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Netflix, Venezia e il ruolo dei Festival: intervista ad Alberto Barbera

Il direttore della Mostra del cinema di Venezia ci parla della prossima edizione e delle polemiche tra Cannes e Netflix...

Partiamo dall’attualità, quello che sta avvenendo tra Netflix e il Festival di Cannes…
La situazione che si è creata tra Netflix e Cannes fa parte di un problema più generale. Oltre a ribadire la solidarietà con il Festival, credo che ci sia un errore di fondo nel chiedere che siano proprio i festival a doversi occupare di un problema di questa natura, che è legislativo e coinvolge i vari soggetti che operano all’interno dell’industria culturale. Non credo sia giusto chiedere ai festival di schierarsi, peraltro nel momento in cui il mercato è ancora alla ricerca di una forma di stabilizzazione.
Ciascuno in questo caso ha le sue ragioni, sia il Festival, sia l’associazione degli esercenti francesi, ma anche chi, come Netflix, fa notare che se produce al 100% un film, poi ha diritto a sfruttarlo come meglio crede. Il lavoro dei festival è valorizzare i film, a prescindere da chi li produce e dal modo in cui verranno visti, quindi non si può chiedere ai festival di stabilire una regola a priori. Di sicuro, per quanto ci riguarda, se vedremo dei film di Netflix che ci piaceranno, non avremo problemi a presentarli a Venezia.

In generale, i festival sembrano non riuscire più come un tempo a portare la gente al cinema, a vedere i film che sono presentati durante queste manifestazioni…
Come sempre, il problema ha molti aspetti. Il mercato che soffre di più è quello del cinema d’autore, visto che il grande cinema hollywoodiano e quello delle commedie il pubblico continuano ad averlo, pur in una tendenza generale che va verso la contrazione delle presenze in sala. Tra le ragioni principali di questa sofferenza c’è il mancato ricambio generazionale del pubblico. Gli spettatori più fedeli sono gli anziani, mentre i giovani prediligono il cinema d’evasione, perché ancora privi di quell’educazione all’immagine di cui avrebbero bisogno per apprezzare prodotti più sofisticati. La soluzione di questo problema richiede investimenti di medio e lungo termine, che non sono ovviamene solo di natura economica.

Quale può essere quindi il ruolo dei festival in futuro?
Qualche anno fa ero un po’ preoccupato per il futuro dei festival, ora lo sono molto meno, perché non solo non diminuisce il numero dei festival, ma in qualche misura sembra crescere anche l’interesse degli addetti ai lavori. Molti erano convinti che i festival non servissero più e che fosse meglio utilizzare altri strumenti per la promozione. Ultimamente invece c’è un’inversione di tendenza, con gli studios che fanno sì scelte più accurate, ma sembrano nel contempo rivalutare l’importanza dei festival per il lancio dei film migliori. I festival continuano a rappresentare una cassa di risonanza enorme (come dimostrano i film americani presentati a Venezia), con un buon rapporto tra costi e ricavi per chi investe nella partecipazione. Inoltre, credo che i festival avranno ancora più importanza in futuro, perché con l’aumento indiscriminato di nuovi contenuti sulle diverse piattaforma esistenti, l’esigenza di qualcuno che faccia una selezione dei film più interessanti dal punto di vista qualitativo sarà sempre più apprezzata dal pubblico più attento.

In Italia, non c’è forse un eccesso di offerta, che porta a dar vita a tanti prodotti con mezzi relativamente modesti?
E’ una cosa che dico da un po’ di tempo e la ribadisco. C’è stato un momento in cui si puntava più sulla quantità che sulla qualità, la moltiplicazione delle piattaforme d’altronde comporta che ci sia bisogno enorme di contenuti nuovi. Ma se si punta più sulla quantità che sulla qualità, a un certo punto questo atteggiamento si paga, perché il pubblico non è così becero, la qualità la capisce, anche quando si tratta di cinema commerciale. Tra un film ben fatto e un altro che rivela la pochezza o l’approssimazione con cui è stato realizzato, chiunque sceglierebbe il primo.

Cosa ci dobbiamo aspettare dalla Mostra di Venezia del 2017, per quanto riguarda il cinema italiano?
A parte l’iniziale inquietudine per l’assenza di film di grandi autori, ho scoperto con piacere molti titoli di giovani autori interessanti, che tentano di fare cose diverse dal solito, sperimentano linguaggi nuovi e si misurano con soggetti inediti. È un fatto estremamente positivo e incoraggiante, perché segnala una volontà di cambiamento che non potrà che fare del bene al cinema italiano. Il cammino per completare la selezione è ancora lungo ma, in sostanza, sono piuttosto ottimista.

Molti giornalisti giudicano la riuscita dei festival secondo pochi parametri limitati, come il film d’apertura o la qualità dei titoli italiani in concorso. Qual è invece secondo lei il parametro più valido?
I media dovrebbero uscire dalle gabbie che si sono costruiti, o entro le quali sono costretti. In realtà, non si possono valutare i festival solo in base a questi parametri. Ciò che davvero conta, è la capacità di fare proposte, assumersi la responsabilità di segnalare i registi più interessanti, le nuove tendenze, i film che emergono. Un tempo, le cronache dei festival parlavano anche di autori sconosciuti, oggi si tende a raccontare quasi soltanto i film che il pubblico vedrà a breve in sala. Così si commette un errore di strabismo, perché la distribuzione in sala rappresenta una percentuale sempre più contenuta dei film che vengono invitati ai festival. Anche per loro esiste un pubblico potenziale, capace di andarseli a trovare, quindi perché non segnalare questi film? Perché la critica deve rinunciare al ruolo che ha sempre svolto, di mediazione tra autori e pubblico, abdicando a una funzione essenziale?

Dopo le tensioni che hanno segnato l’inizio del suo mandato, il rapporto con Toronto e Telluride sembra adesso molto più tranquillo…
I problemi maggiori risalgono a tre anni fa, quando Toronto aveva messo in atto una politica aggressiva contro gli altri festival, che si è rivelata controproducente, costringendolo poi a fare marcia indietro l’anno successivo. Di conseguenza, i rapporti si sono normalizzati e adesso, anche se esiste una competizione fisiologica, finalmente non dobbiamo più fare i conti con la logica precedente, francamente un po’ isterica. Ciascuno fa le proprie scelte, senza imporre o subire barriere che non hanno senso di esistere.

Una novità importante di Venezia 2017 sarà lo spazio dedicato ai titoli in Realtà virtuale…
Non so se la Realtà virtuale diventerà uno standard, mi pare difficile che possa sostituire il cinema a due dimensioni, e magari in futuro scopriremo che l’applicazione è più adatta ad altri ambiti, diversi da quello cinematografico. Tuttavia, è una tecnologia che sta suscitando un interesse enorme. Siamo in una fase di sperimentazione e sicuramente ci sono grandi margini di miglioramento, ma intanto non c’è quasi grande regista o produzione che non siano incuriositi da queste potenzialità. Si investe moltissimo, sia a livello economico che di sperimentazione, quindi ritengo giusto prestarvi il massimo di attenzione. Credo che il nostro sia il primo festival che ha messo le basi per un concorso dedicato alla Realtà virtuale. Altri hanno presentato questo tipo di prodotti, ma senza dar vita, come abbiamo fatto noi, a una vera e propria competizione riservata a film di cinema d’autore in Realtà virtuale. D’altronde, se registi come Iñárritu, Spielberg e Tsai Ming Liang si misurano con questo strumento, potevamo continuare a ignorare questo fenomeno?

Robert Bernocchi
Robert Bernocchi
Story editor & Data Analyst at Pepito Produzioni e Data and Business Analyst at Cineguru.biz & BoxOffice.Ninja. In passato, responsabile marketing e acquisizioni presso Microcinema Distribuzione, marketing e acquisizioni presso MyMovies.
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