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All digital: al Festival di Roma, le associazioni a confronto sulla digitalizzazione delle sale.

Secondo l’Anec, i costi della conversione sono troppo alti per essere sostenuti dalle strutture più piccole, che non riescono ad accedere a vpf e tax credit. Ma i distributori ribadiscono: la digitalizzazione è un processo inesorabile.

Gli operatori del settore cinema tornano a parlare di digitale, e in particolare della digitalizzazione delle sale, tema reso sempre più urgente dall’avvicinarsi della scadenza per lo “switchoff”, fissata dalle distribuzioni all’inizio del 2014. L’occasione è stata il convegno “All digital”, organizzato presso lo spazio Lazio Film Fund all’interno del VII Festival Internazionale del Film di Roma, dove sono state ribadite prima di tutto le cifre relative alla conversione del parco sale nazionale. Come ha sottolineato il presidente dell’Anec (Associazione Nazionale Esercenti Cinema), Lionello Cerri, le strutture che hanno già adottato la nuova tecnologia contano per “circa 1.950 schermi, su un totale di 3.800 schermi industriali, pari al 51,4%”. Rimane perciò una buona metà di sale che si avvicinano ancora impreparate alla fine dell’era della pellicola.

Le problematich, sono le stesse di cui si parla ormai da un po’ di tempo, vale a dire il ritardo dei piccoli cinema rispetto alle grandi strutture che hanno avuto non solo la possibilità di sostenere l’investimento, ma anche di usufruire meglio degli incentivi pubblici e privati:

“Tutte le sale dei grandi circuiti – ha detto Cerri – si sono accordate con i terzi integratori e con i distributori per il vpf [il virtual print fee, vale a dire il contributo che i distributori trasferiscono agli esercenti quando viene proiettata una copia digitale dei loro film, o in alternativa alle società terze che sostengono l’acquisto della tecnologia e la concedono in prestito agli esercenti ] ma per le sale indipendenti questo è avvenuto poco o per niente, rendendo necessario un impegno diretto per l’acquisto degli impianti. Il tax credit, da parte sua, è un aiuto che vale per il 30% dell’investimento, ma abbiamo dovuto lavorare per far introdurre la cedibilità del credito, perché molte delle nostre aziende sono piccole e non riescono a  generare il recupero rispetto al credito di imposta. Poi c’è la piccola leva dei contributi in conto capitale da parte del Ministero, ma le risorse statali sono quasi inesistenti per il cinema in generale, e soprattutto per l’esercizio. I contributi hanno generato un debito da parte dello Stato di 15 milioni di euro, perché non vengono erogati dal 2009. Rimane solo il sostegno regionale, che con modalità diverse e più o meno efficaci, alla fine è stato stanziato in tutta l’Italia”.

Altro particolare sottolineato da Cerri, la difficoltà per alcune sale di effettuare la transizione a breve distanza dalle spese non ancora ammortizzate, sostenute per il precedente ammodernamento delle sale:

“La digitalizzazione è guidata a livello mondiale da un metodo diverso di organizzazione del prodotto per esigenze produttive e distributive, e ricade solo in ultimo sulla sala. Per gli esercenti c’è la possibilità della multiprogrammazione, che rappresenta un’occasione per cominciare a sperimentare un modo diverso di fare la nostra professione. Ma  tutto ciò va fatto riportando il sistema sala al centro non solo del processo produttivo e della filiera, ma di un tessuto sociale fondamentale per il mantenimento della nostra identità”.

Su alcune problematiche di livello tecnico si è soffermato invece Paolo Protti, presidente dell’Agis, evidenziando l’aumento dei costi gestionali degli impianti, nonché la rapidità del ricambio tecnologico che rende già oggi sorpassati i proiettori acquistati, ad esempio, solo tre anni fa. Al di là di questo, per Protti il digitale è un’occasione:

“È la grande opportunità che abbiamo per rivoluzionare il mercato, con nuove soluzioni che vadano anche oltre la multiprogrammazione. Con la crisi di oggi, se mettiamo in atto una rivoluzione tecnologica senza cambiare anche l’asset economico, andiamo incontro a un fallimento”.

Diverso, ovviamente, il punto di vista della distribuzione, esposto da Richard Borg,  presidente della sezione distributori dell’Anica:

“Il digitale è la conseguenza di una rivoluzione tecnologica che tutti stiamo subendo, non solo i cinema ma anche la distribuzione e la produzione, per questo stiamo cercando di capire come veicolare la novità tecnica insieme ai nostri partner. È vero che abbiamo posto come scadenza la data del 1 gennaio 2014, ma è anche vero che da quella data, o forse anche prima,  non ci sarà più pellicola. Tra le grandi aziende che la producono, Kodak ha depositato i bilanci, Fuji ha cambiato la destinazione commerciale in “profumi e cosmetici”, Agfa ha chiuso 3 anni fa. Dobbiamo adeguarci a questa esigenza, i distributori hanno accettato a livello mondiale di introdurre sistemi di aiuto come il vpf, che è un aiuto a posteriori, ma contribuisce a coprire il 70% del costo. In futuro la digitalizzazione cambierà il modo di fornire il prodotto, si apre la possibilità della multiprogrammazione. Oggi ci accordiamo con gli esercenti affinché  programmino i film per un determinato numero di spettacoli e settimane, ma non è detto che il rendimento sia uguale per tutti i film e in ogni momento del giorno o della settimana. Col digitale si potrà avere più flessibilità, ma questo avverrà solo quando ci sarà un rapporto di totale fiducia tra distributore ed esercente. Ovviamente la digitalizzazione pone un problema per la tempistica, non solo in Italia ma a livello globale. Bisogna però ricordare che il cinema è un’industria, e come industriali dobbiamo tutti assumerci un rischio di impresa, quindi una quota di questo investimento andrà sostenuta comunque”.

Ottimista sul digitale, anche sui suoi costi, si è mostrato poi Carlo Bernaschi, presidente Anem:

“Cambia la sicurezza delle cabine di proiezione, vengono ridotti gli adempimenti degli esercenti in tal senso e anche l’utilizzazione del personale. Il lavoro del proiezionista si è molto ridotto. Le due principali catene italiane, The Space e UCI, hanno trovato un accordo coi sindacati per reimpiegare in altro modo questi lavoratori, poiché è stato calcolato che su 10 schermi, un proiezionista lavora 20 ore a settimana. Il digitale inoltre abbatte le spese e i contrattempi legati al trasporto delle copie, senza contare che presto la totalità delle trasmissioni avverrà per satellite. È un passaggio epocale, non dico che sia come il colore, ma verrà ricordato comunque come epocale. Chi non l’ha ancora fatto, è  qualcuno che non crede più in questo settore e tira i remi in barca, come in tutte grosse trasformazioni”.

Critica su alcuni punti, la risposta di Cerri:

“Tutti gli esercenti sono consapevoli che devono fare degli investimenti. La spesa per la conversione varia da 50 a 100 mila euro a seconda del tipo di impianto, ad esempio se si vuole anche il 3D . Il processo di scomparsa della pellicola è stato velocizzato dal modo in cui è stata condotta la transizione”.

Mario Mazzetti dell’UNIC (Union Internationale des Cinémas), ha infine aiutato a comprendere meglio la situazione italiana a confronto con gli altri principali Paesi europei. Ne è risultato che la Francia, emanando  nel 2010 una legge per l’intero settore sulla digitalizzazione, coinvolgendo tutti gli attori già impiegati nel sostegno del sistema cinema, rendendo obbligatorio il vpf con determinate linee guida, e istituendo un aiuto selettivo destinato ai complessi più piccoli da 1 a 3 schermi, è riuscita a ottenere ad oggi la conversione del 91% del mercato. In Gran Bretagna, invece, la presenza di tre grandi circuiti che contano da soli per il 72% del parco sale, ha permesso di concentrarsi subito sulle altre realtà, con un meccanismo simile all’esperienza americana. È stata cioè creata un’associazione di tipo mutualistico per accumulare tutti i pagamenti del vpf in un fondo di cui potevano beneficiare tutte le sale coinvolte nel processo. A novembre la quota di schermi convertiti è dell’86%, con previsioni attendibili di raggiungere il 100% per inizio 2013. In Germania, come in Italia, i grandi circuiti sono andati avanti da soli, per cui il sostegno, sia del governo nazionale che dei vari Lander, è stato destinato solo ai cinema ad attività maggiormente culturale. Il risultato, pur superiore a quello registrato nel nostro Paese, è stato decisamente inferiore, pari al 60%  dei 4.600 schermi presenti su suolo tedesco. Più indietro di tutti, tra le big europee, la Spagna, dove per ovvie ragioni non sono stati stanziati fondi pubblici, che ha raggiunto il 43% di sale digitalizzate.

Davide Dellacasa
Publisher di ScreenWeek.it, Episode39 e Managing Director del network di Blog della Brad&k Productions ama internet e il cinema e ne ha fatto il suo mestiere fin dal 1994.
http://dd.screenweek.it
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