In un momento come questo, in cui dopo anni di dibattiti sul tema l’Autorità garante delle Comunicazioni ha fatto sapere di non poter adottare alcun provvedimento in materia di tutela della proprietà intellettuale perché priva dell’attribuzione di competenza, deve essere a dir poco straniante, per un produttore, trovarsi per caso faccia a faccia con un ragazzotto che guarda un suo film ancora prima dell’uscita nelle sale. Eppure è proprio ciò che è successo a Riccardo Tozzi, in un aneddoto ormai destinato a rimanere negli annali: come ha raccontato di recente alla stampa, il produttore di Cattleya ha infatti incrociato su treno per Bari un giovane passeggero dal pittoresco aspetto romano, intento a guardarsi sul computer Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana dedicato a Piazza Fontana e ai tragici eventi che inaugurarono gli anni di piombo.

 

Fin qui niente di male, anzi, potrebbe far piacere a un produttore riscontrare l’appeal di un proprio titolo d’autore su un target così giovane. Peccato che l’incontro in questione sia avvenuto il 29 marzo, mentre il film è stato distribuito nelle nostre sale a partire dal giorno seguente. Una situazione paradossale, tanto più che Tozzi non è solo alla guida di Cattleya ma è anche presidente dell’Anica, l’Associazione delle industrie cinematografiche e audiovisive che ha da poco definito “farsesco” il rimbalzo di responsabilità tra Agcom, Antitrust e Parlamento, a causa del quale rischia di slittare ulteriormente la definizione di un quadro normativo su pirateria e diritto d’autore.

Abbiamo avuto modo di incontrarlo a una proiezione speciale per le scuole capitoline di Romanzo di una Strage, dove il produttore non ha mancato di rimarcare il problema anche agli studenti il sala.

Riccardo Tozzi, qual è l’impressione che le è rimasta dopo l’incontro col “pirata” di Romanzo di una Strage? Oggi comunque agli studenti sembrava chiara la gravità di scaricare o vedere illegalmente i film su Internet.

“Sì mi sembra che tra i ragazzi di oggi non ce ne fosse nessuno a cui il film fosse già capitato nelle mani per altre vie. Il tema comunque è molto importante, addirittura nel caso di questo film è uscita una recensione 10 giorni prima dell’arrivo in sala. Per fortuna nessuno se ne è accorto ma avrebbe potuto far saltare tutto il piano di lancio del film, per cui è una questione su cui bisogna intervenire. E far capire a tutti che non sarà una repressione o una minaccia individuale: i film in rete ci saranno, solo bisognerà pagarli un po’, così come ora si scaricano le canzoni a 99 centesimi. Per la musica questo è avvenuto tardi e nel frattempo è scomparsa tutta la musica indipendente in Italia, che è quella che i ragazzi amano di più. Ovviamente non è colpa loro, che non percepiscono lo scaricare i film o la musica nemmeno come qualcosa di illegale. Su questo tema non dobbiamo pretendere che i ragazzini si comportino da adulti, ma che siano gli adulti a non fare più i bambini, continuando a bollare come libertà qualcosa che è un atto illegale”.

Quindi il problema culturale viene dopo?

“Di sicuro c’è prima di tutto un problema legislativo. Bisogna chiarire che così come non si entra al cinema scavalcando i tornelli per non pagare il biglietto, allo stesso modo si dovranno pagare i film visti online. Certo, ci sarà bisogno di organizzare un’offerta legale di qualità e a prezzi interessanti, ma comunque bisognerà corrispondere una somma, altrimenti si rischia di non produrre più film. E questo sono gli adulti che devono metterselo in testa”.

E sarà possibile in questo momento in cui, addirittura, si parla di un vulnus normativo sull’attribuzione della competenza a regolamentare una materia che, diciamo, non è propria sconosciuta agli ordinamenti occidentali, come la proprietà intellettuale?

“Per il cinema, in realtà, non tutti i Paesi sono uguali. Qui sono in conflitto due industrie, quella cosiddetta Over the top, cioè Google ecc., e quella che si occupa di produzione di contenuti. Per quanto riguarda il cinema, in Occidente ci sono solo tre Paesi con un prodotto rilevante, cioè Stati Uniti, Francia e Italia, gli altri hanno una produzione minoritaria. Ora, negli USA è facile capire perché ci sia un dibattito in corso, dato che vivono il conflitto tra questi due settori industriali. Noi, invece, siamo come la Francia, non abbiamo di certo Google. Ma mentre la Francia ha una legge molto forte in materia, noi non abbiamo fatto nulla a proposito. Oggi non si vuole il decreto sull’Agcom, però sono 5 anni che aspettiamo una legge e in Parlamento non c’è nemmeno una proposta. Il nostro Parlamento non la vuole fare per ragioni puramente elettorali, perché pensa di prendere i voti del popolo della Rete difendendo, di fatto, la pirateria. Non capiscono invece che la il popolo della Rete non li vota da un pezzo e non c’è niente che possano fare per attirarlo nel loro elettorato”.

Se prendiamo a modello la Francia, tuttavia, con quel tipo di legislazione si vanno proprio a colpire gli utenti che scaricano contenuti illegali, cioè i ragazzi che dicevamo prima.

“Ma infatti noi siamo più buoni dei francesi e non volgiamo la repressione dei P2P o la criminalizzazione degli utenti finali. Chiediamo solo che ci sia un meccanismo rapidissimo di chiusura dei siti che fanno della pirateria il loro mestiere. Il che mi sembra molto ragionevole”.