In un momento in cui l’offerta legale di film in streaming prende sempre più piede attraverso l’ascesa di Netflix ed altri sistemi di noleggio on line come YouTube Movies, continua ad essere controversa e sfumata la linea tra pirateria e VOD nella causa che vede contrapposti gli Studios americani al sito internet Zediva.

Lo scorso mese, le major Warner Bros, Disney, 20th Century Fox, Paramount e Universal hanno portato in tribunale la società californiana, reclamando il risarcimento danni e la chiusura del sito che chiede ai suoi utenti un contributo di 1.99 dollari per affittare film in primissima visione, cioè non ancora disponibili sulle principali piattaforme di vendita e noleggio sul web.

Un comportamento che assicura a Zediva un notevole vantaggio competitivo su Amazon, iTunes e la stessa Netflix, che ha già affrontato con molti degli Studios in causa la questione della “window” tra uscita in homevideo e uscita sul proprio catalogo, specialmente on line, stabilita per lo più a 28 giorni dalla release nei videostore.

Ora però Zediva - secondo quanto riferito da Wired - starebbe passando al contrattacco, negando l’accusa mossa dalla Motion Picture Association of America di aver infranto le regole sul copyright e richiedendo l’approvazione da parte del giudice della sua nuova tipologia di servizio.

La difesa sostiene infatti che l’offerta di Zediva consiste semplicemente nel rendere disponibili su richiesta i DVD acquistati all’ingrosso, vale a dire né più né meno di quello che fanno normalmente i videonoleggi, solo in versione digitale.

Un’ipotesi che se approvata dal punto di vista giudiziario, metterebbe con tutta probabilità a serio rischio il delicato equilibrio raggiunto tra l’industria cinematografica e il nascente business del video on demand via streaming. E che infatti viene scongiurata dalle major secondo cui il servizio messo in atto dal sito internet incriminato non può essere assimilabile all’home video in quanto costituirebbe proiezione pubblica dei film, seppure via web, e richiederebbe perciò una specifica licenza.

Intanto, sempre sul fronte del copyright, si registra in Gran Bretagna lo stop imposto dalla commissione indipendente appuntata dal Primo Ministro David Cameron, e presieduta da Ian Hargreaves, sul cosiddetto “fair use” della proprietà intellettuale su Internet, vale a dire un regime meno stringente di norme già previsto dal sistema giuridico americano e fortemente appoggiato da Google.

La notizia è apparsa su Hollywood Reporter, che sottolinea come la commissione, pur apportando una serie di proposte per la modifica delle attuali leggi inglesi sul copyright (tra cui la semplificazione, o “one-stop shop”, per l’ottenimento dei diritti sui contenuti digitali, e la rimozione delle restrizioni per le opere di natura parodistica), abbia dato parere negativo riguardo all’ipotesi di togliere ogni paletto all’utilizzo su Internet del materiale coperto da diritto d’autore, incassando ovviamente l’appoggio dell’associazione Directors U.K. e dell’intera industria culturale.

La palla passa ora al Governo britannico, ma il tema è di sicuro destinato a rimanere caldo, e non solo a Westminster.