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Netflix a rischio pirateria con il blocco VPN, farà la fine dei vecchi media?

Netflix dichiara guerra ai VPN e all'aggiramento della geolocalizzazione, ma gli utenti potrebbero rispondere con la pirateria così come hanno fatto nel periodo di transizione dal fisico al digitale.

Nonostante fosse abbastanza evidente da anni, grazie ai bilanci mondiali del mercato dell’home video, ultimamente Netflix è tornata nel mirino di studi e ricerche volti a “incolparla” per il declino di altri settori di business, come la tv tradizionale, DVD e Blu-ray. Lo stimato istituto di ricerca IHS ha addirittura pubblicato un nuovo report intitolato “Did Netflix Kill the Physical Video Market?” (Netflix ha ucciso il mercato fisico dell’home video?”), in cui si sottolinea come l’arrivo del servizio di streaming negli Stati Uniti abbia coinciso con un’accelerazione nel declino della vendita e del noleggio di film e serie tv su disco.

Prima del 2007 il comparto perdeva infatti l’1,2% all’anno, mentre dopo il 2010 il declino annuale è stato del 10,3%. Lo stesso per il Regno Unito dove dal 2012, momento appunto del debutto della piattaforma, le vendite di copie fisiche avrebbero perso in media il 14% all’anno, accelerando un declino già cominciato dal 2008 con l’arrivo del primo servizio di SVOD. Peccato che anche Netflix abbia cominciato la propria attività come servizio di noleggio per corrispondenza di DVD e sarebbe dunque più corretto dire che ha cavalcato l’onda di un trend, reso ben chiaro dalla pirateria e da quanto stava accaduto in campo discografico. IHS inoltre prevede scossoni simili anche in Giappone e in Australia, cioè nei Paesi in cui l’operatore è sbarcato di recente: ai meno pessimisti, invece, sembra molto più probabile che il portale di streaming  vada a coprire una domanda già esistente di contenuti online, non soddisfatta dai concorrenti, piuttosto che erodere ulteriormente i ricavi del fisico. In Italia, ad esempio, il business di DVD e Blu-ray è calato dagli 804 milioni di euro del 2008 ai 350 milioni del 2014 senza alcun bisogno di Netflix né di competitor particolarmente forti nello SVOD. C’è anche da dire che i dati Univideo non includono ancora lo streaming ad abbonamento nelle cifre del mercato dell’home entertainment e che quindi non è nemmeno facile stimare quanto il nuovo segmento abbia contribuito a limitare le perdite di tutto il comparto, per quanto alcune stime parlino di un volume d’affari di 40 milioni per il 2015, in sicuro aumento nell’anno in corso dopo l’arrivo del colosso dell’on demand.

presentazione_rapporto_univideo_2015

Un’altra recente ricerca di MoffettNathanson si è poi soffermata sul ruolo di Netflix nel declino della visione della tv in modalità live, che si è ridotta negli USA di tre punti percentuali. Considerando che il portale trasmette in streaming l’equivalente del 6% di tutte le ore del consumo televisivo nazionale, secondo questa indagine si può stimare che almeno la metà di quei 3 punti percentuali si debba al servizio di SVOD, ormai alle spalle di sole sette grandi emittenti via cavo e via etere. In questo caso, tuttavia, l’analisi ammette che non si tratta di una “uccisione” del mezzo televisivo, piuttosto di un graduale cambiamento nel modo in cui gli spettatori fruiscono dell’offerta del piccolo schermo.

Il vero paradosso, tuttavia, è che ora la stessa compagnia di Reed Hastings rischia di rimanere vittima delle resistenze di mercato e di una recrudescenza di pirateria. Il motivo? La decisione di bloccare gli utenti che accedono allo streaming via VPN, cioè reti private protette che servono ad aumentare le garanzie sulla privacy, ma anche a nascondere la provenienza della connessione. Come tutti sanno, nonostante la dimensione globale del suo servizio molti dei diritti su film e serie tv offerti da Netflix sono contrattati su base locale, cosicché la loro disponibilità varia di mercato in mercato. Se prima il mascheramento dell’IP era una pratica diffusa tra chi cercava di accedere alla piattaforma da un Paese in cui era ancora assente, ora che la sua copertura è quasi globale il sistema non è sparito ma ha cambiato scopo, trasformandosi nell’accedere a quei contenuti offerti solo in alcuni mercati. Esempio tipico la serie House of Cards, un prodotto originale del portale non contemplato in territori come l’Italia o la Francia dove è ancora in mano alle pay-tv. Se agli utenti dell’operatore può far dunque comodo aggirare la geolocalizzazione, lo stesso non vale per i fornitori di contenuti che ovviamente puntano a monetizzare il più possibile i loro titoli contrattandoli su più mercati. Forse proprio per andare incontro a tali esigenze la piattaforma ha deciso di rendere più severi i controlli bloccando in massa, negli scorsi giorni, gli accessi via VPN, dopo avergli dichiarato guerra sin da gennaio.

VPN

Questo, tuttavia, potrebbe avere una serie di controindicazioni rilevanti: in primo luogo, come già detto, si tratta di strumenti diffusi anche a tutela della privacy, dunque impedire il loro utilizzo significa mettere gli spettatori di fronte a una scelta tra intrattenimento e maggior riservatezza dei propri dati di navigazione. In secondo luogo, come già successo per i DVD e come succede in tutti i territori dove, ad esempio, serie tv popolari quali Game of Thrones arrivano in ritardo rispetto agli USA, chiudere un canale di accesso ai contenuti significa spingere utenti verso il loro mercato nero, vale a dire la pirateria. A confermarlo è anche uno sondaggio condotto dal sito che si occupa di sicurezza Secure Thoughts. Attraverso un campione di 1.000 cybernauti iscritti sia a Netflix che al VPN, la ricerca ha mostrato come l’84% preveda di aumentare le proprie attività pirata in seguito alle scelte della piattaforma, mentre il 61% dichiara che questa mossa inciderà sulla propria decisione di mantenere o meno l’abbonamento. Il 66% sostiene inoltre che aggirare la geolocalizzazione non è il motivo principale per l’uso di reti private e ben il 68% sarebbe disposto a pagare un prezzo aggiuntivo per avere a disposizione la totalità del catalogo Netflix. Anche perché per la maggior parte dei partecipanti (54%) non ha senso sostenere il costo di un’iscrizione al servizio di streaming al di fuori degli Stati Uniti. È anche vero che il questionario è stato sottoposto a un campione “volontario” reperito attraverso inserzioni su Facebook e Reddit, e non garantisce perciò una reale rappresentatività della base utenti del servizio di SVOD. Allo stesso tempo, indica senza dubbio uno scontento diffuso in molti dei clienti della piattaforma e una nuova possibilità per la pirateria di inserirsi nelle maglie del mercato audiovisivo così come organizzato nell’era pre-digitale.

Se poi sia auspicabile, culturalmente parlando, mirare a una dimensione globale dell’audiovisivo dove spariscano tutte le barriere di tipo economico (ma non solo), questo è un problema diverso, di stampo più politico, che riporta alla macro-questione del Mercato Unico Digitale e che merita un tipo di trattazione più ampia rispetto al solo dato commerciale.

 

Fonte: WorldScreen, The Wrap,  Business Insider UK

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