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Google vs. MPAA: le major colpevoli di lobbying

Nonostante una crescente intesa su temi come l’indicizzazione dei siti “pirata”, rimangono vivi gli attriti tra Hollywood e i principali operatori del web, nella fattispecie Google, che dopo la vittoria di una causa durata sette anni con Viacom ha ora messo a segno un altro colpo non indifferente nei confronti degli Studios. Il colosso di...

Nonostante una crescente intesa su temi come l’indicizzazione dei siti “pirata”, rimangono vivi gli attriti tra Hollywood e i principali operatori del web, nella fattispecie Google, che dopo la vittoria di una causa durata sette anni con Viacom ha ora messo a segno un altro colpo non indifferente nei confronti degli Studios. Il colosso di Mountain View ha ottenuto dalla giustizia federale statunitense un’ingiunzione contro un pubblico ministero del Mississipi, Jim Hood, che avrebbe citato in giudizio la compagnia sotto l’effetto dell’attività di lobbying dell’MPAA, la Motion Picture Association of America.

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Stando all’atto contestato, risalente allo scorso ottobre, ci sarebbero stati “ragionevoli motivi” per ritenere che Big G avesse violato le leggi dello stato del Mississipi in materia di tutela dei consumatori mediante una serie di pratiche, tra cui l’autocomplete nella digitazione delle chiavi di ricerca, e richiedeva di conseguenza di consegnare alla Corte i dati riservati dell’azienda riguardo ads, risultati di ricerca e policy interne su farmaci illegali, contenuti pirata, finti ID e clonazione delle carte di credito. Una decisione ritenuta da Google illegittima e sproporzionata per quanto riguarda gli onerei imposti alla compagnia, che si ritiene tutelata in questo ambito sia dalle norme USA sul buon costume nelle comunicazioni, sia dallo stesso primo emendamento sulla libertà di espressione. Il colosso del web si è dunque rivolto alla giustizia federale, non solo per contestare il merito del provvedimento ma anche per accusare il magistrato statale di aver agito sotto l’influenza dell’associazione delle industrie cinematografiche, che avrebbe non solo spinto per far emettere la citazione in giudizio ma avrebbe fornito anche l’impianto legale dell’accusa.

Ieri la notizia dell’ingiunzione disposta dal giudice federale nei confronti di Jim Hood, che pur non essendo paragonabile a un verdetto di colpevolezza mette in standby il procedimento giudiziario del Mississipi e attesta in qualche modo la validità delle recriminazioni dell’azienda di Mountain View. Anzi, Google non ha esitato a definirla un riconoscimento della “campagna di lungo periodo condotta dall’MPAA, a partire dal SOPA, per censurare il web in opposizione alle leggi federali”. L’associazione, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni mentre la Digital Citizens Alliance (associazione focalizzata sulla sicurezza del web) ha ribattuto: “Il fatto che Google abbia tratto e tragga profitto dalla promozione di farmaci illegali, contenuti illeciti e dai video pro-ISIS su YouTube, significa che la compagnia mette il profitto davanti alla sicurezza e alla tutela dei consumatori”.

Grande soddisfazione viene invece espressa dalle associazioni dell’elettronica di consumo: “Questo è un grande giorno per i creatori, gli innovatori e tutti coloro che usano internet come una piattaforma di espressione – hanno commentato – il pm Hood dovrebbe cessare il suo attacco contro uno dei settori più innovativi e più in crescita dell’economia statunitense. Chiediamo con urgenza che l’MPAA smetta di appoggiare le azioni governative volte a congelare la libertà di parola e, al contrario, abbracci Internet come un canale distributivo benefico e in piena evoluzione, tanto per gli sutdios quanto per gli artisti”.

Fonte: Variety

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Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
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