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Bob Iger (Disney): "Netflix alleato, non minaccia", ma le pay-tv cadono in Borsa

Disney ammette un calo negli abbonamenti alla rete sportiva ESPN, HBO minimizza l'effetto cannibalizzazione della sua offerta online ma i mercati esprimono grossa tensione rispetto al futuro delle pay-tv.

Streaming croce e delizia dei colossi mediatici tradizionali.  All’inizio di questa settimana, parlando dei risultati della fortissima rete sportiva ESPN, il CEO di The Walt Disney CompanyBob Iger, è stato chiaro al riguardo. “Vediamo Netflix più come amica che come nemica” ha dichiarato agli investitori, citando uno studio secondo cui l’83% degli abbonati a un servizio di pay-tv fruisce ancora del canale sportivo numero 1 negli USA attraverso le vie tradizionali, negando perciò la necessità di pensare adesso a un’offerta cosiddetta standalone,  dedicata cioè ai soli utenti web. Tanto più che quest’anno parte della programmazione di ESPN è già sbarcata su Sling Tv, servizio di streaming lanciato dal’emittente satellitare Dish per garantire al pubblico online un abbonamento molto simile ai più costosi pacchetti che uniscono diversi network televisvi.

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La convinzione insomma è che:  “Le pay-tv multicanale sino ancora la forma dominante di consumo televisivo, soprattutto per le reti sportive. Non prevediamo perdite rilevanti da qui ai prossimi cinque anni”. Mentre i servizi di video on demand come Netflix: “Sono nostri clienti affezionati e sono attraenti per il consumatore perché offrono un modo efficiente, intuitivo e spesso molto meno costoso di guardare la tv”, e rappresenterebbero dunque un canale di distribuzione lucrativo sia per i prodotti di catalogo che per i contenuti originali.  Il CEO di Disney ha però dovuto ammettere che la major ha una strategia di salvaguardia rispetto al fenomeno del cord cutting, cioè dell’abbandono delle pay-tv a favore delle offerte più economiche delle piattaforme web, e che ESPN ha effettivamente visto qualche calo nel numero di abbonati, mentre le previsioni di crescita della base clienti sono state ufficialmente ridotte da “un’alta percentuale sotto il 10%” a una “media percentuale” sotto tale soglia. Tanto è bastato per far crollare in Borsa le maggiori media company americane, con perdite immediate dal 9 al 7% per Disney, Time Warner, Viacom (proprietaria di Paramount) e 21st Century Fox.

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Nella sola giornata di mercoledì si sono registrate perdite per circa 37 miliardi di dollari, mentre giovedì la discesa è continuata a causa dei risultati trimestrali sotto le attese di Viacom. Secondo molti analisti si tratta di una reazione esagerata, frutto di panico piuttosto che di un reale rischio per i bilanci delle aziende colpite dal ribasso. Altri studi mostrano al tempo stesso come la perdita di abbonati da parte delle pay tv stia diventando più significativa rispetto ai livelli fisiologici del fenomeno: secondo MoffettNathanson nel secondo trimestre 2015 il declino è stato di 357 mila utenti i contro i 151 mila nello stesso periodo dello scorso anno, abbastanza insomma per indicare un’accelerazione nelle dinamiche contrattive del settore.

Quello che è sicuro è che, nello stesso giorno del calo, le azioni di Netflix hanno viaggiato al +4%, mentre nei suoi risultati trimestrali HBO ha definito come “oltre le aspettative su tutti i fronti” il lancio del servizio di streaming standalone HBO Now. Per quanto non si sia parlato di profitti, attesi nei prossimi anni piuttosto che in questa fase di avvio, la fiducia dell’emittente deriva dalle indagini sull’utilizzo e la soddisfazione dei nuovi clienti, nonché dal mancato effetto cannibalizzazione riscontrato rispetto agli utenti della pay tv tradizionale, dirottati per meno dell’1% sulla nuova offerta web. L’obiettivo, dunque, non  è preservare l’integrità del pubblico HBO ma puntare a quella fetta di potenziali spettatori che non possiedono alcun abbonamento alla pay-tv (una stima di 10,7 milioni di case broadband-only), ma soprattutto ai quei 70 milioni di americani che pur abbonandosi  a questo tipo di servizio non ha incluso il network nel loro pacchetto di canali. Non si esclude inoltre una lenta espansione all’estero, caso per caso, oltre ai già “colonizzati” territori scandinavi.

Forse non è ancora arrivato per le emittenti tradizionali il momento di “tagliare la corda”  e gettarsi sul web, ma i tempi sembrano sempre più maturi pe run profondo cambiamento all’interno del settore.

 

Fonte: Home Media Magazine, Variety, , 

 

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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