prospettiva estate 2019 e su questo torneremo sicuramente.

Sulle guerre dello streaming, infine, solo un accenno ad un paio di notizie delle ultime settimane che non penso debbano passare inosservate. Netflix che nonostante tutti i suoi Netflix Originals o supposti tali spende 100 milioni di dollari per avere Friends ancora per un anno è forse la miglior misura che possiamo avere ad oggi della differenza tra il contenuto che serve per fare hype e acquisire abbonati e quello che serve per fargli passare tempo sulla piattaforma. Infine come non seguire con attenzione la news fresca di poche ore di Facebook che corteggia HBO per avere i suoi contenuti sulla neonata e ancora poco convincente Facebook Watch. Buona domenica.

Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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