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14 aprile 2017 • 11:50 • Scritto da
Robert Bernocchi

Niente concorso per l’Italia a Cannes

Per il secondo anno consecutivo, il cinema italiano non è in concorso al Festival di Cannes. Ma il vero problema non è artistico, ma industriale…

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Ormai, rischiamo di abituarci. In effetti, era già capitato nel 2016 che nessun film italiano fosse in concorso a Cannes. Come sempre in questi casi, si rischia di non capire questo risultato. Si potrebbe intanto dire che, probabilmente, i produttori del nuovo film di Virzì hanno preferito un altro lancio (non so sinceramente se sarebbe passato in concorso, ma è indubbio che nessun selezionatore se lo sarebbe fatto scappare, se fosse stato disponibile). Per farlo, partiamo da un’infografica (potete vederla interattiva cliccando qui):

Gli_incassi_dei_film_italiani_a_Cannes

Cosa ci dice? Intanto, che c’è già una differenza enorme nel successo di un film tra passare in concorso o nelle sezioni collaterali. I primi titoli incassano in media più di 3,4 milioni, i secondi 1,3 milioni.

Ma in realtà, il vero dato è un altro. Se sei già un autore affermato, il lancio a Cannes ti aiuta a ottenere un risultato importante (più o meno alto a seconda anche – ovviamente – dell’affinità dell’autore e del film stesso con il pubblico nostrano). Ma se non lo sei, non è assolutamente detto che il passaggio a Cannes cambi le sorti commerciali del film, anzi. Basti vedere la media (inferiore ai 150.000 euro) dei 4 film passati nelle sezioni collaterali (escludendo i titoli di Virzì e di Bellocchio), decisamente bassissima. D’altronde, gli ultimi film di Asia Argento e Paolo Virzì sono passati entrambi a Cannes (il primo a Un certain Regard, il secondo a la Quinzaine des Réalisateurs): se questa partecipazione fosse veramente un fattore determinante, come possiamo spiegare l’enorme forbice tra gli 83.613 euro di Incompresa e i 6,2 milioni de La pazza gioia?

A scanso di equivoci, per un certo tipo di cinema è importante passare ai Festival (e Cannes, in questo senso, è il Festival fondamentale), anche per le vendite estere. E sicuramente, per diventare autori affermati e con un proprio pubblico, frequentare assiduamente la Croisette con i propri film è un’ottima strada.

Ma cosa deve farci capire tutto questo? Che l’importanza che diamo alla presenza degli autori italiani a Cannes (e negli altri Festival più importanti) è assolutamente sproporzionata rispetto al valore di Mercato che questo passaggio crea e alle sue ripercussioni reali sull’industria del cinema nazionale. E qui c’è il vero, grande problema della mancata partecipazione al concorso di Cannes per il secondo anno di seguito. Non il fatto che artisticamente non siamo validi. Se fosse così, a Cannes sarebbero schizofrenici, visto che siamo passati dalle tre presenze in concorso del 2015 a nessuna negli ultimi due anni. No, il problema vero è che il settore dei film d’autore, a cui si dà tanta attenzione dal punto di vista legislativo (con gli obblighi a Rai Cinema – che in questi anni ha comunque lavorato bene – e con i finanziamenti pubblici ai titoli di un certo tipo, quasi sempre ‘film sociali/autoriali’) e mediatico (basti vedere quanti articoli si fanno a proposito), non è un’industria. E’ invece, lo dico senza nessun intento offensivo, artigianato. Artigianato magari di classe, ma sempre artigianato. E con cui – proprio per la differenza di cui sopra – non si possono fare piani industriali. D’altronde, se dovessimo applicare principi industriali al cinema d’essai non comico che l’anno scorso ha generato 11 milioni di incasso in sala, si dovrebbe chiudere tutto, perché il rapporto costi/ricavi, senza il sostegno pubblico, non sta in piedi.

Inoltre, stiamo parlando di un artigianato fatto di un gruppo di autori (che peraltro, a differenza di quanto avveniva negli anni quaranta e cinquanta, spesso non collaborano neanche tra loro), che magari possono stare fermi anche 4-5 anni (ve l’immaginate una fabbrica che chiude per un periodo così lungo?). E quindi abbiamo il problema di avere come unici indicatori se veniamo selezionati in concorso a Cannes e se veniamo candidati all’Oscar per il film straniero. Sono riferimenti semplici e banali (mediaticamente parlando) e permettono a chi si occupa di questo settore sia di lavorare poco per aggiornarsi, che di portare avanti discorsi fittizi. A questo punto, ne deduciamo che, se veramente Sorrentino girerà il suo nuovo film d’estate, il prossimo anno dovremmo avere due titoli nostrani in concorso (il suo e quello di Garrone). Quindi, nel 2018 ci diremo che siamo dei fenomeni e che va tutto bene?

Invece, l’esempio francese (spesso citato a sproposito e magari solo per gli enormi finanziamenti che dà al cinema nazionale) dovrebbe portarci a controllare assiduamente i risultati di incasso all’estero, di creare insomma una produzione che si fa notare fuori dai confini nazionali anche al di là dei Festival e che venga giudicata per la ricchezza concreta che produce (magari con qualche regista/produttore che vuole diventare Besson in più e con qualche autore che punta ai Festival in meno), piuttosto che solo per le manifestazioni destinate agli addetti ai lavori. Ma qui si tratta di fare un lavoro complesso, è più semplice per tutti (produttori e giornalisti) esaltare i grandi risultati (veri o – più spesso – falsi) del nostro cinema nei festival e nelle rassegne all’estero, tenendo in piedi un sistema un cui è possibile mangiare anche senza grandi risultati economici di Mercato, piuttosto che dire che questa non è un’industria.

Invece, bisogna parlare di soldi e di incassi, anche per il cinema d’autore. Anche a rischio di essere considerati ‘volgari’ e ‘cafoni’ da chi dice che c’è una Cultura da difendere a spada tratta e per cui non si deve tener conto dei risultati economici. Perché poi si legittima il discorso che va bene che certi prodotti vengano fatti per un’elite ristrettissima. Talvolta poco più grande dei 500 addetti ai lavori che frequentano stabilmente i Festival e i Mercati internazionali…

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