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La pay tv domina ma non cresce, al contrario degli OTT

La regina del salotto deve preoccuparsi per l’avanzata del video on demand? La risposta, secondo pareri sempre più concordi, è negativa: i nuovi modelli di fruizione audiovisiva stanno rendendo il consumo di contenuti sempre più multiscreen e in mobilità, ma la tv tradizionale è destinata a rimanere ancora per un po’ il fulcro della dieta...

La regina del salotto deve preoccuparsi per l’avanzata del video on demand? La risposta, secondo pareri sempre più concordi, è negativa: i nuovi modelli di fruizione audiovisiva stanno rendendo il consumo di contenuti sempre più multiscreen e in mobilità, ma la tv tradizionale è destinata a rimanere ancora per un po’ il fulcro della dieta mediatica degli spettatori, specie tra le mura domestiche. A cambiare necessariamente saranno però i canali di distribuzione di questo tipo di offerta video, che per quanto prodotta dai grandi network dovrà essere declinata su tutti i mezzi e le opportunità sdoganate dai nuovi operatori OTT  (over the top). A sostenerlo è uno studio sul settore  del broadcasting condotto da ABI Research e incentrato sul ramo della pay tv, cioè quello dominante in diversi mercati di riferimento a partire da quello USA.

cordcutting

Stando alle cifre indicate nell’indagine, a preoccupare non è tanto il declino economico del comparto, quanto le difficoltà di crescita di emittenti che fondamentalmente negli ultimi anni hanno visto stagnare i ricavi medi per abbonato, mentre il pubblico si è leggermente ridotto e il tasso di crescita previsto da qui al 2020 non supera il 3,7%. Gli OTT, al contrario, pur avendo una fetta di mercato ancora limitata, dovrebbero vedere i propri ricavi aumentare del 26% solo nel 2015, mantenendo un ritmo di crescita annuale molto simile fino al 2019.

L’unica opzione per le pay tv tradizionali, secondo ABI, è dunque tenere il passo e affiancare all’offerta tradizionale, una basata esclusivamente sull’online, possibilmente con servizi “standalone” sganciati dagli abbonamenti tradizionali. Spingere, insomma, verso il cord cutting, cioè l’abbandono di quegli stessi “cavi” su cui si è basato per decenni il business televisivo prima dell’avvento dell’epoca dello streaming, sulla scia di quanto fatto da HBO negli USA e da Sky in Europa. Un’altra opzione, secondo la società di ricerca, sarebbe quella di legare l’offerta tv a set-top box proprietari, ovviamente connessi in rete, da sostituire un po’ ai vecchi decoder ma con tutta la gamma di opzioni caratteristiche dei nuovi dispositivi: dall’integrazione col mobile alle app degli altri operatori di video on demand, suggerimenti automatici in base alle proprie abitudini di visione, possibilità di navigazione in Rete, games e tutte quelle feature che ormai ci si attende da una televisione propriamente smart.

Con il proliferare di dispositivi di questo tipo, sviluppati dai principali colossi del web da Apple a Google e Amazon, le pay tv però possono anche pensare di andarsi a inserire nel “pacchetto multicanale” di altri over the top, specialmente ove i costi di sviluppo risultino troppo alti rispetto alle prospettive offerte da quello specifico mercato, come nel  caso di eventuali espansioni all’estero.

Chi ha già abbracciato questa prospettiva di apertura all’online, al pari di nomi quali Comcast, Dish Network, Liberty Global e BSkyB – conclude l’analisi – riuscirà a crescere in un contesto che invece si prepara a un lento declino. Chi al contrario subisce passivamente l’arrivo degli OTT, dovrà combattere per mantenere attivo il saldo anche dello zoccolo duro di abbonati più fedeli, scontrandosi con un numero  crescente di player e con la loro offerta sempre più flessibile e ritagliata sull’utente.

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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