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Una programmazione piena di opere italiane?

Molti hanno urlato al disastro per le nuove norme, che prevedono maggiori obblighi per quanto riguarda le televisioni. Ma non è così drammatico, anzi...

Disclaimer: chi scrive è consulente per una casa di produzione e quindi potrebbe non essere considerato imparziale sul tema di cui discutiamo oggi. Cercherò comunque di limitarmi a chiarire alcuni aspetti e a fornire un po’ di numeri.

Dei decreti che hanno innalzato gli obblighi di programmazione (quelli legati alla produzione verranno affrontati un’altra volta), abbiamo parlato già qui, descrivendo le norme. Vediamo ora di affrontare alcuni aspetti, soprattutto discutendo di come è la situazione nel Paese che ha ispirato le nostre nuove norme, ossia la Francia.

Non c’è dubbio che gli obblighi francesi siano molto più stringenti e forti per quanto riguarda la produzione ‘locale’. Infatti, i canali francesi (peraltro, senza distinzione tra ‘pubblici’ come TF1 e i privati) devono consacrare, per quanto riguarda il tempo dedicato in generale alle opere audiovisive, almeno il 60% alle opere europee e almeno il 40% alle opere francesi. Consideriamo che, arrivati nel 2020 a pieno regime, è vero che la quota del 60% per le opere europee è la stessa, ma per i prodotti italiani la quota sarà del 30% per la Rai e del 20% per i privati. Il tutto, va sempre specificato, rispetto a un tetto totale di prodotti (paradossalmente, basta diminuire la trasmissione di opere extraeuropee per poter diminuire quelle europee e italiane, visto che stiamo parlando in questo caso di percentuali e non di tempo effettivo).

Andiamo avanti. Si dice che la Rai dovrà dedicare 252 minuti a settimana (gli altri canali la metà) alle opere italiane (di cui almeno due film per la Rai e uno per gli altri) in “prime time”, che in questo caso è indicato con un orario tra le 18 e le 23. Insomma, poco più di 4 ore a settimana sulle 35 ore di quella fascia, quindi il 12% (e perciò il 6% per le private). E’ una percentuale così enorme? Distruggerà i palinsesti? Eppure, alla Rai basta mandare un film assieme a due/tre puntate di una fiction a settimana per rispettare queste regole, per gli altri sostanzialmente è sufficiente un film poco più lungo di due ore. Cosa fanno invece i francesi? Per loro, le percentuali indicate vanno rispettate comunque anche nella fascia 18-23 (il mercoledì la fascia è più estesa, dalle 14 alle 23). Quindi, il 40% del tempo dedicato alle opere audiovisive è comunque consacrato alle opere francesi (e, in generale, il 60% alle opere europee). Proprio sicuri che saremo sommersi di prodotto italiano in prime time, che distruggerà i palinsesti e farà crollare le televisioni? E come mai in Francia le televisioni non sono tutte fallite allora? Senza contare per ora che di obblighi per le opere europee in prime time non si parla (e questo è discutibile, visto che si parte da norme per favorire le opere comunitarie) e così facendo probabilmente diventerà quasi impossibile vedere un film francese o spagnolo in prime time.

Un problema vero è invece l’identità tematica dei canali. Rai 1 (per la fiction) e Rai 3 (per i film) non avranno probabilmente problemi a rispettare le quote, visto che già ora programmano numeri importanti. Ma Rai 2 sarà sicuramente più in difficoltà e non parliamo di Rai 4, che ha consacrato tutto il suo palinsesto alla serialità straniera, creando in questo modo un’identità forte. Qui il punto è più complicato e ovviamente sarebbe meglio ragionare (se fosse possibile) per ‘editore’ più che per canale (insomma, che le quote possano anche essere complessive, in modo che l’eccedenza di un canale possa sopperire alle mancanze di un altro).

Ma sul versante francese c’è di più, come recita questa norma:

Canal + e TPS Star, che devono sottostare alle stesse quote obbligatorie per le opere europee (60 %) e di espressione originale francese (40 %) beneficiano di un regime particolare: le ore di grande ascolto comprendono solo la fascia 20.30-22.30.

Questo magari significa che non hanno gli stessi obblighi tra le 18 e le 20.30 (e tra le 22.30 e le 23), ma è anche vero che questo obbliga sostanzialmente a mettere, su 7 serate dedicate a opere audiovisive, in 4 delle opere europee (e in 3 di queste, opere francesi).

E’ poi stato paventato da alcuni mass media un altro ‘pericolo’, in realtà decisamente stupido. Da quello che viene scritto, sembra proprio che questi obblighi porteranno film ‘difficili’, magari certi prodotti molto autoriali, a invadere i palinsesti televisivi. E perché mai? In realtà, i decreti al momento non fanno neanche distinzione tra opere vecchie e nuove. Significa insomma che molti li potrebbero coprire mettendo in palinsesto i film di Bud Spencer e i western di Sergio Leone (cosa che peraltro già fanno ampiamente e senza obblighi particolarmente restrittivi). Opere ottime, per carità, ma questo significa che gli obblighi previsti non aiuteranno certo chi produce e investe su cose nuove nel 2017 e nei prossimi anni. Va detto che sono previsti altri decreti attuativi che potranno prevedere altre sottoquote per opere recenti. Probabilmente sarà regolata, come nel precedente testo, una sottoquota per le opere prodotte negli ultimi 5 anni dai produttori indipendenti.

E non è certo impossibile che, come già capita per obblighi simili (tipo gli affollamenti pubblicitari), avremo palinsesti pieni di opere europee/italiane nelle fasce notturne (tanto, li vedono solo quattro nottambuli insonni) e magari d’estate, fuori dal periodo di garanzia. Questo soprattutto se le quote saranno calcolate su base annuale e non settimanale. La speranza è che invece queste norme (collegate agli obblighi di produzione) spingano le televisioni a trovare/creare prodotti che funzionino bene.

Tutto questo, peraltro, ricordando che stiamo parlando non di un capriccio di un ministro francese (o italiano), ma di norme europee minime, che in Italia non sono mai state rispettate (e non possiamo dare per scontato che questa volta lo saranno, magari riparliamone dopo le elezioni politiche del 2018). In effetti, come sempre sono tutti contenti se lo Stato investe di più, ma poi si ritiene che i privati vadano lasciati stare. Eppure, uno Stato che investisse cifre importanti (più di 400 milioni di contributi diretti o indiretti nella nuova legge Cinema e audiovisivo) senza poi porre le basi perché questi investimenti abbiano uno sbocco, starebbe dilapidando i soldi dei contribuenti.

Da questo, si può imparare una lezione utile: se uno Stato fa una legge per cui investe in un particolare settore, va bene a tutti (o quasi) e non ci sono problemi. Appena lo Stato però decide che, per far funzionare quella legge, anche i privati debbano avere degli obblighi, allora scoppiano le polemiche…

Robert Bernocchi
Robert Bernocchi
Story editor & Data Analyst at Pepito Produzioni e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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